Francesco. Cantico per creature


Adriatico per Eva Robin’s

presenza Claudia Scuro
scene e costumi Andrea Barberini, Giovanni Santecchia
tecnica Simona Dell’Aquila, Mirko Porta
apporto Gloria Guida, Francesco Iacobino, Simona Pavone
cura Anas Arqawi, Federica My, Saverio Peschechera, Giulia Serinelli

produzione Teatri di Vita
con il contributo di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Bologna
con il sostegno di ABA Lecce – Accademia di Belle Arti di Lecce
con il patrocinio del Comitato Nazionale San Francesco 1226-2026 per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco di Assisi

Prima nazionale: Todi Festival, 4 settembre 2026

Che cos’è un Cantico per Creature?
Non una celebrazione del passato. Non una semplice rilettura del Cantico delle Creature. Ma un dialogo tra due epoche che si guardano a distanza di ottocento anni attraverso uno stesso nome: Francesco.
Da una parte Francesco d’Assisi, autore di una delle più alte espressioni poetiche della nostra tradizione, capace di immaginare una comunità che comprendesse il sole e la terra, l’acqua e il vento, gli animali e gli esseri umani. Dall’altra Papa Francesco, il primo nella storia della Chiesa ad assumere quel nome, scegliendo di collocare il proprio pontificato sotto il segno della semplicità, della fraternità e della cura della casa comune.
Tra queste due figure non esiste soltanto un’eredità spirituale. Esiste una stessa intuizione: riconoscere che nessuno vive da solo e che ogni esistenza è parte di una relazione più ampia.
Il Cantico per Creature nasce da questa visione. Non parla di dominio, ma di appartenenza. Non mette l’uomo al centro del mondo, ma lo restituisce alla sua condizione originaria di creatura tra le creature. Essere creature significa essere vulnerabili. Significa dipendere dagli altri, dalla natura, dal tempo, dall’amore e dalla cura. Significa riconoscere che la fragilità non è una mancanza, ma una condizione condivisa.
C’è una potente risonanza nell’immagine che ha segnato il pontificato di Papa Francesco e la memoria del nostro tempo: la sera del 27 marzo 2020, quando Francesco attraversò da solo la pioggia di Piazza San Pietro durante la pandemia.
In quel gesto sembravano incontrarsi il Santo e il Pontefice, il passato e il presente.
Un uomo solo che parlava a un mondo improvvisamente consapevole della propria fragilità.
Interpretato da Eva Robin’s, FRANCESCO. Cantico per creature non racconta una biografia e non mette in scena una figura religiosa.
Al centro vi è il Cantico stesso, con la sua straordinaria capacità di parlare ancora al presente. Francesco rimane come una presenza discreta, una sorgente da cui nasce una domanda che attraversa i secoli: come possiamo vivere insieme in un mondo fragile?
Il titolo sceglie volutamente la formula Cantico per Creature. Non un canto sulle creature, ma un canto rivolto alle creature di oggi. Agli esseri umani e ai paesaggi feriti. A chi cerca una casa, una comunità, un riconoscimento. A chi vive la guerra, il cambiamento, la differenza, la vulnerabilità come esperienza quotidiana.
In questo dialogo ideale tra Francesco d’Assisi e Papa Francesco, il Cantico diventa una lingua comune che attraversa il tempo e parla al nostro presente. Una lingua fatta di cura, di rispetto e di responsabilità reciproca.
Perché forse la più grande eredità contenuta in quel nome — Francesco — è proprio questa: ricordarci che siamo tutti parte della stessa fragile e meravigliosa comunità di creature.

