Il frigo

di Copi

uno spettacolo di Andrea Adriatico

con Eva Robin’s

cura e aiuto Saverio Peschechera, Giovanni Santecchia, Anas Arqawi
scene e costumi Andrea Cinelli con la consulenza di Maurizio Bovi
fotografia Raffaella Cavalieri
produzione Teatri di Vita
con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura

Nuovo allestimento

Il frigo festeggia vent’anni: torna in scena lo spettacolo di Andrea Adriatico con Eva Robin’s che ha debuttato nel 2005, attraversando i palcoscenici di tutta Italia.

Il frigo è uno dei testi teatrali più vorticosi di Copi, dove si ritrovano concentrati i suoi temi e le sue manie, a cominciare dai sessi indefiniti, sullo sfondo dell’incommensurabile solitudine di una donna chiusa in casa, che inganna fobie e angosce immaginando personaggi che la vengono a trovare più o meno assurdi e minacciosi.
A incarnare la protagonista è Eva Robin’s. Ironica, affascinante, cinica: così si presenta in scena, con un monologo che sembra scritto appositamente per lei, in un vorticoso crescendo di parole e situazioni da fumetto tragicomico come in un trip lisergico.
Nel Frigo c’è tutta la teatralità cinica e pungente del grande franco-argentino Copi, morto di Aids nel 1987, celebre per i fumetti della Donna Seduta e per la sua capacità di ridere con sprezzante ironia delle disgrazie e delle ingiustizie della commedia umana.
Nel Frigo, su uno sfondo pop iperrealistico, si avvicendano sequenze strampalate, in una girandola caleidoscopica che ruota attorno all’improbabile apparizione di un frigo nel salotto di una ex indossatrice sul viale del tramonto. Che si confonde con altri personaggi generati da quest’incubo: una psicanalista svitata, una madre crudele, una serva irriverente, un editore megalomane, un… topo!

Cosa aspettate? Nel Frigo spuntato nel salotto di Eva Robin’s c’è posto anche per voi. Tra un cane incontinente e un topo innamorato…

Visioni critiche e social
(qui le recensioni dal 2005 al 2012)

Eva Robin’s ci aspetta sul palcoscenico, seduta su una sedia ergonomica rossa sistemata su un lato della scena. Un frigorifero, l’altro protagonista della pièce, è posizionato sul lato sinistro. Tutto è pronto per dare vita allo straordinario, onirico, visionario testo dell’autore argentino, naturalizzato francese, Copi, Il frigo, con l’altrettanta straordinaria interpretazione di Eva Robin’s e per la regia di Andrea Adriatico all’ Off/Off Theatre di Roma.

Copi, pseudonimo di Raúl Damonte Botana, è stato un importante scrittore, fumettista e autore teatrale. Le sue vignette della Donna Seduta pubblicate su Linus lo hanno fatto conoscere in Italia. Poi sono arrivati gli spettacoli teatrali in cui recitava come attore, anche se lui si vedeva più nella veste di scrittore. Recitava i suoi testi, quando non trovava attori disponibili a farlo. Negli anni ‘80 le sue opere più famose, come appunto Il frigo o Loretta Strong , potevano essere annoverate, e lo sono ancora, nel teatro di lotta omosessuale, scritte per avere un forte impatto sul pubblico borghese, per sparigliare le carte, per mettere sul tavolo della realtà l’esistenza di una comunità in quell’epoca ancora invisibile.

Non sono testi di facile impatto sul pubblico. Il frigo gioca sull’ ambiguità di un monologo, in cui una donna si confronta nella solitudine del suo appartamento con altri personaggi creati dalla sua fantasia. Non è un testo per tutti gli attori, ma Eva Robin’s è totalmente a suo agio tra le battute stravaganti e i nonsense del copione, gioca con un ritmo perfetto tra ironia e dramma e con le entrate e le uscite di scena dei vari personaggi, presenti solo nella mente della protagonista perennemente sotto l’effetto di funghi allucinogeni o di polvere bianca.

