La maschia 2019-03-17T14:25:37+00:00

Project Description

La maschia

di Claire Dowie

versione italiana di Stefano Casi

uno spettacolo di Andrea Adriatico

con
Olga Durano
Patrizia Bernardi
Alexandra Florentina Florea

scene e costumi di Giovanni Santecchia
cura organizzativa di Saverio Peschechera

una produzione Teatri di Vita
con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali

Anteprima: Bologna, Teatri di Vita, festival “Cuore d’Inghilterra”, 1 agosto 2018

Una mattina la signora H si sveglia e scopre che sta diventando… un uomo! La Metamorfosi di Kafka ritorna nella nostra epoca, e si infila tra i confini sempre più incerti dell’identità di genere, trasformandosi da incubo claustrofobico a irresistibile commedia, che mette in rotta di collisione il maschile e il femminile; o meglio, che racconta con occhi femminili la psiche e il corpo maschili trasformati in qualcosa che ha a che fare più con uno scarafaggio che non con un macho.

Andrea Adriatico gioca ancora sul filo dell’identità di genere dopo le incursioni su Copi, confrontandosi con l’opera di Claire Dowie, una delle protagoniste della stand-up comedy inglese. A incarnare la signora H è Olga Durano, signora della scena, con Franco Parenti e Leo de Berardinis, ma anche travolgente attrice comica con il Gran Pavese Varietà e in storici varietà televisivi come “Drive In” e “La TV delle ragazze”, prima di essere diretta da Adriatico in numerosi spettacoli, da “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” di Copi a “Quai Ouest” di Bernard-Marie Koltès, da “Jackie e le altre” e “Un pezzo per Sport” di Elfriede Jelinek a “Is,Is Oil” da Pier Paolo Pasolini e “Chiedi chi era Francesco” di Grazia Verasani. Patrizia Bernardi è stata con Andrea Adriatico tra i fondatori della compagnia :riflessi e di Teatri di Vita, dove ha lavorato in numerosi spettacoli (tra cui, recentemente, “Is,Is Oil” e “Un pezzo per Sport”); attualmente con l’associazione Animammersa è tra i protagonisti della rinascita culturale de L’Aquila. Alexandra Florentina Florea, cantante e attrice lavora con i Cantieri Meticci; con il gruppo Shebbab Met Project ha vinto il Premio Scenario per Ustica 2017 con lo spettacolo “I Veryferici”.