Visioni critiche e social

‘No, non è Francesco”. La frase ispirata a una delle canzoni più celebri della musica italiana risuona a ripetizione mentre il pubblico del Parco della Rocca di Todi prende posto in silenzio, disponendosi in cerchio attorno a quello che sarà il palcoscenico della serata.
Il debutto in prima nazionale di Francesco. Cantico per le Creature – lo spettacolo di Andrea Adriatico per Eva Robin’s, prodotto da Teatri di Vita – si presenta con una scenografia essenziale, immersa nella natura: solo poche lanterne a terra a illuminare la scena, mentre al centro una figura si erge intonando un canto malinconico. Pochi elementi, ma incisivi.
Il silenzio precede l’ingresso di Eva Robin’s. Indossa un abito giallo, come a voler incarnare “lo frate sole”, in netto contrasto con il nero di Claudia Scuro, che si muove al suo fianco per tutta la performance. Sono circa le 21.15 quando l’attrice e cantante bolognese, dopo aver salutato i presenti uno ad uno, inizia a recitare l’Inno alla creazione.
Al centro dello spettacolo c’è – appunto – il Cantico, capace di parlare al presente in un dialogo continuo con la voce di Papa Francesco – il primo nella storia della Chiesa a sceglierne il nome. Il messaggio del Poverello d’Assisi viene così calato nella contemporaneità, incrociando anche il dramma delle guerre: piccoli droni sorvolano il parco mentre il richiamo alla pace di Bergoglio risuona nell’aria.
“Come possiamo vivere insieme in un mondo fragile?” è la domanda che attraversa i circa trenta minuti di rappresentazione. La risposta si ritrova nel silenzio in cui il pubblico resta avvolto a fine preghiera.

Siamo in terre di San Francesco, e pure di Jacopone, a Todi appunto, per una prima prevista da un Todi Festival negli anni in ricchezza crescente di proposte. La sera del  4 di settembre il programma prevedeva lo spettacolo Francesco Cantico per Creature, prodotto da Teatri di Vita, di Andrea Adriatico per Eva Robin’s.
Il luogo predispone, la vista di cui si beneficia al tramonto, una delle piazze più belle nello stivale, gli antichi palazzi ed anche l’aria che si respira con spettatori e turisti o giornalisti nazionali che presentano i loro libri accompagnati da loro colleghi altrettanto noti, rendono completezza al programma della manifestazione.
L’attesa personale per il Cantico nasce da reminiscenze scolastiche sull’opera che al liceo catturò le attenzioni di uno studente che apprezzava quegli elementi così preziosi, sottolineati dal Santo ben oltre le proposizioni religiose e che adesso tornano in una attualità pericolosamente sospetta, in una ottica da scoprire, anche laica per l’autore e per la scelta di affidarla a Eva Robin’s. Lo spettacolo è al Parco della Rocca, location perfetta per essere immersa nella natura e per ospitare opere d’arte contemporanea e monumentali di Beverly Pepper, quindi tra le antichità di San Fortunato ed i metalli e pietre delle sculture realizzate dall’artista di Brooklyn; come dire tra le medioevali proposizioni liriche del Cantico e le moderne interpretazioni dello stesso.
