L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi 2017-11-23T10:03:33+00:00

Project Description

L’omosessuale

o la difficoltà di esprimersi

di Copi

uno spettacolo di Andrea Adriatico

con Anna Amadori, Olga Durano, Eva Robin’s
e Andrea Fugaro, Saverio Peschechera, Alberto Sarti

cura Saverio Peschechera, Daniela Cotti
scenotecnica e luci Salvatore Pulpito
costumi Valentina Sanna
scene Andrea Cinelli
organizzazione Monica Nicoli
grazie a Stefano Casi
ad Alfredo Ormando
Debutto: Bologna, Teatri di Vita, 12 luglio 2012.

In Cina! In Cina! In Cina! Sembrano lontane parenti delle tre sorelle di Cechov… Eppure sono tre decadenti e decadute gran signore (o signori?) autoesiliate in una Siberia da cui non riescono a uscire, assediate da lupi affamati… Sono Irina, la Madre e la signora Garbo, tutte in corsa verso qualcosa, in un caleidoscopico delirio camp.
L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi è uno dei testi più travolgenti di Copi, che nelle vesti della signora Garbo l’ha portato in scena a Parigi nel 1971 con la regia di Jorge Lavelli.
La commedia è un inesauribile accavallarsi di colpi di scena che ogni volta modifica completamente ogni riferimento, a cominciare da quello sessuale. È il trionfo del delirio transgender e psichedelico, che esplode in una graffiante comicità. Si ride di cose atroci, mentre il mondo alla deriva rappresentato in quella capanna nella steppa assomiglia sempre più al nostro mondo scardinato.
La strampalata storia di Irina e della Madre nella steppa, sempre in procinto di partire per un altrove che non esiste, mentre ricevono la visita di personaggi come loro senza un’identità e un sesso definitivi, è una vera cavalcata nella più sfrenata fantasia, che moltiplica la comicità di Copi per descrivere con il sorriso l’umanità lacerata dei nostri tempi. Un’umanità dove “la difficoltà di esprimersi” ha l’immagine atroce delle mutilazioni: fisiche, umane, sociali.

Visioni critiche

Andrea Adriatico ha ricevuto il voto di Sandro Avanzo per la miglior regia per L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi ai Premi Ubu 2013.

Lo spettacolo ha ricevuto una nomination per il premio Rete Critica da parte di Roberto Rinaldi (Rumor(s)cena), con la seguente motivazione:
Sembra tutto sovraccarico e ridondante ma la materia drammaturgica e teatrale di Copi viene resa con un’esemplare leggerezza dal regista Andrea Adriatico, esaltata dalla recitazione superlativa delle tre bravissime protagoniste affiatate e in grado di reggere la scena all’aperto a pochi metri dal pubblico che si diverte non senza cogliere un messaggio di sconforto alla base della commedia.

Lo spettacolo è al quarto posto nell’elenco del miglior teatro LGBT del 2013, a cura di Sandro Avanzo per cinemagay.it, con la seguente motivazione:
Dopo aver portato in scena tanti testi di Copi si può dire Eva Robin’s “è” il suo emblema nel teatro italiano. Nella galleria non poteva mancare l’interpretazione di Madame Garbo (ruolo che fu dello stesso Copi). Irresistibile si ispira alla Joan Crawford degli anni ’40 giocando col kitsch dell’abbigliamento balneare e col camp delle situazioni inanellate tra lupi famelici della steppa e treni transiberiani che non partono mai. Diretta ancora una volta da Andrea Adriatico è in lizza con una erinni come Olga Durano e una falsa mite Anna Amadori. Strampalata e graffiante guerra di regine.

Lo spettacolo ha vinto l’edizione 2012 del Premio Facebook/Short Theatre.