Perché proprio un frigorifero? È lo stravagante regalo di compleanno della mamma della protagonista. Un regalo sicuramente eccentrico, pensato da una donna che irrompe a casa della figlia senza annunciarsi, che porta nella borsa una fiaschetta con qualche alcol misterioso, che non nasconde la sua maternità fredda e anaffettiva. Spettacolare Eva Robin’s nei panni della madre, sempre elegante nella scelta degli abiti, e precisa nel dare vita a lei e anche agli altri personaggi in sequenze ininterrotte di battute in scena e dietro le quinte, tante voci che si alternano e che il pubblico vede anche se sul palco non c’è nessuno.

Un campanello suona a ripetizione. Insieme al telefono, è l’unico contatto con l’esterno. Annuncia il presentarsi dei nuovi personaggi: la cameriera (ruolo fondamentale), l’autista che violenterà la donna dietro le quinte, la psichiatra nelle fattezze di una bambola gonfiabile. In scena assistiamo alla disgregazione dell’essere umano, e il colpo di genio di Copi è che mostra tale disfacimento attraverso le cospicue risate del pubblico.

L’identità della protagonista è frammentata in tante sotto identità; sembrano appartenere solo al genere umano, almeno fino a quando spunta nel racconto un topo di pezza di cui Eva Robin’s si innamora e con il quale instaura un dialogo surreale che la trascina verso la fine. C’è il sesso, c’è la violenza, c’è l’Aids.

Lo stesso Copi morì di Aids nel 1987, ma anche negli ultimi giorni di vita fu così abile da trattare con ironia la malattia e la morte nel suo ultimo testo dal titolo Una visita inopportuna. Alla sua opera, Teatri di Vita ha dedicato dal 2006 un progetto pluriennale che ha avuto già diversi esiti: spettacoli, convegni e il libro Il teatro inopportuno di Copi a cura di Stefano Casi (ed. Titivillus), primo volume di studi su di lui, mai pubblicato in tutta Europa.

Il frigo è uno spettacolo godibilissimo, grazie anche all’abilità dell’attrice di dare forma all’idea di travestimento sottesa nel testo, nei rapidi cambi d’abito dietro le quinte, nel non perdere mai la vena grottesca e surreale che guida la pièce. In mezzo alla scena c’è sempre lui, il frigorifero, ingombrante catafalco, l’unica salvezza della protagonista ormai abbandonatasi a una realtà dissociata che non riesce a controllare. Quando la dissolvenza della sua identità diventa inevitabile, il frigo è l’unico rifugio dove sistemarsi. Lo sportello si apre ed è come ritrovare la libertà e l’equilibrio tra le tante schegge del suo ego, sparse nell’appartamento vuoto.

E bastato varcare la soglia dell’Off/Off Theatre di Roma per rendersi conto che II frigo, nella regia di Andrea Adriatico, non è uno spettacolo qualsiasi: è un piccolo esperimento di alchimia teatrale, capace di fondere l’assurdo di Copi con la presenza scenica incendiaria di Eva Robin’s. Il monologo, presentato ieri sera in una sala gremita, ha confermato la sua natura di oggetto scenico scintillante e imprevedibile, un gioco di specchi dove identità, desideri e nevrosi si moltiplicano senza tregua.

Eva Robin’s affronta la partitura di Copi con una libertà sorprendente, oscillando tra comicità tagliente e un sottotesto emotivo di rara finezza. L’attrice attraversa una galleria di personaggi grotteschi e tenerissimi – dalla psicanalista fuori di senno alla madre invadente, dalla cameriera dispettosa all’editore narcisista – con un trasformismo che non è semplice virtuosismo, ma un continuo scivolare tra maschere che rivelano, invece di nascondere.

Ogni figura è un frammento di un’unica, frantumata identità: quella della protagonista, ex modella cinquantenne che si ritrova sola, assediata da un frigorifero che sembra contenere tutti i suoi segreti.

Adriatico costruisce attorno a lei un dispositivo scenico essenziale, quasi geometrico, che mette l’interprete al centro di un teatro di azioni millimetriche. Gli oggetti – la sedia, il telefono, il “totem” del frigo – non sono semplici elementi di arredo, ma partner silenziosi di una danza controllata e ipnotica. La freddezza delle luci e dei volumi contrasta perfettamente con la fisicità calda, imprevedibile e a tratti ferina di Eva, che si prende la scena con un’energia fuori dal comune.