Le intuizioni delle nostre attese sono confermate da queste scelte e  mano a mano che ci avviciniamo al debutto sublimano verso certezze che procedono verso un apprezzamento sempre più convinto, probabilmente anche perché indotto dalla necessità di trovare appigli che riconcilino verso un sociale più attento al prossimo. Del resto Il Cantico riletto e proposto, malgrado gli ottocento anni trascorsi, è Per le Creature e quindi per tutti coloro che, man mano che lo spettacolo procede, restano colpiti dai concetti sottolineanti nelle declamazioni ma ancora di più dalla riproposizione della voce dell’altro Francesco più moderno, colui che fu preso dalla fine del mondo.
Non restano ai margini ma ne compongono la struttura dello spettacolo, nei ricordi e nelle riflessioni degli spettatori quanto riproposto anche dalle registrazioni di Totò e di Ninetto Davoli nei lavori di Pierpaolo Pasolini, Uccellacci e Uccellini e Cosa sono le nuvole?. Tutte componenti dell’opera, nella luce notturna del parco e delle lampade che delimitavano il palcoscenico.
L’evento si apre – e si chiude- con altra riproposizione dai ricordi battistiani che scandiscono in un martellante sempre uguale Non è Francesco. È proposto in un difficile tono ripetitivo ed efficace da Claudia Scuro, che riesce come in un copia incolla proposto in un automatismo sempre uguale, seppur ottenuto improvvisandone le cadenze in una nenia che lascia i ricordi degli spettatori  “appesi” per il consequenziale giro di basso presente nei ricordi musicali ma che non arriva malgrado sia evocato dai versi.
Eva Robin’s risulta sontuosa nella proposizione mistica del suo ruolo di voce narrante del Cantico, in una credibilità che è entrata nel cuore e nelle menti di chi ascoltava.  Insomma una rinnovata denuncia politica, destinata anche ad indurre riflessioni sulla propaganda, e su quanto possa questa essere efficace nel distogliere il sociale dalla reale necessità di tornare ad essere umani e a non tradire il prossimo. Troppo gravi le attuali devastazioni che il genere umano riesce a compiere in ogni dove nel mondo, in Palestina e Medio oriente, da Oltreoceano ed anche in Europa. Le devastazioni che gli uomini mostrano di riuscire a procurare con disinvoltura su propri simili ma anche in Natura giustificando profitti presunti e non curandosi di emarginati, migranti e oppressi, giustificano oggi come ottocento anni addietro il grido di denuncia del Cantico. Nel lavoro lo si rende attualissimo ed efficace nella conclusione dell’impegno artistico proposto. L’opera lascia scaricato sugli spettatori tutto il magone ed il peso dei contenuti denunciati ed evocati in modo così efficace. Si riuscisse a fare proseliti, come la cultura e l’arte riescono, sarebbe una speranza preziosa, le menti sulle quali agire però potrebbero non essere disposte ad accogliere questi auspici, come pure alcuni argomenti statistici hanno denunciato essendo rimasti coinvolti in tentativi di mistificazione. Anche in questo caso per propaganda.