Al di là di ogni considerazione psicanalitica, L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi di Copi rimane una gran bella commedia. Anzi, una farsa: non a caso le protagoniste, donne­uomini, travestiti e transgender, operate(i) più e più volte, mutanti del desiderio e della nevrosi, invocano più volte l’intervento terapeutico di un dottore che si chiama Feydeau come il padre della pochade, inventore di decine di matematici congegni a orologeria comici che finì la sua vita in una clinica psichiatrica. Ma i segni anzi i sintomi, anche involontari, nell’indiavolato divertimento surreale messo in scena da Andrea Adriatico all’aperto a Teatri di Vita di Bologna, sono molti: da un generale Puskin a quella maestra di piano Signora Garbo (garbo, non a caso), che si scoprirà essere anche lei, come tutti, un essere dall’incerta identità sessuale molto glamour (interpretato dalla dea dell’ambiguità, Eva Robin’s, ormai trasformata compiutamente in brava attrice). E ci sono una signora Simpson, quasi una premonizione dell’artista (scrittore, attore, romanziere, disegnatore) franco­argentino morto di Aids nel 1987 della signora Marge dalla svettante chioma blu, e una “ragazza” Irina, come una delle tre sorelle di Cechov.
Copi mescola, svia, rigira, porta al divertimento più sfrenato e assurdo per lasciare un retrogusto di realtà profonda, psichica, sempre dolorante, con allegria. In questo testo deforma e fa esplodere la commedia borghese, intingendola in un’omosessualità, come recita il titolo, “difficile a esprimersi”. Irina vive con la presunta madre, signora Simpson. E’ una specie di ebete ninfomane. Si dichiara incinta, non si sa di chi, scatenando la gelosia dell’altra donna, che si scopre essere stata la sua (il suo?) amante, operatosi (operatasi) per amore (da uomo a donna? da donna a uomo?). Mentre nella dacia in Siberia, assediata dai lupi e dal gelo, arriva la maestra di piano Garbo, di cui la ragazza sarebbe innamorata, che forse l’ha messa incinta, ma forse no. Dopo un aborto, l’irruzione di un generale e del marito della signora, dopo vorticose rivelazioni di altre identità,nascoste, diverse, in un vortice che mescola i generi sessuali, li rende indistinguibili, dopo la scoperta di un topo nel didietro della signorina diventata anoressica (il topo fu uno dei personaggi chiave dei fumetti di Copi, pubblicati in Italia su “Linus”), tra sogni di evasione e ribaltamenti, ancora, delle apparenze e dei desideri, sperando di raggiungere la Cina (come parodia dell’”A Mosca! A Mosca!” delle Tre sorelle), si finisce dove si era iniziato: in rivelazioni che non scoprono nulla, che ribadiscono la meravigliosa straziante confusione della vita, abolendo le categorie con lo sberleffo, aprendo la libertà, anche quella del dolore del sé profondo.
Il testo è stato letto come macchina nevrotica, come esplorazione di pulsioni represse. Resta una farsa irresistibile, che Adriatico affronta con la mano felice rivelata in altri Copi (Le quattro gemelle, Il frigo). La Siberia la ambienta all’aperto, sotto alberi frondosi e frastuono di cicale. E’ un telo bianco steso per terra dalla signora Simpson e da Irina in costume da bagnanti, con asciugamani, occhiali da sole, palette e secchielli. La signora Garbo arriva su impossibili trampoli da drag queen e gli uomini irrompono dal parco esterno in costumi improbabili con pelouche,scavalcando una rete di recinzione. In un angolo se ne sta, senza interferire, una madonnina di Lourdes, non sappiamo se stabile in quel sito o se oggetto di scena. Le rivelazioni vorticose, con una citazione anche della “visita inopportuna” che concluderà la vita dell’autore (è il titolo dell’ultima pièce scritta da Copi, che ride con allegra amarezza della sua malattia), si susseguono tra stralunamenti, infantilismi, vezzi, voci baritonali delle gentili fanciulle, colpi di scena nel gioco dell’amore, racconti di operazioni multiple e fughe da Casablanca, in cerca di identità sempre instabili, mai delimitabili.
Il mondo mutante, utopico di Copi, diventa gioco, spaesamento, divertimento a ritmo di una meravigliosa canzone francese come refrain, Mélocoton di Colette Magny, segnata dalla ripetizione della frase “io non so niente”, per chiudersi su quell’altro canto alla bellezza, all’amore, alla disperazione che è Cosa sono le nuvole di Pasolini e Modugno. Tutto è retto dalle tre interpreti. Se alla prima si nota ancora qualche tempo comico non perfetto, si capisce che con le repliche il meccanismo diventerà ben oliato. Olga Durano, un po’ Bette Davis un po’ Tina Pica, con un’improbabile parrucca nero corvino che dà il meglio di sé quando è scarmigliata, ricorda pure il grande compianto padre Giustino (interprete, per altro, di Una visita inopportuna): spinge, sostiene, dà ritmo, furoreggia, trascina. Anna Amadori, Irina, è un fragile animale tutto istinto smarrito nella vertigine della carne e nella vertigine delle mutazioni, fino alle soglie di un’ebetudine simile a quella del Pierrot contadino di Watteau, in un indimenticabile disegno dell’idiota come natura, come vittima e carnefice agito dalla carne che travolge ogni possibilità di pensiero, ammaccata, violata, trionfante. Eva Robin’s, sotto le mossette, questa volta virate a una prestanza scenica quasi ginnica, con pose plastiche compiute e subito smontate, dimostra una maturità d’interprete che va ben oltre la parodia, inoculando sguardi assassini e coltellate di sensibilità nei vortici della pochade. Anche il contributo, veloce, degli uomini (Maurizio Patella, Saverio Peschechera, Alberto Sarti),aggiunge leggerezza e un vago senso di minaccia esterna, in un lavoro che si chiude impacchettando gli scarni arredi di scena, forse per partire, più probabilmente per finire, sospesi sull’abisso del poter essere, del voler essere, del provare e trasformarsi a essere, sotto la farsa del dover essere.
Atmosfera quasi beckettiana e sintassi dell’assurdo declinata in chiave omosessuale, transessuale, pansessuale ­ è difficile nella voluta complessità degli intrecci ritrovare la fabula e i principi essenziali della narratologia ­ questa, in una brevissima descrizione, l’essenza dell’ultima creazione di scena di Andrea Adriatico per Teatri di Vita, L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi.
Lo spettacolo del drammaturgo franco ­ argentino Copi, proposto all’interno del cartellone festivaliero Cuore di Grecia raccoglie consensi nella nicchia che vive con passione le proposte sempre interessanti del teatro di via Emilia Ponente. Tantissimi i pregi: innanzitutto la possibilità di scoprire un testo brillante e irriverente, una regia fuori dagli schemi, capace di riplasmare uno spazio marginale della città in un’arena dell’incredibile, dove campeggia una sorta di salice piangente guarnito da una decadente cascata di finocchi, gioco probabilmente allusivo, così come le mutilazioni via via messe in scene, del senso di caos e della difficoltà di esprimersi e dare etichette della rappresentazione omosessuale, e della società tutta.
Ottimo anche il gioco di interpretazione creato dagli scambi irriverenti tra le tre attrici, con il loro rovesciamento dell’ideale terzetto neoclassico delle Grazie. Antieroiche, lontane dal canone della donna tradizionale Eva Robin’s, Olga Durano e Anna Amadori: ciniche, brutali, parodiche, perfette interpreti di una scena irresistibilmente grottesca. Gustoso in generale l’effetto di ribaltamento di grandi maschere classiche: il generale della steppa che assume i tratti dell’amante di Jean Claude di Sensualità a corte, l’insegnante di piano dall’aspetto tutt’altro che asburgico, un rapporto genitori – figli sviscerato e continuamente capovolto fino alla labirintica dispersione.
La trama? Inutile provare a capire chi sia Irina, chi siano i suoi amanti, di chi sia il feto che espelle volgarmente mentre narra dei suoi incontri occasionali tra le foreste e le stazioni di una metaforica steppa. Anche un terzetto di uomini in scena, anche se solo come comprimari: Maurizio Patella, costante presenza degli spettacoli di Adriatico, Saverio Peschechera e Alberto Sarti. Vastissima l’eco di riferimenti che si possono intravedere tra i meandri del testo, tra le foglie degli alberi immobili e cangianti della scenografia: c’era un incubo freudiano dietro alla morbosa voracità di Irina che porta dentro di sé il suo topolino? Difficile dirlo, meglio rinchiudersi in una montaliana definizione per via negativa.
Escono all’improvviso allo scoperto, sembrano in preda ad un frenetico desiderio di andare da qualche parte senza saperne la meta. Trascinano un telo di gomma bianca pesante ed ingombrante. Indossano costumi da bagno fosforescenti e sono truccate in viso vistosamente. Sono eccessive in tutto mostrando un’ esuberanza da travolgerle in uno strano destino che incombe e terminerà con un sacrificio collettivo. Sono madre e figlia a cui si aggiunge una terza donna, del genere femme fatale. Tre donne ma potrebbero essere anche uomini divenuti donne o trans, categorie permeabili ad un desiderio di essere quello che non si è ma che forse neppure si vorrebbe essere ma che da qualche parte (malgrado loro) sono. Stiamo parlando delle tre protagoniste de L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi, testo di Copi scritto nel 1971 e dato alle stampe con il preciso intento di rendere palese la sua omosessualità. Tre anime in pena che girovagano per il parco dei Teatri di Vita di Bologna, sotto un albero a cui sono stati appesi dei finocchi, ortaggio comunemente utilizzato in cucina, ma qui sospeso per aria come metaforico addobbo ad arricchire una parodistica commedia dai toni volutamente sopra le righe, scandalosamente vera e malinconica nel suo scandagliare dentro le pieghe di un universo umano che più contraddittorio di così si muore.
Il regista Andrea Adriatico ambienta la storia di queste sventurate confinate volontariamente in Siberia (il cambio di sesso è la loro colpa!), tra le fronde degli alberi, un prato arso dalla siccità che esalta la connotazione surrealistica del posto. Una sorta di pianeta lontano da noi quanto simile ad un mondo virtuale dove rifugiarsi in cerca di sollievo, in fuga da una vita senza scopo. Si fa strada nelle povere esistenze di queste donne, alla deriva senza speranza, un’ ineluttabilità spinta verso un’utopico miraggio per un amore agognato e mai realizzato.
Eva Robin’s, al quale il regista affida il ruolo di una vamp uscita da qualche rivista patinata, è intenzionata a portarsi via la sventurata Irina per ricominciare un’improbabile vita in Cina. Olga Durano (figlia d’arte di Giustino Durano, indimenticabile attore del teatro italiano) è una madre arcigna e severa mentre Anna Amadori è la figlia ninfomane quanto labile e vulnerabile. Tre attrici strepitose capaci di rappresentare la follia di pulsioni e sentimenti opposti, odio e amore, eros e thanatos, dove il perturbante è sempre in agguato. Copi anticipa con la sua lucida visionarietà e una buona dose di comicità pungente, alla base del suo teatro, capace di ironizzare la tragedia della vita di chi si sente relegato ai confini di una società che lo ha espulso.
Il diverso qualunque esso sia è tenuto alla larga e visto con sospetto. Ovvero la “difficoltà di esprimersi” con l’unica colpa di essere omosessuale. Le azioni sulla scena vengono reiterate come se un gesto, un comportamento umano sia vincolato dal meccanismo della coazione a ripetere. Più lo ripeti e più speri di rimuoverne la causa. Tutto inutile: Copi fa capire che dentro l’inconscio umano ci sono variabili impazzite che mai potranno essere sconfitte. Il dolore viene anestetizzato dal piacere dissacrante che fa sembrare tutto imprevedibile o meglio non prevedibile. Si può spiegare l’amore qualunque esso sia? Copi non lascia scampo e appena tu credi di aver decifrato un semplice indizio lui confonde tutto e rimescola le carte. Irina confessa una gravidanza ma cambia versione, ogni volta per ingannare la madre che tenta di sapere chi sia l’uomo responsabile di averla messa incinta.
Una figlia ex figlio? Un tempo era un uomo che ha desiderato diventare donna o il contrario? La sessualità femminile convertita in quella maschile. Di sicuro sono identità di genere in dissolvimento. Confini inesistenti, amori evanescenti. C’è materia in abbondanza per un manuale di psicoanalisi. Irina cerca la fuga da una madre possessiva e gelosa della Signora Garbo molto “garbata” e suadente, nonché insegnante di pianoforte della figlia, di cui forse è la responsabile della sua gravidanza ma a cui è difficile credere con gli strumenti del raziocino messo a dura prova comunque. Non per una legge della natura umana da rispettare ma per quel sentimento di incredulità che ti assale nel percepire come ne L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi, possa accadere di tutto o il contrario di tutto. E allora compaiono strampalati personaggi simili a folletti, (Maurizio Patella, Saverio Peschechera, Alberto Sarti), sbucati improvvisamente da dietro gli alberi. Appare un generale, il marito della signora, viene evocato un medico che si chiama Feydeau (e non può che pensare al celebre autore del teatro comico francese), per gli strani malesseri di Irina che espelle dalle viscere perfino un topo. Sembra tutto sovraccarico e ridondante ma la materia drammaturgica e teatrale di Copi viene resa con un’esemplare leggerezza dal regista Adriatico, esaltata dalla recitazione superlativa delle tre bravissime protagoniste affiatate e in grado di reggere la scena all’aperto a pochi metri dal pubblico che si diverte non senza cogliere un messaggio di sconforto alla base della commedia.
È un pungolo al perbenismo di una borghesia ipocrita messa alla berlina dall’autore argentino/francese. Tra secchielli e palette di plastica, una madonna di Lourdes formato giardino posta nell’angolo che crea stupore per una presenza impossibile da comprendere se voluta o casuale. Oggetto di scena su quel fazzoletto di terra ed erba secca e bisognosa di pioggia che solleva polvere ad ogni passaggio, dove si consuma una processione laica e strampalata in cui appaiono sentimenti soffocati e inibiti, esibizionismi da draag quen su scarpe dai tacchi vertiginosi. Piombano improvvisamente a terra i finocchi/ortaggi: è il segno del sacrificio. Vittime e carnefici di se stesse. Arrotolate dentro un sudario artificiale dove Copi seppellisce per sempre una vita che forse non voleva nemmeno iniziare.
Entrano in scena fianco a fianco, Irina e Madame Simpson, al secolo Anna Amadori e Olga Durano, gli sguardi spietati, spiegati come vele, e il passo brusco da gendarmi, tutt’attorno la steppa siberiana che ci s’immagina nel cuore della cortica erbosa. Entrano leste e si sdraiano lontane, le due, avide entrambe di un posto al sole. “Ho ricevuto una lettera dallo zio Pierre, è molto preoccupato per te. Si chiede perché hai lasciato il corso di piano”, fa la grande alla piccola, inquisitoria. E nuovamente la incalza: “Irina, chi è il tuo amante?”.

Un parrucchiere promiscuo o qualche cosacco girovago, o forse un rivoluzionario fedifrago, l’ufficiale Garbenko? Oppure ancora, inattesa, l’insegnante di piano, la signora Garbo, un transgenderdal corpo di donna ed il sesso maschile – Eva Robin’s in scena – che per Irina ha perso la testa, e che è pronta, è pronto, a fuggire con lei oltre frontiera, sui binari diacci della transiberiana?

“Ci sono delle circostanze nella vita e lei, signora Simpson, lo sa meglo di me, in cui non si può fare a meno di essere sinceri”, fa la Garbo dichiarandosi a Irina. E nella sua battuta, la stessa che scrisse e pronunciò Raúl Damonte Botana, in arte Copi, autore e attore della pièce, durante la prima dello spettacolo al Théatre de la Resserre di Parigi, anno 1971, c’è il grattacapo centrale, oltre il sipario: quello dell’incomunicabilità di sé stessi.

“L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” è una commedia tragica (o una tragedia da avanspettacolo) fra le più potenti e pungenti del vignettista e drammaturgo franco-argentino, oggi riproposto dal regista Andrea Adriatico – lo scorso luglio ai bolognesi Teatri di Vita, i prossimi 5 e 6 settembre al Teatro India di Roma – coi dialoghi serrati e illogici dei suoi attori en travesti, così complessi e incapaci di comunicare, di comunicarsi, se non giungendo alla massima deformazione, aggrappandosi all’estrema parodia.

È uno spettacolo visionario, bellissimo, nel cui non-senso c’è il senso del timore: la paura di non riuscire a dire ciò che si vorrebbe, a raccontarsi come si potrebbe. A definire, insomma, incasellare, la propria identità. Sessuale, anzitutto, e parallelamente emotiva. Per essere uditi, quindi capiti, dagli altri. Senza la scorciatoia del clichè, l’escamotage parossistico, il mezzuccio della macchietta: ché un solo tratto, caricaturale, non li supplisca tutti, in un calderone di stereotipi sregolati e oltraggiosi, corroborati da una comicità grottesca, debilitati da un impulso autolesionista.

Tra cambi di sesso volontari e obbligati, in questo teatro dell’assurdo che è fatto di musica e latrati, di favola e d’orrore, dolci pene e peni e seni posticci, una sali-scendi d’amore e turpiloquio, Colette Magny in “Melocoton”, il brano che fa da sottofondo allo spettacolo, canta e spiega, in certo modo, il copione di Copi, ripetendo: “J’en sais rien, viens, donne-moi la main”. Non so nulla, vieni, dammi la mano. Come a dire non chiedermi niente, non so dirti chi sono. So darmi come sono. So essere solo, insomma, e perdona s’è poco, me.