Ciò che colpisce di più è la sua capacità di far convivere, nello stesso respiro, l’ironia più spietata e la fragilità più sincera. Quando diventa un cane che abbaia, una bambola gonfiabile psicanalista o una donna che recita la propria solitudine come fosse una soap opera, lo spettatore percepisce sempre un fondo di verità: la disperata ricerca di attenzione, la paura di svanire, il bisogno di essere vista. E qui che il mondo surreale di Copi trova il suo cuore pulsante, trasformandosi in una riflessione sul fallimento, sulle aspettative tradite, sul desiderio di vivere nonostante tutto.

La comicità non è mai fine a sé stessa: è lo strumento con cui lo spettacolo scava nell’inesauribile confusione dell’animo umano. La sala ride, sì, ma spesso con un retrogusto amaro, quella sensazione che ogni battuta possa diventare, un istante dopo, un grido di aiuto.

Adriatico dirige con una precisione che non rinuncia alla poesia. Il ritmo è calibrato con cura, e le azioni, anche le più minime, esplodono con una forza scenica controllata ma mai rigida. È una regia che conosce bene Copi e ne rispetta la follia, senza scivolare nel kitsch o nell’eccesso gratuito.

Robin’s, dal canto suo, firma una prova che sembra cucita sulla sua storia e sul suo carisma: seducente, sarcastica, vulnerabile, attraversa lo spettacolo come una diva dimenticata che rifiuta di spegnersi. La sua presenza regala al testo una profondità inattesa e un’intensità che conquista subito il pubblico.

Il finale – un equilibrio instabile tra malinconia e disincanto – lascia nello spettatore una vibrazione difficile da dissipare. Il frigo resta lì, impassibile, a custodire enigmi che nessuno scioglierà davvero.

In un panorama teatrale che spesso teme l’eccesso o lo evita, Il frigo osa. E riesce. Ne esce uno spettacolo vivo, provocatorio, divertente e poetico, sorretto da una delle migliori interpretazioni viste in questa stagione romana. Un ritorno in scena che conferma ancora una volta come Eva Robin’s sia un’artista capace di trasformare l’assurdo in verità e il gioco in un gesto profondamente umano.

Andrea Adriatico firma la regia di questo folle e struggente monologo di Raúl Damonte Botana (in arte Copi) dal titolo Il frigo, in scena – dopo vent’anni di repliche – all’Off Off Theatre di Roma.

Eva Robin’s torna a incarnare una delle eroine più sorprendenti e inquietamente attuali del teatro contemporaneo in una pièce che si rivela ancora una volta un viaggio lisergico tra identità fluide, fantasmi domestici e solitudini incandescenti, sostenuto da una messa in scena accurata e visionaria. Uno spettacolo che non sente il passare del tempo, anzi: continua a interrogare, divertire e disturbare con la stessa energia feroce.

Il Frigo è una delle estreme prove di creatività di Copi, costruita sul filo di un ritmo serrato e un’inventiva dadaista, nascosta nell’impiego di un oggetto di uso comune trasformato in un pretesto scenico, e inferocita di irrazionalità, umorismo e provocazione senza fine.

Nel suo ritorno in scena con Il Frigo, Eva Robin’s conferma – se mai ce ne fosse bisogno – una presenza teatrale magnetica, capace di trasformare ogni parola di Copi in materia viva, pulsante, imprevedibile. La sua interpretazione è accurata e inarrestabile, persino le pause – rare – guizzano fra le pieghe di un umorismo crudele e fiabesco, che non si preoccupa di costruire nessi drammaturgici, ma piuttosto di giustapporre situazioni spinte all’eccesso in uno spazio asettico ed elegante, come una galleria d’arte o un attico esclusivo.

Eva Robin’s domina la scena con una naturalezza che inquieta e incanta, restituendo all’opera quella teatralità scomposta, fratturata, a collage, secondo una tecnica che è parte anch’essa del mondo complesso e stratificato di Copi. A tratti menzognero, a tratti irrimediabilmente tenero nella sua solitudine.