Mai come oggi ci sarebbe bisogno di ripensare al messaggio di San Francesco, al suo invito alla carità sincera e alla comprensione reciproca, a ricomporre le lacerazioni, animati da uno spirito di limpida fraternità cristiana.
A vivere nella semplicità, amare ogni essere umano e ogni creatura, stare dalla parte dei poveri e costruire la pace attraverso la fraternità, il dialogo e il rifiuto della violenza.
Nell’era dell’intelligenza artificiale e della sempre maggiore deficienza naturale, prenderebbe sicuramente del «comunista» e verrebbe irriso da tutti.
Le tematiche francescane vanno al di là del religioso per approdare in un terreno comune di pace e, nell’ottavo centenario della sua morte, avvenuta esattamente ottocento anni fa, Bologna, che oggi festeggia un altro santo, Petronio, ricorda il Poverello d’Assisi in diverse maniere.
Ieri sera a Teatri di Vita abbiamo assistito, all’aperto, nello spazio adiacente al teatro, a una originale celebrazione teatrale pensata da Andrea Adriatico per Eva Robin’s, che recita, nel buio appena illuminato da lampade poste sul terreno, il Cantico delle creature, il «Laudato si’», con la presenza sull’improvvisato palco di Claudia Scuro.
La recita del Cantico si alternava alle voci di Totò e Ninetto Davoli che, in Uccellacci e uccellini di Pasolini, interpretano due frati francescani incapaci di evangelizzare falchi e passeri, come era stato loro ordinato da San Francesco, e alla voce di Papa Francesco, i cui messaggi riportano alla mente quello universale del santo cui Bergoglio volle rendere omaggio, indicando già nel nome un programma: una Chiesa meno centrata sul potere e sulla ricchezza, più vicina agli ultimi, orientata alla pace e attenta al creato.
Mentre le voci si alternavano tra loro, e con un brano che ripeteva il ritornello ‘non è Francesco’ sulle note della canzone di Battisti, con il comune obiettivo di ricordarci che siamo tutti parte della stessa fragile e meravigliosa comunità di creature, dal cielo sono arrivati, come segno sorprendente dei nostri tempi, due droni che, a differenza di quelli militari, si sono posati dolcemente sulle mani delle protagoniste, in segno di pace.
Dobbiamo crederci alla pace!
4 Ottobre, festività di S. Francesco d’Assisi. Diversi teatri hanno proposto o proporranno eventi ispirati al santo dei “frati minori”: il musical “Perché a te?” che ha fatto da anteprima al Celebrazioni, il concerto di Branduardi al Duse domani.
Per la serata in questione ho scelto invece, ai Teatri di Vita, la riproposizione creata da Andrea Adriatico per Eva Robin’s con il titolo di “Cantico per creature”, delle “Laudes creaturarum”, che l’assisiate compose e musicò nei suoi ultimi anni accordandosi con i celebri versetti biblici di Daniele (“Benedite opere tutte del Signore il Signore… Benedite cieli… terra… acque…).
Gli spettatori sono stati fatti entrare, nel buio del giardino che circonda il teatro, quasi in una processione rituale, all’interno di un cerchio di sedie dove Robin’s, in abiti dorati da Santa, e una seconda misteriosa figura femminile in nero, accolgono uno ad uno gli ospiti.
A questo punto inizia qualcosa che sta a metà fra la forma breve di una sacra rappresentazione medievale e un’installazione postmoderna, nella quale alla recita dei versi nell’antico umbro del santo, sono via via alternati quelli scritti da Pasolini per il Totò di “Uccellacci e uccellini” e alcune riflessioni di Papa Francesco sui medesimi (ma non sempre) soggetti del Canticum. Il tutto “condito” da alcuni simboli (come i droni o la stella di David) cari evidentemente all’ultimo Adriatico, che rimandano ai più recenti e ancora presenti eccidi, e già in parte adoperati in “Sette bambine ebree. Un’opera per Gaza”.
Il senso dell’operazione sembrerebbe (anche in virtù delle note di presentazione) quello di un’ode laica ad una fratellanza in nome di un luogo d’origine e di una fine comuni ad ogni vivente. Si esce invece “dal cerchio” piuttosto con la sensazione di un Requiem per la Terra, con tanto di rintocchi di campana e della negazione di ogni presenza di francesca-nesimo intorno a noi… sulle note di Battisti.