Applausi meritati per L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi che Teatri di Vita ha realizzato con la regia di Andrea Adriatico dalla commedia del grande Copi, l’autore-attore argentino che nel 71 la portò in scena nel ruolo oggi interpretato splendidamente da Eva Robin’s. Come le Tre sorelle di un Cechov alla deriva, Irina, la Signora Garbo e la Signora Simpson, non si sa se maschi o femmine, cercano di fuggire altrove. “L’altrove” è d’altra parte il perno di tutto: i tre personaggi sono altro da sé, vivono cose truci come fossero naturali, amano con odio… Ci vuole talento. E le protagoniste Anna Amadori, Olga Durano, Eva Robin’s, ce l’hanno.
L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi è un testo di Copi, complesso per il tema affrontato e per lo sgangherato gusto camp che lo contraddistingue, a leggere il quale si rischia di ridurre l’omosessualità, della quale sulla scena non si parla mai, al travestitismo o, peggio, all’ambiguità sessuale.
Vi si racconta di Irina, che ha smesso di prendere lezioni di piano e si concede nei bagni della stazione a chi le capita, di sua madre, la signora Simpson, e della signora Garbo, insegnante di piano di Irina che vuol fuggire con lei in Cina, ora che Irina è incinta, di lei, e lasciare la Siberia, dove sono tutte rifugiate, previa la complicità di suo marito Garbenko e del generale Puskin. Irina ha però appena abortito e non sa davvero di chi sia il figlio, se di sua madre, della signora Garbo, di Garbenko o di qualche cosacco.
Irina accetta comunque di partire con la signora Garbo che, racconta, suo padre, per punirla di una sua relazione con un cinese dal quale ha avuto un figlio che ha poi ucciso, le ha fatto apporre chirurgicamente un pene, morendo poi di crepacuore.
Irina prima si fa la cacca addosso, poi si rompe una gamba, e infine si taglia la lingua ritardando con questi suoi capricci la partenza.
Grazie a un pressante interrogatorio a Irina da parte della signora Garbo veniamo a sapere che la signora Simpson e Irina non sono madre e figlia, che sono diventate donne dopo essere state operate a Casablanca, che la signora Simpson si è fatta operare per poter essere deportata in Siberia con Irina e che Irina non voleva diventare davvero donna ma farsi solo il seno.
Bastano questi elementi per capire l’impianto metaforico più che surreale della pièce, che è la più feroce denuncia del patriarcato, con cui gli uomini decidono le sorti di chi non sta nei ranghi, siano donne trasformate in uomini o uomini costretti a mutilarsi per andare in un altrove dove essere se stessi.
Una tragedia appena mitigata dal gusto camp dell’eccesso, dell’ironia e dell’autoironia, dal dettaglio sessuale esagerato e inopinato (il topo che Irina si infila nell’ano prima di partire, il dettaglio del membro del parrucchiere travestito con la veletta al quale Irina si concede, o quello del marito della signora Garbo) tramite i quali Copi denuncia la morale borghese che non permette a nessuno di derogare da quelli che oggi, il testo è stato scritto nel 1971, chiamiamo stereotipi di genere, quelle caratteristiche e comportamenti cioè che consideriamo connaturati ai due sessi e che sono invece il frutto di una tradizione culturale.
L’omosessualità non viene mai menzionata nel testo, dove si parla solamente di rapporti eterosessuali tra uomini e donne (qualunque sia il sesso biologico di partenza) e dove la procreazione di Irina è una intenzionale chimera (visto che la riassegnazione di sesso rende irrimediabilmente sterili), una eterosessualità che sembra dirimere qualunque rapporto sociale.
L’omosessualità è la grande assente proprio perchè non trova un linguaggio adeguato tramite il quale poter esprimere l’amore per le persone dello stesso sesso, se non tramite una rinormalizzazione che fino a ieri ha visto i gay femmine mancate e le lesbiche uomini mancati. Una rinormalizzazione che partiva dall’idea che l’omosessualità fosse una malattia, derubricata solamente nel 1994, e che in Italia, vale la pena di ricordarlo, vedeva ancora nel 1971 curare, dietro ricovero coatto in manicomio, Giovanni Sanfratello, il giovane compagno di Aldo Braibanti, processato e condannato per plagio, a base di elettrochoc e coma insulinici.
Un testo così complesso nei suoi risvolti e sottotesti richiede una messa in scena di enorme precisione per non farlo implodere sotto il peso stesso dei suoi non detti.
Andrea Adriatico è riuscito ad allestire una messinscena che rasenta la perfezione.
A cominciare dall’uso dello spazio scenico in cui lo spettacolo si è svolto, il canneto all’esterno del teatro India, che Adriatico impiega in maniera creativa non solo utilizzato un grande telo di plastica per segnare la zona di prato dove si svolge la scena ma estendendo l’azione, al di là della recinzione che delimita la zona dell’India, nei prati incolti che lo circondano dove fa svolgere l’arrivo di Garbenko nella slitta trainata dai cani, a decine di metri dalla zona adibita a palco, che l’attore raggiunge scavalcando la recinzione.
Per alleggerire il portato tragico della pièce Adriatico ha l’intuizione elegante e efficacissima di far svolgere l’azione non già nell’interno borghese della dimora di Irina e sua madre, come vuole Copi, ma in una spiaggia, dove le due donne si muovono con indumenti adeguati al luogo dal costume da bagno, agli asciugamani e gli occhiali da sole con annessi secchielli da spiaggia (in Siberia…). Tutti i costumi (di Valentina Sanna e Andrea Cinelli, ) sono stati scelti in base a uno squisito gusto pop che rendono plausibile l’implausibile del testo sottolineando l’alterità di un discorso che si muove su più fronti.
L’amore come manipolazione (quello di Garbo per Irina che vuole portarla via) quello della Signora Simpson per Irina, che si è fatta operare per poter essere deportata con lei in Siberia.
L’odio patriarcale dei padri per le figlie (il padre di Garbo che l’ha resa uomo, o, meglio, donna col pene) e degli uomini su altri uomini (Irina che racconta di essere giunta in Egitto fuggendo dal Marocco, prima di essersi operata, dove era stata coinvolta nel furto di una vacca da alcuni uomini).
Un potere esercitato variamente tramite i sentimenti o la sessualità che meriterebbe analisi ben più approfondite di quella che possiamo permetterci qui.
Si ride a denti stretti durante lo spettacolo, un riso mai come in questo caso esorcizzante, che grida con ferocia quell’impossibilità di comunicare che non è da imputare all’omosessualità di per sé ma al mondo esterno che non le dà modo né spazio nemmeno per esser detta per esistere come Irina simbolicamente denuncia quando si taglia la lingua.
La messinscena di Adriatico si distingue anche nel finale. Mentre Copi chiude la piéce con Irina che fa i capricci fingendo di non riuscire a camminare Adriatico fa cadere stecchite le tre donne in terra raggiunte subito da un lancio di finocchi (quegli ortaggi che, ma è probabilmente falso, erano impiegati durante i roghi medievali per coprire l’acre odore di carne umana bruciata). Poi, sceso da un alto muro divisorio, un uomo copre le tre vittime ripiegando il telo di plastica impiegato per delimitare la zona adibita a palco, mentre sentiamo le note di Che cosa sono le Nuvole cantata da Modugno dal film omonimo di Pierpaolo Pasolini, dove uno spazzino getta le marionette Totò e Ninetto Davoli in una discarica.
Uno spettacolo perfetto nella messinscena quanto nella regia e molto anche nella recitazione.
Bravissime e intense Eva Robins e Olga Durano che dice le sue prime battute con la voce almeno un ottava sotto il suo tono naturale a sottolineare il sesso biologico della signora Simpson. Ancora più brava, se è umanamente possibile, Anna Amadori la disperata dignità con cui restituisce il vissuto delle parole e dei silenzi di Irina sono un risarcimento morale per tutte le vittime dello stigma sociale contro l’omosessualità, come Alfredo Ormando che il 13 gennaio 1998 si è dato fuoco davanti la basilica di San Pietro (Mi tolgo la vita perchè, a causa della mia condizione di omosessuale, non sono accettato dalla famiglia e dalla società) morendo dopo 10 giorni di agonia, al quale lo spettacolo è dedicato.
Questa prima serata trascorsa alla scoperta del West End si conclude con Teatri di Vita nel canneto posto alle spalle del complesso dell’India, tra l’altro la medesima ambientazione che lo scorso anno aveva ospitato la vibrante e commovente rivisitazione dell’opera di Tondelli “Biglietti da camere separate” proposta dalla compagnia bolognese. Diametralmente distante dalle atmosfere che caratterizzavano quell’esperienza, il lavoro teatrale presentato quest’anno attinge all’universo letterario caleidoscopico, delirante, immaginifico ed orgogliosamente camp del drammaturgo e vignettista argentino Copi (al secolo Raúl Damonte Botana).
“L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” rappresenta uno dei testi più straripanti, originali e intrisi di trascinante ironia partoriti dall’inesauribile fantasia dell’autore, summa del suo mondo esplosivo popolato da creature che travalicano ogni decisiva definizione di identità e sesso e del suo interrogarsi sull’intrinseca difficoltà del comunicare la propria reale essenza al prossimo, al di là delle ottuse barriere frapposte dalla società borghese benpensante e delle naturali intime reticenze connaturate all’individuo.
Sulle note di “Melocoton” di Colette Magny – brano che accompagnerà come un’affascinante intelaiatura sonora diversi passaggi della narrazione ed esprime alla perfezione, con la malinconia del suo incedere cadenzato, l’assenza di certezze e la bruciante necessità di vicinanza e calore umano che trasuda dal testo di Copi – con piglio militaresco entrano in scena Irina (Anna Amadori) e Madame Simpson (Olga Durano) inoltrandosi nella gelida ed inospitale steppa siberiana per catturare qualche agognato raggio di sole. Sin dalle prime battute il rapporto tra le due donne ci appare ambiguo e difficilmente definibile: la prima, giovane ragazza immatura e continuamente bisognosa di sostegno e aiuto; la seconda al contrario determinata, severa, perentoria nell’affrontare i pericoli del mondo esterno, ma allo stesso tempo incredibilmente generosa e sempre maternamente disponibile ad accudire la sua compagna di vita. Madre e figlia? Decisamente no. Amanti? Probabilmente, ma non solo. Amiche con un legame madre-figlia che deborda frequentemente nell’incestuoso? Sì, forse questa definizione si avvicina maggiormente al loro menage “familiare”. L’unica certezza è che il loro incontro sarebbe avvenuto alcuni anni prima a Casablanca in occasione dell’operazione chirurgica del loro cambiamento di sesso.
Dopo appena pochi istanti trascorsi a godere del tepore dei raggi solari, Madame Simpson redarguisce con veemenza Irina per aver trascurato le lezioni di pianoforte finanziate dal loro mecenate, lo zio Pierre (Guai ad indisporlo! Se si interrompessero le sue sovvenzioni, loro due finirebbero direttamente nel cuore della steppa a mendicare), tenute dalla conturbante signora Garbo (Eva Robin’s). L’irriverente ragazza ha piuttosto preferito trascorrere i pomeriggi in infuocati incontri di sesso promiscuo nei bagni della stazione, seducendo ruvidi cosacchi, un bizzarro parrucchiere e persino l’ufficiale Garbenko, marito della sua insegnante di musica. Si scoprirà ben presto che queste infuocate intemperanze adolescenziali hanno prodotto il loro frutto: Irina è incinta, senza poter immaginare neanche lontanamente chi sia il padre; il feto verrà però prontamente evacuato in un secchiello da spiaggia, proprio mentre sopraggiunge, torbidamente sinuosa su tacchi vertiginosi ed adornata da un abito che ben poco lascia all’immaginazione disvelando una bellezza esuberante, la premurosa signora Garbo. Preoccupata dalla sparizione della sua allieva, giunge a sincerarsi delle sue condizioni e, ennesimo colpo di scena, a dichiararle perdutamente il suo amore! Irina confessa a questo punto che il padre del nascituro sino a pochi istanti prima custodito nel suo grembo era proprio la sua zelante istitutrice, anche lei transgender dal sensuale corpo femminile ma avente attributi sessuali maschili.
Tra un’ipotesi di fuga in Cina sulla Transiberiana, rocambolesche cadute, un parapiglia di accuse e recriminazione reciproche e il contrappunto di alcuni grotteschi personaggi maschili che irrompono dal retro del canneto facendo esplodere petardi, arrampicandosi su grate ed indossando eccentrici costumini dalla foggia quantomeno kitsch (come non rivolgere un elogio alla grande ironia e destrezza dei tre baldi comprimari maschili della pièce, interpretati da Saverio Peschechera, Alberto Sarti e Maurizio Patella), si può agevolmente immaginare come questo glitterato tourbillon di abbacinante nonsense, spietato sarcasmo, dialoghi taglienti come affilatissimi rasoi alternati a palpiti di incredibile tenerezza, non condurrà ad un epilogo in alcun modo risolutivo. Le tre battagliere protagoniste riceveranno la visita a sorpresa del dottor Feydau (sferzante il parallelismo del suo nome con quello del padre del teatro comico francese, che concluse la sua instancabile opera di autore di farse e vaudeville internato in un ospedale psichiatrico), il cui intervento terapeutico era stato da loro sovente evocato e al contempo atrocemente temuto: il medico scaglierà su di loro una infinita valanga di finocchi tramortendole, per poi raccogliere in un telo-sudario i loro corpi e tutti gli arredi di scena, quasi a voler sottolineare un senso di compiutezza della loro esperienza terrena, ormai liberata dai vincoli del dover essere, del dover trasformare il proprio corpo e la propria anima per inseguire la felicità, del dover comunicare il proprio mondo interiore superando quotidianamente insormontabili ostacoli.
Lo spettacolo conquista senza riserve lo spettatore grazie ad una miscela sapientemente dosata tra la follia irrefrenabile della drammaturgia di Copi, la riconoscibile ed ineccepibile cifra registica di Andrea Adriatico ed il coinvolgente lavoro d’ensemble dei talentuosi interpreti in scena che innescano un esplosivo meccanismo ad orologeria dai tempi comici squisitamente calibrati. Davvero trascinante la prova recitativa di Olga Durano, capace di plasmare con sorprendente ricchezza il suo complesso personaggio: furibonda ed irrequieta sotto la sua scarmigliata parrucca nero corvino ed un paio di vistosi occhiali da sole, elargisce perle di dissacrante ironia con un ritmo incalzante, un’energia poderosa ed una solidissima presenza scenica. Suo perfetto contraltare Anna Amadori, abilissima nel dar vita ad una creatura stralunata e fragile, insofferente, nevrotica e frustrata che cerca sfogo in pulsioni sessuali incontrollabili e passioni dilanianti, avendo ormai irrimediabilmente smarrito la bussola della propria esistenza; pregevole la poliedricità di accenti della sua interpretazione e la brillante alchimia instaurata sul palcoscenico con la sua madre-amica-carceriera. Infine come non rimanere catturati dal carisma ammiccante, dalla profondità dolente e dai luminosi guizzi di imprevedibili trovate umoristiche, concentrati nell’intensa e ricercata prova di Eva Robin’s, al suo secondo Copi dopo “Il Frigo” (diretto dallo stesso Adriatico) e reduce dal successo di “Tutto su mia madre” e “Otto donne e un mistero”. La Robin’s, ora che può dirsi finalmente archiviato il sensazionalismo da cui era stata avvolta ad inizio carriera grazie al gretto provincialismo italico, si conferma attrice teatrale a tutto tondo, versatile ed appassionata, riuscendo a catalizzare con spontaneità e fascino l’attenzione del pubblico.
“L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” è un piccolo gioiello teatrale visivamente magnifico, sorprendentemente divertente nella sua sconsiderata irrazionalità e allo stesso tempo denso di significativi spunti di riflessione, uno spettacolo a cui auguriamo assolutamente una circuitazione il più ampia possibile e che conferma la particolare sensibilità, intelligenza e originalità degli artisti di Teatri di Vita.
Nel nutritissimo festival romano Short Theatre, rassegna internazionale di piccole compagnie “engagé”, il cronista ha scelto il nuovo allestimento di un classico rinomato dell’avanguardia trasgressiva, L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi di Copi, che è dell’ormai lontano 1971; e ha avuto fortuna, perché l’ironia stralunata del vignettista-scrittore franco-argentino non ha perso nulla del suo allegro mordente, e perché l’allestimento dei Teatri di vita l’ha valorizzata al meglio. Nella pièce come si sa tre signoracce – Irina, la Madre e la signora Garbo – si trovano in un avamposto siberiano circondato dai lupi, dal quale parlano continuamente di voler partire per trasferirsi in Cina, al contempo cercando di chiarire i rapporti erotici tra di loro (sia la Madre sia la Garbo sono transessuali, la capricciosa Irina è o è stata l’amante di entrambe ma anche di innumerevoli altri…). La regia di Andrea Adriatico fa di questo sogno strampalato appunto una specie di sogno, o meglio, un trip di due squallide ma aggressive proletarie in costume da bagno che prendono il sole in una discarica dove sopraggiungono visitatori, preceduti dall’assurda signora Garbo in trampoli e strascico dietro le lunghe gambe nude. Quest’ultima è l’incantevole, spiritosa Eva Robin’s, interprete ideale per Copi con la sua elegante ambiguità portata con una precisione di dizione e di movimenti che disarma in partenza qualsiasi sospetto di volgarità. Le altre due, Anna Amadori e Olga Durano, in registri diversi, non le sono da meno quanto a bravura.