Una galleria di personaggi equivoci e quasi “evocati” che si sovrappongono come fotomontaggi emotivi, scarti improvvisi di identità. Essi si accavallano nella claustrofobia di una stanza popolata da paure, desideri e apparizioni. In questo gioco di montaggi impossibili, l’attrice dà prova di una precisione e di un istinto comico, e al contempo drammatico, straordinario, attraversando l’intera gamma dell’assurdo con una grazia pericolosa e irresistibile. Un po’ Fregoli, un po’ Houdini, ma con una sensualità unica.

Il frigo diventa l’asse attorno a cui si muove la follia poetica dello spettacolo: l’elettrodomestico si trasforma in un inconsapevole totem dell’immaginazione, un simbolo di libertà creativa che sfonda le pareti del realismo.

D’altronde lo stesso Dadaismo manteneva forti contatti con il mondo teatrale e persino l’opera d’arte più iconica – la Fontana di Duchamp – è in fondo una sorta di “oggetto” riscoperto in un contesto assolutamente inaspettato: proprio come un frigo in un salotto!

Un gesto provocatorio che riecheggia anche nella riflessione – al tempo stesso ironica e spietata – di Stephen Hicks, quando sostiene che Duchamp volesse dire che l’artista non è necessariamente un “grande creatore”, che l’opera non è un oggetto speciale ma qualcosa di seriale, persino disgustoso.

Allo stesso modo, Copi prende un oggetto qualunque e lo trasforma in detonatore di visioni, in spazio liminale in cui l’assurdo accade e si ripete. Ne fa esplodere ogni possibilità scenica: gioca, sfida, si prende gioco della logica e porta lo spettatore in un teatro dove la realtà si disfa e si ricompone in un attimo.

Il risultato è uno spettacolo vivo, tagliente, spaventosamente attuale. Eva Robin’s ne è il cuore pulsante: ironica, malinconica, cinica. Un’interprete che non si limita a recitare questo autore, ma lo abita, lo attraversa e ce lo restituisce con l’urgenza di un lampo, come una boccata d’aria improvvisa e vitale (l’inizio è evocativo di questo, come una nascita o una ri-nascita).

È opportuno, infine, ricordare la cura con cui Stefano Casi e Teatri di Vita hanno seguito nel tempo l’opera di Copi, dedicandogli un progetto pluriennale che ne ha esplorato la profondità, la radicalità e la sorprendente attualità. Attraverso spettacoli, studi, convegni e pubblicazioni, la compagnia ha mantenuto vivo il lascito di un autore che troppo spesso è stato considerato “di nicchia”, ma che invece continua a parlare con forza al presente, soprattutto nei temi dell’identità, della vulnerabilità e della libertà creativa.

Non è un caso che Il Frigo torni in scena proprio in prossimità della Giornata mondiale contro l’HIV: Copi, morto di AIDS nel 1987, è figura simbolica di un’epoca segnata da stigmi e silenzi, ma anche da una potenza creativa che non si è mai lasciata zittire.

Il suo teatro, feroce e delicatissimo insieme, diventa così un’occasione per rinnovare l’impegno contro la marginalizzazione, mantenendo viva la memoria di chi ha trasformato la propria fragilità in arte.

Ecco perché il lavoro di Teatri di Vita non è solo un omaggio, ma un gesto di alto valore civile: un invito a non dimenticare.

Dal 28 al 30 novembre Eva Robin’s ha presentato sul palco dell’OFF/OFF Theatre Il Frigo di Copi, diretto da Andrea Adriatico. Lo spettacolo, che celebra i vent’anni dalla sua prima messa in scena, vede Eva Robin’s come protagonista assoluta in un monologo intricato e intrigante, tra sessualità indefinita, violenze e solitudine, in un crescendo tragicomico che riflette l’ironia cinica e la lettura critica dell’autore franco-argentino. 

Il Frigo è uno dei testi teatrali più noti di Copi, pseudonimo di Raúl Damonte Botana, importante scrittore, fumettista e autore teatrale, nel quale si ritrovano concentrati temi e ossessioni dell’autore che pone al centro del racconto la solitudine di una donna chiusa in casa, che inganna le sue fobie e le sue angosce immaginando personaggi a ripetizione che la vengano a trovare.

Eva Robin’s è l’unica interprete in scena, in continua metamorfosi ed alla continua ricerca di sé, seduta su una sedia ergonomica rossa sistemata su un lato della scena mentre un frigorifero, l’altro protagonista della pièce, è posizionato sul lato sopposto.

