
Il ritorno al deserto
di Bernard-Marie Koltès
uno spettacolo di Andrea Adriatico
Traduzione Luca Scarlini
con
Francesca Mazza, Mathilde Serpenoise
Maurizio Cardillo, Adrien, suo fratello
Ali Baidoun, Aziz, domestico a giornata
Nunzio Calogero, Saïfi, padrone del caffè
Gianluca Enria, Plantières, questore
Andrea Fugaro, Mathieu, figlio di Adrien
Maria Grazia Ghetti, Maame Queeleu, domestica che vive in casa
Sara Kaufman, Fatima, figlia di Mathilde
Angela Malfitano, Marie, prima moglie (morta) di Adrien – Marthe, sua sorella, seconda moglie di Adrien
Marco Matarazzo, Edouard, figlio di Mathilde
Fabrizio Molducci, Borny, avvocato
Paul Ngeh, Il grande paracadutista nero
Stefano Toffanin, Sablon, prefetto del dipartimento
Aiuto regia Daniela Cotti
Costumi Andrea Cinelli
Scene Maurizio Bovi
Fotografia Raffaella Cavalieri
Movimenti di macchina Eros Paradisi
Suono Alessandro Saviozzi
Spazio Davide Di Pede
Luci Matteo Nanni
Assistente scenografo Eros Paradisi
Produzione esecutiva Monica Nicoli
Promozione e cura Emilio Ricciardi
Ufficio stampa Giampiero Leoni
Si ringrazia Laterizi Danesi
Produzione Teatri di Vita
Oggi torno al mio deserto personale, accompagnato da un autore che mi entra nel sangue e da lì, su su fino al cuore. Il mio legame con la sua scrittura è sconvolgente, fin da quando lessi in un sol fiato la notte poco prima della foresta.
Era la mia lingua. Era dentro.
Di lì in poi non l’ho più abbandonato, è tornato nei miei spettacoli, nei miei film, come una cosa che entra e esce dalle proprie abitudini. La sua lingua, mi ripeto, è un’abitudine, come fosse la lingua dei miei amori e dei miei affetti. Ci sono voluti però vent’anni di teatro e qualche pensiero sul cinema, uniti forse alla maturità dei quarant’anni per scegliere di metterlo in scena intero, senza “rileggerlo”, affidandosi semplicemente, amorevolmente al suo parlare.
E dunque eccomi qua.
Non presento mai gli spettacoli. Ho uno strano rapporto con lo scrivere di me. Ma questa volta ci vuole. il ritorno al deserto è un’emozione folle, selvaggia, strana. Mi ha restituito l’amore per il teatro in anni di difficoltà emotiva stringente, tallonante: mi offre in un sol colpo la possibilità di scoprire la forza di Shakespeare, la leggerezza di Goldoni, la spietatezza di Sade, la morbosità di Pasolini e tutto il contemporaneo della mia vita.
Tre lingue diverse si agitano in questo deserto. La lingua della religione, quella della cultura e quella dell’emarginazione, e si costruiscono il loro alfabeto attraverso tre grandi universi teatrali: il dialogo brillante, il monologo e il soliloquio.
E’ un deserto che ha uno strano rapporto col tempo e con le fughe. Tutti scappano da qualcosa, tutti temono l’ignoto, tutti sono occupati a cercare vie d’uscita senza trovarle.
O forse sì, le trovano, nell’unico amore possibile, quello tra fratelli incestuosi.
Per gli altri l’amore è semplicemente l’inesistenza. Questi personaggi disperatamente senza amore sono miei, sono nella pelle.
Scoprire che Koltès, come si addice ad uno sceneggiatore di fiction da casalinghe disperate, scrive i 100 anni della storia della famiglia Serpenoise, un piccolo racconto in prosa, che situa nel suo centro l’azione de il ritorno a deserto, mi fa amare tutto questo ancor di più. E’ finalmente l’ora di raccontare una saga, la storia di una famiglia e delle sue tare, che attraversa cent’anni (di solitudine) per finire sotto una palma, al sole, a chiudere gli occhi mentre scivolano addosso un gruppo di paracadutisti che flottano nell’aria.
Il deserto di Koltès è anche un noir francese, anni ’60, coi colori spessi e tinte bizzarre e d’atmosfera. E’ il Miles Davis di ascensore per il patibolo, e allo stesso tempo la guerra d’Algeria. Ma in realtà il ritorno al deserto è l’opera testamento, l’opera che sa di mattoni e di morte imminente. La tragedia dell’aids, come a Derek Jarman col suo magnifico blue, impone anche a Koltès di lasciare un’eredità. Un’eredità che pesa, come una pietra. Che senso ha partorire figli… “le donne dovrebbero partorire sassi, un sasso non da fastidio a nessuno, lo metti lì, in un angolo del giardino, e lo dimentichi” dice Mathilde dal profondo del suo deserto.