“Guariamo dalla sofferenza solo provandola appieno” (Marcel Proust)
Le due protagoniste, presumibilmente madre e figlia, presumibilmente donne, entrano nella scena con quel passo forzato, scocciato, di chi deve di nuovo raccontare quella propria situazione esistenziale, relazionale (con la consapevolezza, ogni volta, di non essere capiti).
Per questo hanno imparato a restituire un frame, una cornice del racconto rispetto alla quale ci si è come accordati, per non avere proprio l’impossibilità di comunicare il proprio dolore, o anche nasconderlo, quando l’altro ci costringe a riviverlo solo cercando parole.
In quel frame vengono posizionate tutte le varie vicende (sofferenti) di cui dare conto all’altro tirannico, ogni volta ricominciando dall’inizio, come se la storia, di nuovo daccapo, potesse per noi come cambiare la realtà (o perlomeno farla sembrare diversa, più comprensibile, più accettabile).
Eppure, come abbiamo detto, ripetere è anche nascondere. Ed è allo stesso modo un segreto il ripetersi della canzone in sottofondo, “Melocoton” di Colette Magny, che così vuole convincerci del ritmo, della melodia di questa storia nascosta. La canzone, come un’afflizione sopportabile, ribadisce: “io non so niente” (oppure: a questo proposito non vorrei dire niente)!
Allo stesso modo, ogni volta a fatica, è il racconto della nostra propria storia fragile, quella che abbiamo imparato a memoria cercando di occultare la debolezza su cui l’altro potrebbe appoggiare la sua cattiveria. Ma la fragilità (non possiamo farci niente) è subito evidente, ed è su quella fragilità che l’altro rinforzerà i suoi terribili pregiudizi.
Capita a tutti. Ci chiedono di noi e allora non sappiamo rispondere, non vorremmo rispondere, perché le domande fanno sempre molto male, diventano, sono già, quasi sempre dei tormenti.
Ma poi rispondiamo seguendo un racconto che è già stato, più e più volte, collaudato, oppure assumendo quel tono semplicemente affermativo, conciliativo, per non deludere le supposizioni, e non fare andare, così, troppo in là, l’inquisizione.
Copi (l’autore) evidentemente conosceva bene questa difficoltà di esprimersi, cercando in qualche modo di evitare la mortificazione e l’abuso. La soluzione? La sfrontatezza, l’esuberanza, l’ironia (che difendono molto bene dal dolore che l’altro vorrebbe ulteriormente infliggerci con quel suo interrogatorio forzato). Ecco anche perché, delle due protagoniste, non riusciamo ad avere un’identità precisa, esattamente come se ci trovassimo di fronte a delle persone di cui ignoriamo il sesso (è un espediente?). Questo aspetto senza dubbio incuriosisce. È l’odore del sangue che sentono i predatori.
Ci fa diventare carnivori alludere all’ambiguità sessuale di una persona.
La terza protagonista allora, per questo motivo, è l’amante (Eva Robin’s), il nostro sospetto appurato, il punto centrale del dolore (oltre il rapporto morboso affettivo/afflittivo “parentale” delle altre due, che pure ci provano a sostenersi l’un l’altra camuffandosi). È cioè la supposta verità che si svela (secondo noi) rispetto alle domande e alle supposizioni. È l’omosessualità. O meglio, di nuovo, l’idea, il frame che abbiamo dell’omosessualità, e che ci fa credere che sia il corpo, o l’uso del corpo, a prendere il sopravvento in quel rapporto nascosto, che quasi si impone con una metamorfosi fittizia (l’operazione). E questo travestimento (o mutamento chirurgico) è come se restituisse però come una forza in più a chi soffre, una ancora possibile identità, proprio di fronte all’altro indagatore, usurpatore.
Altro aspetto spiegato molto bene è quello che gira intorno alla frase “Irina smettila di sanguinare”.
Forse dovremmo renderci conto che non possiamo dire a nessuno di smettere di soffrire…e se Irina (la figlia) si è tagliata la lingua e ha il sangue che scorre in un’emorragia che ci allarma, forse vorrebbe soltanto dirci che, anche senza parole, ognuno continua, comunque (anche quando non chiediamo, o forse faremmo meglio a non chiedere), a sanguinare, a esprimere il proprio dolore attraverso tutte quelle forme che prende il corpo (che quel dolore pure vorrebbe contenere). Così con gli occhi, i capelli, il proprio aspetto martoriato e necessariamente mutato. Più che chiedere perciò dovremmo vedere, ascoltare, sentire…
La messa in scena è molto intelligente, e commovente (di Andrea Adriatico). Al di là dell’ironia che usa per far ridere o far sorridere, ragiona per contrapposizioni assolute (nel racconto siamo in Siberia, ma visivamente ci troviamo su una spiaggia con cappelli da mare e occhiali da sole…).
La scena finale è un’interruzione. Tutto si inceppa, muore per un istante, ma, come in un remake, la storia di nuovo verrà raccontata da capo, per soffrire di nuovo (e fino di nuovo a morire). Bravissime Anna Amadori, Olga Durano ed Eva Robin’s per Teatri di Vita.