Francesco è, per chi ha fede e la pratica, anche un Santo, ma Francesco per tutti e soprattutto è un uomo, è una espressione, forse la più piena, della Umanità e del suo essere, l’Umanità intendo, dentro e non sopra o al comando di un universo ‘naturale’ di cui è uno dei ‘doni’, che la completa ma non si esaurisce in essa. L’uomo e la Donna, lo abitano e Dio è l’amore anche se laico e profano che portano, quando lo portano, verso questo Universo.
Francesco, cantico per creature, lo spettacolo prodotto da Teatri di Vita di Bologna nell’ottocentesimo anniversario della sua morte, è anch’esso per sua stessa definizione un dono, è un cantico ‘per’ le creature, quelle fragili apparenze ‘umane’ che lo frequentano, perché ne abbiano coscienza, un dono che Andrea Adriatico, che lo ‘traveste’ sapientemente, affida sulla scena ad Eva Robin’s, che lo interpreta bravamente (non solo per la qualità della sua presenza ma anche per il ‘coraggio’ che la guida).
Una scelta guidata da una intuizione credo, quella che il ‘poverello’ non esprima tanto un’idea o un’ideologia, ma sia, umano tra gli umani, un segno per fortuna irriducibile dell’Umanità che carsicamente scorre e carsicamente talora emerge in qualche modo e in qualche vivente che cerca di illuminare le tenebre del proprio orgoglio, in questo facendosi ‘compagno’ anche di chi da lui sembra così distante.
Che sia innanzitutto annullamento del sé ‘ipertrofico’ che man mano si è impadronito dell’uomo e della donna per ricostruire, mi si perdoni il linguaggio psicanalitico ma è per questo efficace, un ‘Io’ che sia accoglienza dell’altro e degli altri per fare della singola identità un legame tra le profondità dell’Es che ci circondano, umani, animali, minerali, fantasmi, sogni, lontani e innumerevoli pianeti precipitati in questo microcosmo finalmente consapevole.
Andrea Adriatico costruisce il suo spettacolo oscuro e umbratile come fosse la fiaccola sotto il moggio o l’evangelica lanterna ad olio che non ‘deve’ spegnersi, intuendo nel francescano Cantico delle creature, che ne è il centro, una sorta di lirica summa di un pensiero ‘spirituale’ ma laico che solo nella poesia può dipanarsi.
Attorno ad esso richiama, quale recente emersione nel tempo della storia di quel fiume carsico che dicevamo innanzitutto nella suggestione del nome, Papa Francesco, primo e forse ultimo pontefice, e certamente in piena consapevolezza, a così ‘nomarsi’.
Nelle citazioni di quest’ultimo che si incistano nel testo la poesia si fa ‘insegnamento’ al modo delle Parabole quasi, simbolico ‘certo’ ma di una concretezza e di una profondità rara, un insegnamento che è esegesi, commento e interpretazione di quella poesia, ivi comprese le ‘umane’ e cosiddette cadute di stile (“c’è tanta frociaggine”) che però forse non sono ‘condanne’ ma anch’esse atti ‘disperati’ d’amore.
In risonanza, così la definisce il foglio di sala, il ricordo del Papa solo in una Piazza San Pietro deserta a pregare, quasi un soliloquio con se stesso, durante la Pandemia per una Umanità che sembrava finalmente accorgersi (per quanto tempo?) della propria fragilità.
Francesco d’Assisi dunque, come ha detto Massimo Cacciari, annulla il suo io e fa spazio dentro di sé all’altro e agli altri da sé e così facendo conquista una lucida padronanza e conoscenza fino a far esplodere la ‘monade’ egocentrata che ci imprigiona.
Dunque è in questo un ‘deviante’, di quella ‘devianza’ saggia e sapiente che smaschera ogni ‘pensiero unico’, in tutti i modi storici con cui si è manifestato, aprendoci al pensiero infinito di noi e degli altri, se insieme.
Di questo, ci dice lo spettacolo, il rifiuto delle armi, la cura del creato e di tutte le sue creature, il rifiuto del denaro, dio ormai sfrenato del nostro tempo, la povertà e il dono, la beatitudine dello stupore che dà gioia (Francesco, anzi tutti e due i Francesco, amava la gioia come condizione del vivere), e infine la ‘buona’ politica, quella vera, sono la intramontabile conseguenza.
<<La politica tanto denigrata è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità perché cerca il bene comune>>.
Non a caso a tenere compagnia a Papa Francesco Andrea Adriatico chiama il Totò/Pasolini di Uccellacci e uccellini, in un controcanto tra la voce registrata di Papa Francesco e quella di Totò capace di illuminare la prosa dell’uno nella poesia dell’altro, irrorate entrambe dall’immortale Cantico dell’uomo di Assisi, un uomo inattuale e fuori del suo e del nostro tempo.
<<beata l’erba fresca, l’ortica, la cicoria e chi se la magna che dio l’abbia in gloria>>.
Uno spettacolo breve ma di grande intensità, che coglie e supera l’occasionalità dell’anniversario francescano (quanta retorica dai grandi media solo per cercare di disinnescare il suo messaggio che viene da lontano e va lontano) cui il bellissimo scenario dei giardini di Teatri di Vita a Borgo Panigale nella cui ombra sembrano scomparire generi, identità e diversità, e la ‘presenza’ di Claudia Scuro, sono robusta eco che rilancia il fascino delle parole e dei suoni che sempre sembrano accompagnarle.
A richiamarci “sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare”, una campana che suonava a morto ha accompagnato lo spettacolo, che come le nostre vite trova la sua ragione di essere ed il suo senso proprio nel suo termine.
A Bologna il 3 Ottobre per trenta spettatori, molto sentito.