Il frigorifero è lo stravagante regalo di compleanno della mamma della protagonista. Un campanello suona a ripetizione: insieme al telefono, è l’unico contatto con l’esterno. Annuncia il presentarsi dei nuovi personaggi: la cameriera, l’autista che violenterà la donna dietro le quinte, la psichiatra che è una bambola gonfiabile, la mamma stilosa, il cane. Le telefonate sono seguite da scontri verbali e incontri non previsti, con l’alternarsi continuo di personaggi presenti in carne ed ossa ed interpretati dalla straordinaria Eva Robin’s, fobie e fantasmi che affollano la vita della donna.

L’identità della protagonista è frammentata in tante sotto identità; sembrano appartenere tutte al genere umano, fino a quando spunta un topo di pezza di cui Eva Robin’s si innamora e con il quale instaura un dialogo surreale che la trascina verso la fine.

Il Frigo è uno spettacolo godibilissimo, divertente e sofisticato, grazie anche all’abilità dell’attrice di dare forma e identità all’idea di travestimento sottesa nel testo, senza perdere mai quella vena grottesca e surreale che è l’anima della pièce. Il frigorifero è l’unico rifugio dove sistemarsi e dove ritrovare unitarietà rispetto a tutte le parti di sé disgregatesi in quell’appartamento.

Copi, all’anagrafe Raúl Damonte Botana, nato a Buenos Aires nel 1939, si impone in Francia prima come fumettista (La donna seduta striscia pubblicata su Le Nouvel Observateur e, in Italia, dalla rivista Linus) poi come autore di teatro (L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi) e scrittore (Il ballo delle checche).
Nel suo teatro  si aggirano madri di sesso maschile (…), astronaute che esplodono e implodono, topi che dialogano con fantasmi, lesbiche che se la fanno con uomini gay e partoriscono nuovi gesù bambino, malati di Aids da operetta (…) e si ride tanto. È un teatro che alla fine viene ucciso pure lui, dalla donna delle pulizie: «lo non ammazzo lei, ammazzo il teatro! […] Crepa schitoso. (Spara) .. Il teatro è finito» come ricorda Stefano Casi nella bellissima introduzione al preziosissimo volume Il teatro inopportuno di Copi (Titivillus, Corazzano – Pisa – 2008) una raccolta di saggi con sua curatela.

Il mondo poetico di Copi, nel quale fumetto, romanzi e teatro costituiscono un corpus unico, è permeato di camp termine col quale si esprime un gusto per l’innaturale, per l’artificio e l’eccesso come strumento di autoaffermazione e autoironia (tanto ben studiato da Susan Sontag in un suo famoso saggio).
Una poetica dell’artificio atta a sabotare la morale borghese facendola implodere con l’iperbole narrativa e con dei personaggi che affondano le radici nella performance di un travestitismo (ben prima delle drag queen) salace ed eccessivo.
Ben al di là del camp, la narrazione di Copi è a-logica, imprevedibile, tutta sintonizzata con una ironia che scaturisce da certo femminino sopra le righe.
Dietro un’ironia e un’autoironia feroci Copi mette sempre in atto la distruzione di ogni forma di autocommiserazione impiegando all’uopo, se serve, anche i cliché sull’omosessualità maschile (inversione femminile) declinandoli con la lotta per la visibilità, per il contatto umano, per la ricerca di un affetto, di un amore, sempre mediato, o sostituito, dal sesso, fatto, millantato, immaginato, desiderato, inseguito.