Per questo ho unito per la prima volta in questo lavoro il mio teatro al mio cinema. Dovevo unirmi io prima di tutto. Avevo bisogno di esplorare la profondità di campo e il primo piano, il soliloquio e il monologo, il sé e l’altrove legati indissolubilmente al dialogo, alla nostra parte sociale, al nostro dover stare nel deserto.
Non ho mai amato le commistioni.
“L’immagine è la prigione dell’anima” racconta proprio Jarman nel suo blue monocromo. Ecco perché penso che il teatro sia nella carne, nella voce, e nella disperata vitalità. Ma Koltès fugge oltre il teatro, prova a saltare altrove, mentre la terra gira alla sua velocità di sempre. Io posso solo provare ad inseguirlo, in quegli angoli inconfessabili dove il teatro, a volte non arriva…
(Andrea Adriatico, 1 marzo 2007)
Il ritorno al deserto, scritto nel 1988 e mai rappresentato in Italia, è lo straordinario ritratto di una famiglia dell’alta borghesia francese in piena decadenza, lacerata da scontri umani e da lotte per l’eredità. Il tutto sullo sfondo dell’imponente ritorno in patria dei “piedi neri”, cioè i coloni francesi scappati dall’Algeria in seguito alla guerra di indipendenza del paese nordafricano agli inizi degli anni 60.
Lotte familiari, cornici storiche, scontri interetnici, diventano per Koltès occasione di scrittura di un’opera unica, che attinge dalla realtà e la trasforma in una narrazione classica, quasi mitologica, dove realtà e visione si mescolano in un vertiginoso affresco che anticipa i nostri giorni.
Ne Il ritorno al deserto Koltès retrodata il presente della scena al passato storico della Francia sconvolta dai contraccolpi sociali della decolonizzazione in Algeria: questa è la cornice dello scontro che si consuma all’interno di una famiglia borghese, intesa come luogo dell’inferno sociale, e rappresentata come una saga (a questo proposito Koltès scrive un racconto ‘genealogico’ dal titolo Cento anni della storia della famiglia Serpenoise).
L’ospite inatteso è Mathilde Serpenoise, che ritorna nella casa d’origine reclamando al fratello Adrien, capitano d’industria, i suoi diritti ereditari: uno lo specchio dell’altra, i due fratelli si rinfacciano colpe e responsabilità in un crescendo di interessi meschini, pulsioni di morte e auto-annientamento, pur essendo drammaticamente legati da una segreta passione amorosa.
Castrati e sconfitti dalla lotta intestina sono i rispettivi figli Fatima, Éduard e Mathieu, anch’essi avviluppati da desideri, segreti e nevrosi. Fuori le mura della casa, invece, a essere colpiti sono gli immigrati maghrebini, come dimostra l’attentato contro il caffè Saïfi organizzato dai poteri pubblici del Capitalismo (l’industriale Adrien), della Legge (l’avvocato Borny) e dello Stato (il prefetto Plantières).
Dopo i tre “pezzi” dedicati a Koltès nei primi anni 90 (L’ultima notte, Fuga e Là, dove ci si vede da lontano), e dopo numerosi omaggi disseminati nella sua opera teatrale e cinematografica, Andrea Adriatico torna a cimentarsi con la drammaturgia dell’autore francese, scegliendo il testo de Il ritorno al deserto, un’opera densa di implicazioni psicologiche, sociali e storiche. Confermando il suo interesse per l’uso drammaturgico dello spazio scenico, per il linguaggio cinematografico e per la funzione attiva dello spettatore, Adriatico compone uno spettacolo corale che si snoda tra i diversi livelli della vicenda con l’uso dei diversi mezzi artistici, e componendo la sua prima opera espressamente costruita sull’intreccio fra teatro e cinema. In compagnia di uno straordinario e numeroso gruppo di attori per un’opera corale nella quale emergono sinistramente e dolorosamente i personaggi interpretati da Francesca Mazza e Maurizio Cardillo.
Visioni critiche
Il ritorno al deserto è stato giudicato come uno dei dieci migliori spettacoli italiani della stagione 2006/07 da Franco Cordelli (“Corriere della sera”, 5 giugno 2007); e come “spettacolo dell’anno” per il 2007 da Massimo Marino (“Corriere di Bologna”, 30 dicembre 2007), che segnala anche Maurizio Cardillo come “migliore attore”.
Il ritorno al deserto ha ricevuto voti in diverse categorie (miglior spettacolo, miglior regia, migliori attori protagonisti e non protagonisti, miglior testo straniero, migliore scenografia) per i Premi Ubu dai critici Sergio Colomba, Franco Cordelli, Lorenzo Donati, Gerardo Guccini, Osvaldo Guerrieri, Katia Ippaso, Gianni Manzella, Massimo Marino e Franco Quadri, arrivando al ballottaggio finale nella categoria “miglior testo straniero”.