Non è sicuramente una novità anche il testo di Copi L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi che debuttò a Parigi nel 1971. Però l’attuale allestimento della compagnia bolognese Teatri di Vita, per la regia di Andrea Adriatico, riesce apprezzabilmente a ridare un senso scenico presente alla sfrenata demenzialità ultrafumettistica di Copi. Certo, il profumo di scandalo e di satira corrosiva che c’era quarant’anni fa per le sprezzature di turpiloquio e per la sciamannata androginia – tra donne a cui è stato innestato un cazzo e maschi che si scoprono più che femmine, rompendo genialmente tutte le gabbie delle identità di genere – è oggi fatalmente evaporato o assai depotenziato (per quanto…). Ma l’intelligenza registica di Adriatico è stata di precipitare tutto questo in una spiaggia-discarica senza tempo dove si agitano corpi goffi e sgraziati in costume da bagno che trafficano con secchielli, asciugamani, borsoni e bevande-spray, figurette balzane e mattocchie che saltano cancellate e aggiungono scompiglio, mentre l’ancora affascinante (a cinquant’anni suonati) transessuale Eva Robin’s impersonando la Signora Garbo, si muove appunto come una diva d’antan caracollando su delle megazeppe da 20cm, con vistoso mascara arancione sugli occhi e strascico di tulle nero agganciato al body bianco. Man mano che lo strampalato e anche molto crudele copione trash di Copi si svolge, lo spettacolo assume un’atmosfera sempre più malinconica (più che ‘malincomica’) e cita nel finale esplicitamente lo splendido corto di Pasolini Che cosa sono le nuvole? (1967) con Totò e Domenico Modugno che intonava la struggente canzone omonima. Anche qui, dopo che dall’alto è piovuta in scena una sprezzante ‘cartata’ di finocchi, i personaggi crollano a terra come burattini senza fili e poi sono ricoperti da un telone, come spazzatura antropico-fantastica pronta ad essere rimossa. Ma in Pasolini sopravviveva almeno l’incantamento delle nuvole rimirate dai personaggi-marionetta, trafitti dalla “commovente bellezza del creato”. In Copi-Adriatico nessuna originaria creaturalità del mondo può riscattare il crepuscolo della transessualità.
La messinscena di Andrea Adriatico, già rodato con le (ri)scritture dell’argentino Raúl Damonte Botana, opta per una semplicità fiabesca, dove ogni segno deve rinegoziarsi, trasformandosi con disinvoltura nel suo contrario. E così i sessi e i generi (multipli, al limite transgender) delle tre donne protagoniste – non troppo lontane parenti delle sorelle cechoviane – non costituiscono affatto un ostacolo psicologico alle attrici (superlative!), che si avvicinano ai personaggi come a figurine manga coi loro dialoghi semigrotteschi.
È una regia en plein air che opta per lo spazio indeciso del canneto del teatro India, uno spiazzo di ghiaia perimetrato da fabbriche dismesse e da un’alta recinzione su cui corre una pista ciclabile, corsia preferenziale di casuali spettatori perlopiù immigrati. La scena è deserta, un “terzo paesaggio” alla Gilles Clément, quando due bagnanti in infradito srotolano come una stuoia il loro demanio, un tappeto in pvc che farà da aire du jeu. Quasi venissero da una terra lontana, estradate, Irina (Anna Amadori) e sua madre (Olga Durano) si sistemano come villeggianti al mare – il fraseggio cantilenante di Colette Magny, Melocoton funziona da refrain – nel ritaglio bianco di un altrove forastico abitato da lupi famelici (forse licantropi?). Il paesaggio del dramma è quello siberiano dei campi di detenzione, gelida steppa di isolamento, ma Adriatico interviene sulle polarità e gli ossimori, suggerendo con accessori e costumi uno scenario marittimo dai colori flash shock. Irina (un ex uomo) cerca di sfuggire al controllo della nevrotica iperprotettiva madre adottiva, Madame Simpson (una ex donna, il cui nome allude non casualmente alla soubrette Wally) per ricercare squallide avventure sessuali: trattata come una bambina – i giochi da mare diventano stoviglie o sanitari dove espellere il piccolo feto che Irina porta in grembo; il termos non contiene tè ma il liquore mirabelle; la bambola gonfiabile si risemantizza in canotto o ciambella – è oggetto delle attenzioni di uomini e donne indistintamente, per quanto in quella terra uomini e donne siano indistinguibili. Madame Garbo, l’insegnante di piano (una raffinatissima Eva Robin’s, musa elegante nel teatro di Adriatico già con Frigo sempre di Copi), la brama, la reclama e le sue profferte d’amore diventano perfino dichiarazioni e promesse di fuga a Pechino. Pur sposata a un mezzo uomo, Garbenko (Maurizio Patella), specie di satiro in mimetica con fallo fluorescente gusto cartoon e orecchie da furetto, è in verità lei l’uomo di casa, anche in virtù dell’innestato sesso maschile. Ma questa non è una storia d’amore e non reclama un lieto fine, piuttosto è una tragedia condita di fiabesco, dove gli aiutanti magici non possono freanare il masochismo della protagonista Irina, mitigare la sua ricerca di oblio contro la disperazione, l’eccesso di esistenza soddisfatto dalla reificazione dell’atto contro l’emarginazione che sconta, contro la differenza che vuole rivendicare fino a autoinfliggersi mutilazioni fisiche.
Nessun happy ending allora per dei personaggi che non riescono ad uscire da quel tappeto bianco, nessun rito d’iniziazione o di passaggio a battezzare i suoi personaggi. Tanto vale arrotolare via tutto: sono bambole rotte che non funziona più, scarti di una subumanità sotto una pioggia di finocchi freschi, gettati da un parapetto come rifiuti in una discarica. È la stessa fine dei burattini pasoliniani di Che cosa sono le nuvole?, una storia d’amore che si fa canzone.
Con il passare del tempo la statura dell’argentino Raul Damonte, in arte Copi, sembra crescere. Non è rappresentatissimo ma ogni messa in scena gli aggiunge qualcosa. L’anno scorso, Loretta Strong del gruppo Marcido Marcidoris. Quest’anno, proposto dal gruppo bolognese Teatri di Vita,L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi per la regia di Andrea Adriatico.

L’omosessuale è una strana commedia. Farsa sarebbe più esatto non fosse che i personaggi agiscono seguendo ciascuno una propria logica. L’elemento di disturbo si coglie in ciò che dicono. Tra azione e parola i nessi sono chiari di tanto in tanto, ma il più delle volte l’azione va verso ovest e la parola verso est. Dico est e ovest invece che, poniamo, destra e sinistra, perché fissazione delle tre protagoniste, che sono in Siberia, è la Cina. Vogliono andar via, vogliono andare verso Oriente. Che cosa la signora Simpson, la figlia Irina e la signora Garbo ci facciano, in Siberia, ovvero perché sono lì, non lo sappiamo. Ciò che si vede è che queste tre donne, proprio donne non sono. A quanto pare, Casablanca è stata una proficua (o disgraziata) meta della loro vita. Chi sia donna, chi donna non sia più, chi sia uomo, non si sa. Ma quasi all’inizio scopriamo che Irina è incinta e che quando la madre le chiede di chi sia incinta, la figlia risponde di non saperlo. Al che, sorprendentemente, la Simpson risponde escludendo d’esserne responsabile dal momento che i loro rapporti sono cessati da anni.
Vi sono altri personaggi: lo zio Pierre che lì, in Siberia, mantiene Irina e sua madre; o l’ufficiale Garbenko, vecchio amore della signora Garbo, maestra di pianoforte di Irina. Tra costoro, in fondo, non vi sono veri rapporti. Potremmo congetturare una competizione tra Simpson e Garbo per chi abbia più influenza sulla giovane e scervellata ragazza: una donna che ama farsi possedere da un parrucchiere con la veletta «nei cessi della stazione tra mezzogiorno e le cinque» o, come lei precisa, «tra le due e le quattro e mezzo»; che detesta le sue lezioni di piano e si rifiuta di mangiare le minestre preparate dalla madre.
Appare difficile dire che sviluppo abbia la vicenda poiché sviluppo non c’è. Ancora più difficile fissare un qualunque atto finale, ben riconoscibile. Siamo in pieno surrealismo, nella seconda ondata surrealista del Novecento — che fu essenzialmente di matrice latino-americana. Ma in Copi tutto quello che nel 1971, quando Jorge Lavelli mise in scena la commedia, poteva sembrare un mero effetto del ’68, uno sberleffo tra i tanti, oggi ha una sua dolorosa, sbilenca trasparenza: vi serpeggia una disperazione di continuo irrisa — e in Copi così sarà fino all’ultimo, fino al suo testamento-capolavoro, Una visita inopportuna, in cui rappresentò se stesso colpito dall’Aids, la malattia che lo uccise a quarantotto anni.
Con la scansione di «Melocoton» cantata da Colette Magny, Andrea Adriatico centra in pieno la caratura ilaro-tragica del testo, piazzando le sue attrici in costume da bagno, su un’ipotetica spiaggia. Rispetto a ciò che dicono, i loro gesti risultano vistosi, roboanti, infine comici. Con quei loro deliranti nomi, scesi dall’empireo letterario-cinematografico, i pazzi attestano di vivere in un pazzo mondo — nel quale davvero non più importa quale sia l’inizio e quale la fine.
Olga Durano è la figlia di Giustino, che fu protagonista di Una visita inopportuna, e ha la stessa voce cavernosa del padre. Anna Amadori la fronteggia da pari a pari. Eva Robin’s è la meravigliosa attrice che imparammo a conoscere in Frigo degli stessi Copi e Adriatico.