Il frigo è un testo particolare, un monologo (ma la parola è limitante) nel quale un solo attore (nella sua prima rappresentazione, al Théâtre Fontaine di Parigi il 7 ottobre dell’83, Copi stesso) è chiamato a interpretare tutti i personaggi della pièce, con dei cambi d’abito repentini, alcuni  impossibili (come quando deve interpretare al contempo la protagonista L, in abiti maschili, e sua madre, con il classico trucco del doppio vestito e del volto truccato in due metà mostrando di volta in volta un diverso profilo).
L è una ex modella ormai troppo vecchia (sono parole sue) che però tutti vogliono ancora come indossatrice (il suo amico Hugh, il suo editore)  che trova un frigo piantato nel bel mezzo del salotto,  un regalo della madre. Mentre litiga con la cameriera (che di volta in volta è guardarobiera, domestica, etc.) il cui marito l’ha appena violentata (fuoriscena) L viene narcotizzata da un poliziotto, subisce l’esplosione  di un orologio appeso al muro, ricompare in scena come fantasma di se stessa, fa una seduta con la sua psichiatra (assumendo un’identità di genere maschile) alla quale confessa di non avere soldi per le sedute, flirta con un topo che trova nel frigo, interpreta un cane incontinente che fa pipì sul telefono affogando l’editore all’altro capo del filo.
Da questa nostra maldestra e parziale ricostruzione di quanto succede nella pièce è chiaro che Copi occupa la scena con un vero e proprio stream of consciousness di vari personaggi che sarebbe riduttivo pensare siano estroflessioni della stessa persona quando piuttosto modelli di comportamento che L ha introiettato.
Al di lai delle letture figurali che si possono fare sul testo e i suoi personaggi emerge dirompente l’inventiva caustica e camp di Copi che voleva sovvertire divertendosi.

Il frigo torna in scena a vent’anni dal debutto per la regia di Andrea Adriatico e l’interpretazione, immensa, di Eva Robin’s.
Robin’s si districa coi repentini cambi d’abito e di personaggio apparentemente senza fatica e senza quella fretta nervosa che caratterizza certo fregolismo del cambio d’abito.
Usando la quinta di una bellissima scena, semplice e quasi metafisica, iperpop (di Andrea Cinelli),  Robin’s riappare in scena ogni volta modificata,  incarnando, letteralmente, i vari personaggi, che performa con la postura, i movimenti del corpo, ma anche con la voce rimodulata su registri, tonalità e capacità di articolazione diversissimi. Robin’s fa di questi continui cambi di abito e di personaggio una emanazione di L che è stata indossatrice (e infatti nei momenti di titubanza, quando si pensa invecchiata, cerca di rivivere il portamento da mannequin attraversando saggittalmente il palco con pose da vamp). Tutte soluzioni registiche brillanti che Robin’s agisce con innata disinvoltura.
Bravissima a manovrare la bambola a grandezza naturale che nel testo rappresenta la psichiatra (in Adriatico è una bambola gonfiabile, di quelle usate per il sesso, dalla carnagione scura, nuda, la vulva bene in vista) o a interloquire con il topo che nel testo originale è un burattino ma a Robin’s basta manovrare un peluche per renderlo vivo.
La scena è quasi un personaggio a sé non tanto per il frigorifero ma per gli elementi di arredo semplici e stilizzati che restituiscono un preciso gusto grafico e di design, compresa la sedia dove Robin’s già siede immobile come un manichino mentre il pubblico prende posto in sala.  E mentre si cambia dietro le quinte, e in scena rimane solamente il frigo,  Robin’s ci distrae con la performance della sua sola voce che, da sola, riempie la scena.

Quella di Adriatico è una messinscena perfetta, rispettosissima del testo i Copi con qualche piccola invenzione godibilissima (come il campanello della porta che viene in realtà manovrato a vista da Robin’s stessa) o alcuni piccoli cambiamenti (come il doppio abito di cui si è detto,  impossibile da mettere in atto, sostituito da un complesso e continuo cambio di personaggio che Robin’s fa senza sbavatura alcuna, che non servono a correggere il testo ma a servirlo meglio.

Eva Robin’s è di una bravura straordinaria, misuratissima, in un testo tutt’altro che facile e che ci restituisce con una leggerezza e una eleganza indimenticabili, riuscendo a districarsi tra i nonsense, i dettagli scabrosi (la madre che eiacula) con una eleganza e una credibilità che non fa scadere mai nell’ovvio l’iperbole del testo dandole una concretezza che è tutta nella sua statura artistica di interprete magnifica, splendida e indimenticabile.

L’ambiguità identitaria, che sia data dal non saper bene a cosa appartenere, a quale era, a quale genere, a quale classe classe sociale, il rimanere in bilico tra ignoranza o consapevolezza di sé e dei propri traumi. A dover trovare immagini che restituissero questo scollamento dal reale, questo sottile senso di disagio, ci aveva pensato Copi, artista franco argentino, quando nel 1983 pose al centro della scena un frigo dentro a un soggiorno. A dare corpo all’ex modella ormai fuori età massima che si trova rinchiusa nel suo soggiorno – insieme al frigo – e in questo rimane bloccata nei vari passaggi, dalla cameriera alla psichiatra, dall’amante topo, alla voce dell’ex manager, era prima Copi e ora Eva Robin’s, che recupera quella dimensione trasformistica già imposta fin dalle didascalie originali. La regia di Andrea Adriatico – che, presentata ora all’ OFF OFF Theatre, compie venti anni e conferma l’impegno da parte di Teatri di Vita nel dar voce a questo autore un po’ troppo laterale – è rispettosa del testo. Robin’s in questo è magnetica performer, stralunata ed egocentrica, personaggio che deve vestire i panni di altri personaggi, forse manifestazioni del suo inconscio, forse parte del suo privato gioco teatrale (privato e solitario, in quanto nessun altro di vivo abita la scena, anche quando – per esigenze sceniche – servono più personaggi, da didascalia, una è una bambola gonfiabile, un altro è un pelouche). Ne Le frigo si ritrovano tanti aspetti cari al teatro dell’assurdo, emerge quel senso svuotato pinteriano, che ruota attorno a se stesso, bloccato in una situazione senza uscita ma senza la tragicità evidente di Beckett, bensì con un senso ineluttabile che viene più da Jean Genet, dalle solitudini sentimentali dei suoi personaggi, dallo smarrimento identitario che non trova nessun tipo di sfogo se non temporaneo e brevissimo. Del resto, la morte non rappresenta la soluzione, poi forse si rinasce, ma non per una capacità mitopoietica teatrale, quanto perché, più cinicamente bisogna proseguire in mancanza d’altro.

Si entra in sala e si trova l’attrice sul palco seduta su una sedia.
La donna seduta è un omaggio alla multiformità dell’arte di Raúl Damonte Botana, in arte Copi, drammaturgo e fumettista argentino naturalizzato francese (di origine italiana) che, a cavallo tra i ‘60 e i ‘70, pubblicò su Linus delle brevi strisce che avevano come protagonista la Donna Seduta (e nasuta), antieroina crudele e innocente al contempo e figura del teatro dell’assurdo trasportato nel fumetto.
Poi la bravissima, anch’essa multiforme, Eva Robin’s inizia a recitare ne Il frigo, spettacolo ormai ventennale di Andrea Adriatico, tratto da un testo di Copi, in cui interpreta una miriade di personaggi che altro non sono che il frutto dell’immaginazione di una donna sola, la quale vive chiusa in casa in balia di angosce e paure che cerca di esorcizzare attraverso l’invenzione mentale di figure che si rivelano poi più minacciose che amiche.
A fronte di questa situazione di tragica solitudine, però, in sala si sorride e si ride pure perché il teatro si dimostra, una volta di più, strumento di esorcismo del dolore, soprattutto nel caso di Copi capace di scrivere poco prima di morire di AIDS nel 1987, Una visita inopportuna, una pièce teatrale sarcastica che aveva come protagonista proprio un malato di AIDS visitato dalla Morte.
Il frigo, che può essere catalogata tra le opere dell’assurdo, mette in scena, in modo grottesco e crudele, la dissoluzione dei legami umani e dell’identità con un frigorifero, oggetto domestico banale, che diventa centro simbolico e perturbante dell’azione e che fa chiedere agli spettatori cosa contenga senza però ottenere risposte.
Il frigo diventa metafora del presunto contenimento di emozioni, più brutte che belle, di corpi, più morti che vivi, ma anche della società borghese che, conservando tutto, si tiene anche l’orrore e la violenza quotidiana.
In questo dramma non ho ravvisato alcuna morale ma piuttosto mi sono disorientato di fronte all’assurdità dell’esistenza lasciandomi però andare in una fragorosa risata quando è entrato in scena il topo.
Per chi ha voglia di disorientarsi ancor di più rispetto al solito oggi alle 17, a Teatri di Vita, ne ha facoltà.