Oltre il sipario, quello dell’incomunicabilità, c’è altro rispetto a noi. La differenza è un tabù. La diffidenza di un uomo scuro sul palco ci intimorisce. La difficoltà a esprimersi di quest’ultimo rende l’aria pesante. Quello sguardo da deus ex machina affetta l’aria. Il pregiudizio si esprime a sguardi. Una scena spoglia. Luci accese. Da una porta aperta si affaccia un albero che segna il tempo con il cadere delle foglie. Il freddo della Siberia entra e raggela le ossa. Improvvisamente l’aria si fa volubile. Soffia il cielo. Suona “Mèlocoton” di Colette Magny che scandisce il non­tempo e guida i personaggi in un andirivieni ossessivo compulsivo. Trascinano strascicanti un telo bianco come fosse la steppa siberiana: Irina, la figlia, e Mme Simpson, la madre. Sistemano teli e secchielli. Si sdraiano e fingono di prendere il sole. “J’en sais rien; viens, donne­moi la main”. Si afferrano per mano seguendo alla lettera ciò che dice la canzone. E allora, “Non lo so, vieni, dammi la tua mano”. L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi, commedia tragica di Copi riletta da Andrea Adriatico per Teatri di Vita. Deformazione e parodia di una realtà, quella di Copi, che rispecchia tuttavia la nostra di oggi. Irina, nella realtà Anna Amadori, e Mme Simpson, la Madre ovvero Olga Durano, immaginano il mare. Finto, non solo quello. Giocano sui loro sessi operati, confondono chi ascolta e mentono spudoratamente. Si alternano cambi di sesso volontari e obbligati. A completare il trittico la signora Garbo, interpretata da una camaleontica Eva Robin’s, avvenente insegnante di pianoforte. Una transgender dai due sessi strizzati in costume adamitico. Corpo di donna e sesso di uomo. “Ci sono delle circostanze e lei, signora Simpson, lo sa meglio di me, in cui non si può fare a meno di essere sinceri” è la signora Garbo che si dichiara a Irina. Ma, l’apparente sincerità si nasconde dietro una immancabile bugia. C’è sempre quel gioco tremendo del detto, un attimo prima, e negato, subito dopo. Dire e non dire, avere voglia di andare e non muoversi. Irina è una vittima contesa tra le attenzioni disturbate della madre e del maestro di pianoforte, entrambi con un “pene assolutamente autentico”. Una non storia, uno scherzo del destino. Uomo e donna si nasce e si diventa. L’orientamento sessuale non ha categorie. Irina nasconde un’anima virile in un involucro femminile. Possiede una borsetta, simbolo della vagina, di cui smarrisce catena e lucchetto. Mme Simpson e la signora Garbo, figure genitoriali atipiche, gestiscono con la figlia un rapporto di cure e premure, tipicamente materno, con un’attenzione sessuale incestuosa. Di certo non è amore incondizionato. Adriatico gioca con i fuori campo e sfrutta lo spazio scenico in tutte le sue dimensioni: il dentro e fuori, il sopra e sotto, la platea e i ballatoi dei macchinisti. Siberia, luogo di aborto e confessioni, dove “la difficoltà a esprimersi ha l’immagine atroce delle mutilazioni: fisiche, umane e sociali”. Siberia è la terra che dorme. La steppa siberiana è minacciata dai lupi, simboli del vigore maschile. Copi si diverte a cancellare le identità virili. Lo Zio Pierre e il dottor Feydeau sono fantomatici fantasmi, presenze di assenze. Il generale Puškin e l’ufficiale Garbenko vengono castrati del pene per peni ben più grandi. La sofisticata signora Garbo propone di fuggire in Cina, luogo contrapposto alla Siberia e patria della verità. Irina e la madre dormono, bevono il Mirabel, ruttano, si puliscono denti e lingua, scappano, si tengono per mano, confessano i loro segreti più intimi e autolesionisti. Come burattini intrappolati in una capanna. Ricordano vagamente i Didi e Gogo di “Aspettando Godot”. Per questi ultimi non esiste un “altrove” al di là delle quinte. Per Irina, la madre, la signora Garbo, il generale Puškin e l’ufficiale Garbenko è pensato un “altrove” ma, per loro singolare scelta, non si allontanano mai dai quaranta gradi sotto zero come attratti da una forza centripeta esercitata da quell’albero. La capanna è rifugio dall’assedio dei lupi, da quel “fuori” che inquieta. Il rifugio si trasforma in lager e si manifesta una logica spietata: il “dentro” protegge diventando pure luogo di follia e perdizione. “Fuori” e “dentro” si consumano a vicenda. Irina e i due amanti­genitori sono vittime di Edipo. Madre è una madre fallica che non ha chiarito a Irina il tabù dell’incesto. Irina si ciuccia il dito, sintomo di un narcisismo primario. Mente senza pudore come intrappolata nel “circolo vizioso delle bugie”. Suona il pianoforte e si rompe il mignolo, cade dalle scale e si rompe una gamba, è incinta e caga il feto in un secchiello da mare, tiene un topo in gabbia per poi infilarlo nell’ano. Soggetto represso sessualmente e oggetto delle critiche della madre. Portatrice sana di sadomasochismo che la fa regredire allo stadio anale. Irina soffre di una sessualità disturbata. Dice bugie allo scopo di ricevere attenzioni e punizioni. Ottiene solo un interrogatorio e cure opprimenti che castrano la sua virilità. Irina si taglia la lingua: forma di protesta di un cervello pensante, di una voce sincopata e di un sesso operato. Sanguina e sviene. Di Irina rimane solo un corpo mutilato, un martire di guerra. Dall’alto piovono come missili finocchi da insalata. I personaggi si accasciano per terra. L’uomo nero li avvolge con il telo bianco. La guerra è finita. Immobili. Luci soffuse. Qual è la verità di questo inganno? Sullo sfondo musicale di un Modugno rassegnato, Adriatico sembra citare il Pasolini nel drammatico “Otello”. “Perché dobbiamo essere così diversi da come ci crediamo?” è la domanda di Otello alla quale risponde, nelle vesti di Jago, un Totò dalla faccia verde: “Noi siamo in un sogno dentro un sogno”. Un sogno rosa, dove tutto è rosa. Dove non si muore a quindici anni per pregiudizio. Dove essere diverso non è una colpa. Un sogno è quella verità che si sente dentro ma non bisogna nominarla perché, se lo si fa, svanisce.
Un titolo da saggio, un dialogo da commedia brillante e l’inquietudine beckettiana dell’incomunicabilità, personaggi impastati di grottesco e assurdo, gravidi di echi da Jarry, Genet e Ionesco, ma anche dello slancio impotente delle tre sorelle cechoviane. È il gioco dei generi messo in scena dall’autore e, con maestria e finezza regolando al minimo l’estetica camp, da Andrea Adriatico con la notevole, affiatata interpretazione di Anna Amadori, Olga Durano ed Eva Robin’s, rispettivamente Irina, la Madre e la signora Garbo. I generi teatrali si rincorrono in un dramma travestito da commedia, quelli sessuali si stratificano nei personaggi. Mutamenti psichici, chirurgici o ormonali, scelti o subìti nel gioco di ruolo: madri amanti fidanzate ed ex- valzer beffardo e lancinante. Prigioniere in interno fittizio, palco nudo vissuto in costume da bagno come spiaggia vagheggiata, circondato da una steppa allegorica di esterni minacciosi di lupi e gelo estremo, le tre protagoniste si fanno spazio in una pochade in cui intrighi e colpi ad effetto sono dentro ciascun personaggio. Non a caso, invece che Freud o Godot si aspetta il dottor Feydeau. La Madre e Irina sono in realtà una coppia operata a Casablanca. La signora Garbo, cui è stato impiantato per punizione paterna un sesso maschile, è amante di Irina, l’ha messa incinta e vuole portarla in Cina. Come un carillon che ricarica l’azione scenica la canzone francese di Colette Magny ripete “non so nulla”. Nessuno ha veramente consapevolezza di sé e dell’altro. Eppure vanno avanti nella difficile composizione del triangolo. Assertive, castranti, la Madre e la Garbo dispongono di Irina, ne progettano il futuro, la muovono in un delirio di controllo e dominio. Lei tenta di difendere la propria individualità con deboli infantili rifiuti, con gli amanti cosacchi,l’autolesionismo ripetuto. Sino all’afasia cruenta, impossibilità ad esprimersi che la dissangua con il taglio della lingua. Sottotraccia, deformato d’assurdo e di comicità grottesca, il dramma della violenza delle relazioni umane, al di là di ogni genere, è compiuto. Materia incandescente per il pubblico, da impacchettare – come avviene ai corpi dei personaggi nel finale – e portare a casa.
Dissacrante, geniale, ironico, crudele… così è stato Raul Damonte, in arte Copi, argentino trapiantato a Parigi, disegnatore strepitoso, drammaturgo che mescolava il grottesco al sentimento, attore dalla recitazione “squilibrata”, omosessuale coraggioso che si è preso perfino gioco dell’Aids che lo ha stroncato a soli 48 anni: un appuntamento che non ha potuto evitare scrivendoci sopra una commedia nera ed esilarante “Una visita inopportuna” dove il protagonista era lui e la protagonista era lei, madame La Morte… E quante risate ma anche riflessioni gli devono gli estimatori della Donna Seduta, personaggio delle sue celebri strip, del suo Topo rivoluzionario, casinista e profondamente filosofo, del suo modo trafelato e inquietante di recitare indossando improbabili e luccicanti costumi femminili. Tutto questo per dire che il suo teatro popolato di travestiti e di personaggi che hanno cambiato sesso a Casablanca, a 36 anni dalla sua morte regge benissimo la scena come testimonia “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi”, in scena al Teatro i, regia intelligentemente ironica di Andrea Adriatico per i Teatri di Vita di Bologna. Scritto nel 1971 il testo ruota attorno a tre donne con il contorno di tre uomini: ognuno insegue la propria identità e sessualità perennemente messe in discussione fra assurdità, giochi di parole, invenzioni fulminee, prendendo di mira il mondo di Cechov, il meló cinematografico: non per nulla una delle protagoniste si chiama Irina come uno dei personaggi delle Tre sorelle. Le tre donne – una madre (oppure no), sua figlia (oppure no), e una sgarambona di nome Garbo, maestra di piano della ragazza -, discettano non solo dei meno 40 gradi di quel luogo in Siberia in cui si trovano, ma anche di figli (procreati magari prima di avere fatto una capatina a Casablanca), di aborti, sognando non di andare a Mosca ma in Cina, grazie anche alla complicità di Garbenko, marito della Garbo, affascinato dai giovani della guarnigione. Inopinatamente – dato il clima rigidissimo – in costume da bagno e con zeppe altissime, in una scena delimitata da un grande lenzuolo candido, seguendo le note di una canzonetta francese, “Melocoton”, cantata da Colette Magny (ma si finisce con “Cosa sono le nuvole” di Pasolini–Modugno), le tre donne che sono la Signora Simpson (la brava Olga Durano), sua figlia (Anna Amadori, chiusa in un’ebetudine senza sbocco), e la misteriosa Garbo, atletica e dalle lunghe gambe, interpretata con graffiante ironia da Eva Robin’s, anelano essere curate da un certo dottor Feydeau e invece devono in qualche modo difendersi (oppure no) dal mondo maschile rappresentato da Andrea Fugaro, Saverio Peschechera, Alberto Sarti.
Con una regia aguzza e raggelata, Andrea Adriatico esaspera il linguaggio volutamente eccessivo dell’autore franco-argentino, facendone emergere la vena derisoria e disperata 

Di tutte le commedie di CopiL’omosessuale o la difficoltà di esprimersi è forse quella che più è dotata di una struttura in qualche modo “teatrale”, anche per il fatto che utilizza dei cliché di un certo teatro del passato, essendo costruita come la parodia di un drammone russo ottocentesco. È inoltre la pièce dell’autore franco-argentino che meglio si presta a una vasta gamma di umori e sfumature nell’approccio alla vicenda: Tonino Conte, ad esempio, affrontandola anni fa al Teatro della Tosse di Genova vi aveva colto una nota gelidamente malinconica, Annalisa Bianco e Virginio Liberti ne avevano fatto una sorta di stralunato musical.

Andrea Adriatico, nell’aguzza messinscena realizzata per i Teatri di Vita, ne esaspera invece – e insieme ne raggela – le componenti più lividamente grottesche, a partire dalla scelta delle interpreti principali: la giovane Irina, emblema di seduzione, oggetto del desiderio di maschi e femmine, è un’attrice di mezza età, la brava Anna Amadori, che palesemente non ha il physique du rôle di una perversa Lolita. La signora Simpson, la sua presunta madre, affidata a Olga Durano, è una specie di irsuta erinni dal vocione baritonale. Eva Robin’s, l’affascinante signora Garbo, affascinante lo è davvero, ma il membro virile che al suo personaggio sarebbe stato trapiantato in sala operatoria lei viceversa ce l’ha sul serio, per natura, e non fa molto per nasconderne l’evidenza.

Va detto, per giunta, che la scombinata trama è ambientata, stando alle indicazioni dell’autore, nel freddo paesaggio siberiano, fra corse in slitta e attacchi di lupi famelici. E questi personaggi, in effetti, non fanno che parlare di steppe e di cosacchi e di temperature a quaranta gradi sotto zero: ma lo fanno presentandosi incongruamente in costume da bagno, con cappelli di paglia e occhiali da sole e tutto quanto occorre per una giornata sulla spiaggia. E poco importa che questa spiaggia – suggerita da un telo bianco quadrato che madre e figlia stendono scrupolosamente al momento dell’inizio – sia circondata da sacchi delle immondizie, mucchi di cartacce, bottigliette di plastica vuote.

L’intreccio, scandito da quei folgoranti scambi di battute perfidamente surreali che formano anche l’autentica ossatura delle vignette di Copi, e a cui le tre impeccabili interpreti conferiscono una specie di allucinata inesorabilità, mescola scenari esotici e situazioni romanzesche – la Transiberiana, il sogno di un’avventurosa fuga in Cina – a ogni sorta di sconcezze e di sfrenate oscenità, topi infilati negli orifizi, aborti, ossessioni fecali. Tutte e tre le protagoniste hanno sesso incerto, tutte si dichiarano variamente passate dai chirurghi di Casablanca. E il passatempo preferito di Irina è mettersi nuda nei cessi della stazione per farsi sbattere dai cosacchi.

Adriatico, nel trattare questa materia incontenibilmente debordante, eccessiva, “scandalosa”, non usa mezze misure: non la attenua, non la smussa ma la rende, al contrario, ancora più tagliente. Anziché alleggerirla, ne accentua i tratti sgradevoli trasformando quelle ambigue figurette in maschere sguaiate, strappandole brutalmente al loro contesto, esasperandone certe componenti trucemente patologiche. Il finale si volge in tragedia, con tutti i personaggi che crollano al suolo quando muore Irina, e le tre donne avvolte nel telo che copriva il pavimento come rifiuti da buttare: ma è una tragedia svuotata di pathos, ottusa e volutamente inappagante, sintesi di quella vena derisoria ma sostanzialmente disperata che è propria dell’autore.

[ELENCO DEL MIGLIOR TEATRO LGBT DELL’ANNO. Lo spettacolo L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi è al quarto posto.]
Dopo aver portato in scena tanti testi di Copi si può dire Eva Robin’s “è” il suo emblema nel teatro italiano. Nella galleria non poteva mancare l’interpretazione di Madame Garbo (ruolo che fu dello stesso Copi). Irresistibile si ispira alla Joan Crawford degli anni ’40 giocando col kitsch dell’abbigliamento balneare e col camp delle situazioni inanellate tra lupi famelici della steppa e treni transiberiani che non partono mai. Diretta ancora una volta da Andrea Adriatico è in lizza con una erinni come Olga Durano e una falsa mite Anna Amadori. Strampalata e graffiante guerra di regine.

Vi è mai capitato di non voler raccontare di voi? Di indurire la mandibola e stringere i denti, altrimenti uscirebbero dalla vostra bocca turpi improperi? I gesti diventano impersonali, taglienti e dettati da un’abitudine ormai priva di significato: così l’ingresso di Irina (Anna Amadori) e della signora Simpson (Olga Durano). L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi prende forma en plein air, davanti al lago di Chiusi. Due presunte donne in costume intero preparano la loro spiaggia, i teli e i cappelli, si trovano su un’isola in mezzo al nulla: ci fanno capire di essere relegate ai confini della Siberia, tra i lupi affamati. I modi affettati e borghesi delle Tre sorelle di Čechov – a cui Copì si ispira – lasciano il posto a un linguaggio sguaiato e privo di mezze misure, accentuato dalla voce graffiante – quasi rock – della Durano, che non si placa nemmeno
davanti al divismo della signora Garbo (Eva Robin’s). Il ritmo serrato ricorda il teatro di Feydeau e l’interazione dei personaggi tocca vette di comicità camp matematica, a volte brutale. Irina è chiusa in un involucro fragile, schiava di una sessualità morbosa e compulsiva: “si fa sbattere” dai cosacchi nei bagni della stazione, lecca una caramella per lungo tempo, rimane incinta, abortisce e utilizza i suoi orifizi con improbabili esiti. Assume connotazioni socialmente patologiche: evita lo sguardo di tutti, il suo corpo è sempre disteso o accovacciato, viene trascinato per la scena e sballottato, sottomesso a una tempesta di domande su una sedia minuscola che ricorda moltissimo le celebri vignette de La femme assise di Copì. La Cina nella quale la signora Garbo vorrebbe ritornare portandosi via Irina, diviene quasi il sogno irraggiungibile della Mosca
čechoviana. È tutto un paradosso, una comica brutalità, un gioco crudele sulla scelta – o la costrizione – di cambiare sesso. La signora Garbo ha un uomo influente al suo servizio, è istruita, elegante, ha una storia familiare travagliata ed è figlicida. Il suo è un amore feroce, sfocia in una sequela di domande claustrofobiche a cui Irina risponde come fosse in un interrogatorio nel quale giustificare la propria identità. Irina subisce una continua mutilazione, e porta il senso di ineluttabilità della propria condizione: prima si rompe il dito, poi una gamba, e decide di tagliarsi la lingua. “Smettila di sanguinare!”. Non viene ascoltata, non viene aiutata. Irina cade e con lei dei finocchi dall’albero: gli stessi con cui si coprivano i corpi degli omosessuali sui roghi nel passato e oggi si vituperano sui bus, per strada, in televisione. La regia di Andrea Adriatico inserisce un personaggio in più: un uomo osserva da lontano, occhio voyeuristico che alla fine copre la miseria di queste vittime, sul richiamo pasoliniano cantato da Modugno in Che cosa sono le nuvole. La pièce di Copì ci insegna che esiste l’esilio, è una condizione che non trova una via d’uscita neanche nella comunicazione. Come Alfredo Ormando, gay suicida per protesta in piazza San Pietro, a cui è dedicato questo lavoro, i tre personaggi decidono volontariamente di rinunciare a sé stessi. In questo spettacolo qualsiasi emozione è forte, irrefrenabile, irrinunciabile.
L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi. Questo è il titolo di un testo dell’ autore Copi del 1971. Non era bastato il 68 a proteggerlo da censure e condanne. E il motivo si capisce anche oggi. Uno spettacolo che sferza lo spettatore, irriverente, senza regole , tra l’assurdo e il demenziale, non puoi guardarlo senza metterti in gioco. Il contesto è un dialogo psicotico fra tre persone in crisi di identità e sicuramente in preda alla follia. Il gender ovvero il sesso di appartenenza e il sesso di arrivo, la mutazione psicologica del se, il delirio. Dialoghi serrati, provocazioni continue sui nostri “ valori”, un’azione teatrale di destrutturazione dell’etica o disvelamento dell’ipocrisia. L’autore sbeffeggia le nostre verità, le nostre morali . Lo spettacolo travolge, ottunde, suscita smarrimento, insomma fa il suo mestiere: coinvolge e provoca. Provocazione è una parola importante: l’etimo latino si chiarisce specificando la preposizione : pro–vocazione: a favore di un tuo coinvolgimento di una tua parola di commento, di una tua scelta; niente a che vedere con la regressione dei nostri tempi che vede la provocazione come un’offesa o un’aggressione, in origine era lo stimolo ad un confronto una pro-vocazione appunto. E lo spettacolo provoca , eccome se provoca. In tempi in cui l’Italia arranca a riconoscere pari diritti a tutti i suoi cittadini discriminandoli per l’orientamento sessuale, lo spettacolo di Copi affonda la lama dentro la psicologia di tre personaggi dalle sessualità di provenienza non chiara e non è nemmeno chiara la sessualità di arrivo. Ma non hanno diritto ad un’esistenza libera o devono sottoporsi all’autorità del generale bolscevico, in una Russia ancora sovietica, sono in fuga da tutto soprattutto da se stessi. Non dimentichiamo che due dei personaggi sono deportati proprio in quanto transessuali. Facile sarebbe sorridere sull’ autoritarismo del regime comunista sovietico, più difficile rendersi conto della attuali ipocrisie che negano oggi , non ieri e non altrove, il diritto alla protezione reciproca del matrimonio a persone omosessuali, ma non omologate all’ipocrisia. Viviamo una morale che tuttora è degradata a moralismo. Ma il testo di Copi se ne frega anche di questo, sfugge alle briglie di una qualsiasi morale della tolleranza. Va oltre, riconosce l’esistenza per come è al di là dei “credo” e “non credo” di ciascuno.
La provocazione del testo riguarda anche le attrici: Anna Amador, Olga Durano Eva Robin’s , che riescono a servire il testo con naturalezza, inventiva e arte, obiettivo per nulla facile e lo stesso va detto per una regia che risolve con essenzialità minimalista la provocazione del testo. Il merito è di Andrea Adriatico.. Curioso che queste tre donne transgender recitino il dramma dell’identità sessuale sul Lago che ha accolto la leggenda di una donna che camminava sulle acque forse su un mantello o forse a diretto contatto con l’acqua. A distanza di un’ora sul lago di Chiusi si celebrava Santa Mustiola attraverso la performance di Silvia Frasson .
Questa commistione tra mito leggenda religione, follia, sacro presunto, profano attuale è merito del coraggio di Andrea Cigni, direttore artistico di Orizzonti, che ha pro – vocato in maniera estrema ciascuno di noi con le nostre convinzioni, i nostri taboo, le nostre certezze, le nostre mediocri recite “out of theater” , le nostre eterne campagne elettorali e continue fughe dalla responsabilità. Da oggi il lago non è più solo il luogo simbolico del miracolo al confine tra fiaba, leggenda e mito che si sostiene con l’autorità della religione, è il luogo dell’identità ambigua, del disagio psicologico, del mal di vivere, del rifiuto a comprendere l’altro e il diverso. Lo spettacolo si chiude insacchettando quei “ rifiuti” umani protagonisti della loro fuga mancata, scorie da nascondere, pezzi di noi stessi da negare. Saremo capaci noi di riaprire quel sacchetto e di accogliere nei diritti quella parte di noi che ancora ci fa paura? ce lo avremo questo coraggio? la risposta non possiamo chiederla al teatro ma a noi stessi. Fuori dalla platea i protagonisti siamo noi.
L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi di Copi, un testo del 1971, che avevo visto già due volte, una per la regia di Annalisa Bianco e Virginio Liberti, e una di Andrea Adriatico, ogni volta mi sembra più bello: tanto potente (nel suo gesto fondamentale di togliere le maschere) quanto commovente (nella scoperta della follia, del dolore, della solitudine, della precarietà di stato – non tanto dell’omosessuale o del transgender quanto dell’umana condizione tutta). L’azione, che vede all’opera una madre, una figlia e un loro amico-amica, si svolge su una spiaggia e di fatto sulla riva del lago di Chiusi. Atmosfera perfetta, canzoni di Colette Magny e di Modugno, esilaranti e toccanti gli interpreti: Anna Amadori, Olga Duran e Eva Robin’s. La regia è ancora di Andrea Adriatico.
“Le parole non cambiano il mondo” graffia la signora Simpson ne L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi di Copi, spettacolo del 2012 di Andrea Adriatico per Teatri di Vita riproposto a Orizzonti dopo il deludente Jackie e le altre dell’anno scorso. Le parole, però, sono tutto ciò che la Siberia, i cosacchi, i lupi, non hanno tolto a lei, a Irina e alla signora Garbo. La lingua è il sesso più sfrenato e irreprimibile in questo gioco di società e identità su telo bianco in un’insenatura del Lago di Chiusi, La colazione sull’erba di Manet in tacchi a spillo e bigodini, Le tre sorelle di Čechov e-virate nella spassosa e atroce telenovela di un triangolo lei-lei-l’altra, ma anche lui-lui-l’altro, dal momento che tutte hanno cambiato genere, la signora Simpson, peraltro, per essere deportata insieme a Irina. Il dramma scorre nelle vene, sotterraneo, e poi pulsa fuori in un rompicapo dell’eccesso tanto sfrenato e liberatorio quanto illusorio.
Il Regime, il bigottismo omofobo, non riescono a identificare (perché vogliono annullare la diversità alla loro norma) questi tre soggetti del desiderio, ma si compiacciono a osservarli da lontano e dall’alto degli occhiali scuri di un uomo in nero, si gustano ‘la difficoltà di esprimersi’ in cui li hanno relegati, ridotti a non andare a tempo con il tempo: fuori ci sono 40 gradi sotto zero e loro sono in costume da bagno.
Finché, per sfinimento, istigazione o resa, tutti i personaggi di questa corte transgender delle mete irraggiungibili non cade a terra, come i finocchi appesi a un filo tra gli alberi, nell’ultima e sorprendente unghiata di dolorosa autoironia di Andrea Adriatico. ‘Finocchi’ a indicare storicamente ‘le persone spregevoli’, che non valgono nulla né meritano alcuna stima. Anna Amadori, Olga Durano ed Eva Robin’s hanno portato Irina, la signora Simpson e la signora Garbo alla morte, ma prima hanno donato loro la vita che volevano e un’intermittenza di ribellione. Con grazia profonda e scostumata.
Ben più attuale e dirompente – già a partire dalla dedica a Alfredo Ormando, lo scrittore che si diede fuoco nel ’98 a San Pietro per denunciare l’omofobia cattolica – è la versione definitiva de L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi di Andrea Adriatico (Teatri di Vita – il debutto fu nel 2012). Scritta nel ’71dal franco-argentino Copi, la pièce affronta in tono dissacrante il tema dell’emarginazione e della libertà attraverso un procedimento di saturazione per assurdo: transessuali che si operano a Casablanca e finiscono in Siberia, per discriminazione o per scelta, e che in quel gelo senza candore stabiliscono relazioni impossibili, legami posticci, quasi una parodia traslata di quella stessa “normalità” che li ha rifiutati, rifugiandosi in un sesso (atto e identità) assurto a strumento di affermazione e sottomissione.
Il silenzio, la perversione, l’autodistruzione si fanno allora le uniche armi di sopravvivenza: la retorica della dialettica ha fallito, nel nostro mondo ormai domina l’arroganza della ragione, cioè di chi vuole averla.
Adriatico prende il testo di Copi e decide di esasperarne ulteriormente il meccanismo del paradosso: questo gulag mai esplicitato si sposta sulla riva del lago con tanto di teli da mare e costumi da bagno, mossette e pantomime ottocentesche, per una temperatura di quaranta sotto zero che è evocata e non si vede e che proprio per questo, nell’esilarante surrealtà dell’intera vicenda, gela ancora più il sangue. Le interpretazione di Eva Robin’s ma in particolare di Olga Durano e Anna Amadori ne fanno semplicemente, a nostro avviso, lo spettacolo più brillante dell’estate.
Una “drammaturgia”, e non delle più recenti (è del 1971), dell’argentino-francese Copì, molto più famoso anche in Italia per il suo fantasmagorico fumetto “la donna seduta”, su cui avvia un acuto processo di riflessione sia critica che sintattica Andrea Adriatico per il bolognese “Teatri di Vita”. Qui la strampalata narrazione di tre signore dal sesso incerto ed in continua mutazione, esiliate in una Siberia riprodotta paradossalmente in tonalità da riviera romagnola, diventa arcana metafora di un mondo, il nostro, alla deriva, deriva di valori e deriva di sentimenti. È l’attesa di un improbabile riscatto, il nostro e il loro, ove la tragedia e la sofferenza esplodono virando nell’ingenuità dell’infanzia. In Cina! In Cina! In Cina! Viaggiando su improbabili slitte e tra lupi famelici ma molto meno pericolosi degli umani. La drammaturgia recupera con efficacia tutte queste sintassi (dai toni certo anche biografici) che ribaltano, come in un melodramma riletto da Fassbinder, le atrocità in doni, per recuperare quasi contro tutti e tutte (a anche gli altri) l’autenticità di una passione intima, autentica anche quando, e forse di più sembra dirci Copì, “diversa” o “repressa”. È una narrazione drammaturgica che, proprio attraverso l’ironia acuta e intrigante, riesce ad andare oltre una semplice rappresentazione “di genere” per diventare feroce meccanismo smascherante di una modernità ove l’identità esterna o indotta, di superficie (ora esplosa nella moda dei social network) surroga spesso la incapacità di percepire intimi ed autentici sentimenti e relazioni. Così proprio attraverso l’attrito incandescente prodotto da queste identità eterodosse e mobili il nostro sguardo riesce ad aprirsi ad una conoscenza ed una riflessione interiore e liberatoria. È un mondo narrato sotto la lente dell’ironia e infine salvato proprio attraverso la confusione di ruoli e funzioni e la sovrapposizione delle identità, sempre fuggenti e sfuggenti. In scena le bravissime Anna Amadori e Olga Durano con Eva Robin’s, una sorprendente signora Garbo, ruolo en travestì che fu all’esordio dello stesso Copì. Attorno a loro Giovanni Capuozzo, Saverio Peschechera e Alberto Sarti, sempre all’altezza nel ruolo di militari e generali la cui assurdità ne delinea una “verità” altrimenti non rintracciabile. Uno spettacolo a cura di Saverio Peschechera e Daniela Cotti, scenotecnica e luci di Carlo Quartararo, costumi molto scenografici di Valentina Sanna, scene di Andrea Cinelli, con un ringraziamento della compagnia a Stefano Casi, biografo italiano di Copì. Bello, intenso, in grado di far percepire la tragicità del mondo e dell’esistenza senza farci allontanare lo sguardo, perché solo guardando si può capire, e solo capendo salvarci. Sulle rive del lago di Chiusi, “location” straordinariamente coerente, che ricorda le narrazioni figurative del seicento (una su tutte la “Fuga in Egitto” di Annibale Carracci) ove il paesaggio stesso diventa soggetto di significazione autonomo ed in profonda relazione, paesaggio ove, non a caso in questa bella drammaturgia, i personaggi “nominalmente” maschili si celano per emergere solo funzionalmente alla peripezia centrale. Un paesaggio personaggio ed insieme capace di produrre personaggi come l’uomo misterioso che alla fine copre i corpi delle tre protagoniste per rituffarsi nell’indistinto della natura. Da ultimo un ricordo, che mi sembra in piena sintonia, del già citato Rainer Werner Fassbinder dal suo “I film liberano la testa” (e di più forse il teatro). Scriveva dunque Fassbinder: “È estremamente eccitante e emozionante scoprire, prima lentamente, e poi con crescente insistenza, il rapporto esistente tra questo mondo estraneo con le sue leggi e la nostra realtà, naturalmente anche soggettiva; …… E solo chi ha raggiunto una totale identità con sé stesso non deve più avere paura della paura. E solo chi non ha paura può amare al di fuori dei valori; il traguardo estremo di ogni umana fatica: Vivere la propria vita.”.
Mentre dentro impazza l’Iran, fuori è tempo di argentini francesizzati. L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi, una tragicommedia sull’incomunicabilità scritta da Raúl Damonte Botana (in arte Copi), strabilia tutte le sere all’interno della rassegna Cuori di Persia per la regia di Andrea Adriatico.

Per esprimersi, innanzitutto, occorre avere uno spazio adatto e, vista la situazione, quale atmosfera migliore della canicola siberiana? La fiera dell’antiteticità ha inizio quando Irina e la Madre stendono un velo di pietà e neve sulla dura terra dei Teatri di Vita e ci si piazzano sopra a prendere il sole (rigorosamente in costume da bagno). La storia, a prima vista, sembra semplice: le due donne sopravvivono sotto il dominio cosacco grazie ai soldi di un tale zio Pierre che, tra le altre cose, paga anche per le lezioni di piano della giovane Irina. Da mesi, però, la ragazza ha smesso di recarsi ala casa dell’insegnante, la signora Garbo, e un giorno il fatto viene scoperto. Da questo momento in poi, la già sottile patina di perbenismo medio-borghese viene dilaniata e fatta a pezzi dalla lingua tagliente e senza scrupoli della Madre, che accusa la figlia di essere, semplicemente, una troia. Davanti, il desiderio, l’amore non corrisposto, l’identità non meglio definita e l’esilio. Dietro, amplessi sulle mattonelle dei bagni della stazione, una Cina fantasma, una società canaglia da cui fuggire e una sentinella in piedi che non vede l’ora di volgere quel velo di pietà umana in un telo di pudore e giudizio.

Tra siparietti deliranti e drammi da avanspettacolo, Copi riesce a condensare in poche battute inevitabilmente coprolaliche tutta l’incertezza e l’instabilità dell’essere “umani”. La questione principale è, ovviamente, l’identità, quella di genere, ma anche quella sociale. La signora Garbo, transgender suo malgrado, perde la testa per Irina, ormai donna dopo l’operazione, lasciandola incinta. Al di là delle improbabili derive fantascientifiche, invero trascurabili e anzi deliziosamente parodiche, è l’onestà con cui questi personaggi affrontano il tema del genere, del sesso e di tutto quello che vi gravita attorno a lasciare il segno.

«Devo andare al gabinetto per cagare il bambino», dice Irina, ed è solo uno degli esempi di come anche la lingua, in quest’opera dai toni e dai colori lisergici, si faccia foriera d’identità, delimitando confini nuovi e sgretolandone di antichi, per quanto fatti carne. Si lavora quindi sull’apparenza per negare l’essenza, o per ribadirla con ferocia, in un gioco costante di dentro/fuori, strenuamente tesi sul filo del liminale. La mesta Anna Amadori (Irina), l’iperprotettiva Olga Durano (Madre) e l’esuberante Eva Robin’s (signora Garbo) lottano per conquistare l’affetto l’una dell’altra, ma la «difficoltà di esprimersi» è talmente grande da rendere vana qualsiasi azione.

Un fuoco d’artificio di situazioni rocambolesche dalle tinte poetiche esplodono sulla scena con gusto e misura, rivelando una regia fresca che non ha paura di osare e di usare lo spazio. Tutto il resto, è finocchio.

(…)Di grande forza teatrale rimane quel lavoro sulle ferite e la caparbia felicità degli sconfinamenti di genere che è L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi di Copi con la regia di Adriatico, proposto per la quinta stagione. Uno spettacolo sempre vivissimo, grazie anche a interpreti dolenti, comiche, superlative.