Visioni Critiche

“La Maschia”, “Run” e il “Cuore d’Inghilterra”: quando l’arte edifica ponti

(…) Non manca all’interno di questo Cuore d’Inghilterra, un contributo spettacolare nostrano, ad opera del regista Andrea Adriatico, che si rifà per l’occasione al genere della Stand-up comedy e che, riprendendo un testo della britannica Claire Dowie, tradotto appositamente da Stefano Casi, mette in scena con La Maschia una dinamica di confronto-scontro con la società, di tipo differente e in linea con la propria poetica fortemente impregnata di una riflessione LGBT  (si pensi a Delirio di una Trans populista ispirato a L’Addio. La giornata di delirio di un leader populista di Elfriede Jelinek, o a L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi di Copi, solo per citare qualche titolo di una teatrografia in cui i temi del genere e dell’omosessualità, più o meno centrali, sono molto presenti).
Qui, la protagonista Helen, interpretata da una carismatica Olga Durano, un po’ come accade al Gregor Samsa delle Metamorfosi di Kafka a cui il testo fa palesemente riferimento, si sveglia e si scopre diversa. È in atto un cambiamento fisico progressivo che, a differenza dell’insetto dell’autore della Lettera al padre, non la costringe certo all’invisibilità o all’emarginazione: “Io non sono invisibile, perché non sono uno scarafaggio – affermerà l’attrice nella battuta conclusiva – Io sono un uomo”.
Il mondo esterno, rappresentato per lo più dalle figure dell’amica (Patrizia Bernardi) e della donna delle pulizie (Alexandra Florentina Florea), dapprima temuto e poi affrontato coraggiosamente, sembra voler prima “rimetterla a posto”, per poi, in qualche modo, accettarla e persino reclamarla in un improbabile momento finale nel quale tre eleganti uomini adusi a bere the, rivelano alla maschia di essere la prescelta per redimere il mondo: anche per un compito del genere sembra esserci un gender adatto.
Il racconto è leggero, la scenografia semplice ed efficace, consistendo in una piattaforma girevole da cui emergono di volta in volta lati diversi della casetta della protagonista.
Come nella consueta prassi della Stand-up comedy, quest’ultima abbatte la quarta parete, rivolgendosi continuamente al pubblico, quasi per confidarsi nel descrivere il proprio processo di trasformazione. I momenti di nudità dell’attrice e i gesti del quotidiano che riproduce, rafforzano il senso di vicinanza del personaggio che si mostra in tutta la sua intimità.
Contribuiscono al tono leggero della narrazione i tratti stereotipati e le espressioni caricaturali dei personaggi e attraverso questo mondo che muove fra l’assurdo e il farsesco si fa ironia sui pregiudizi di genere.
Stride forse la collocazione esterna dello spettacolo, fra lo sfondo visivo degli alberi del parco dei Pini, gli insetti attratti dai fari frontali e il sottofondo naturale di uccelli e cavallette. Forse un po’ poetico per un testo bizzarro, ritmato, spumeggiante.
Prezioso in quest’ultimo spettacolo come nelle altre iniziative di Cuore d’Inghilterra il continuo gioco di intertestualità e rimandi a culture altre. Ossigeno puro la ricerca di universalità e avvicinamento che costituisce il proprium delle proposte del Festival.
È rincuorante, in un periodo storico in cui si invoca tristemente alla chiusura di porti, osservare come l’arte continui a edificare ponti.

Risvegliarsi una mattina uomo. «La Maschia» cabaret urticante

Una donna si sveglia una mattina e si ritrova trasformata. Questa volta non in uno scarafaggio, come il Gregor Samsa di Kafka. H., questo il nome, sente un formicolio alle braccia, vede la mano, il piede il naso mutati per metà, meno femminili, più grossi, più rozzi. Poi, al telefono, ha la controprova ai dubbi che le si sono insinuati nella pelle: le amiche le fanno notare che la sua voce è cambiata, è più profonda, maschile.
Torna in scena a Teatri di Vita (fino a oggi alle 17), nella traduzione di Stefano Casi, La maschia della scrittrice inglese Claire Dowie, esponente della stand-up comedy, ossia un cabaret urticante, con toni da «in-yer-face-theatre», ossia di quel teatro che affronta in modo diretto temi sociali o personali scottanti. È un monologo, con l’inserzione di due altri personaggi, di una donna che diventa uomo, che inizia a provare impulsi e sensazioni da uomo, ma anche a trovarsi scentrata rispetto alla precedente natura.
Per la compagnia del teatro di via Emilia Ponente firma la regia Andrea Adriatico, in un altro dei suoi lavori sugli slittamenti di genere, spesso intinti nel comico surreale, nel grottesco, come in spettacoli su testi di Copi quali Frigo con Eva Robin’s o quella girandola di situazioni folli per narrare l’allegria e il dolore delle pulsioni e delle mutazioni di sesso che è L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi .
La scena è scarna: uno spazio vuoto con un telo bianco che raffigura inizialmente una stanza, poi un bagno con quel water in cui la maschia non saprà se orinare seduta o in piedi, poi un salotto e altri ambienti della casa, appena accennati con linee disegnate sulla tela o oggetti appena rilevati (le scene e i costumi sono di Giovanni Santecchia).
La protagonista è Olga Durano, attrice di lunga esperienza, brava nel drammatico e nel comico (si ricorda la sua partecipazione anche al Gran Pavese Varietà ), che molte volte negli ultimi anni ha lavorato con Adriatico. Accentua qui la sua voce profonda, portandola da timbri di contralto ad altri più baritonali, fa spiccare le spigolosità della sagoma, giocando dentro e fuori dalle tende-scenografie, verso la fine in duetto con Patrizia Bernardi, conciata dal regista in sottoveste con i capelli trasformati in ciuffi spinosi di un femminile quasi da seducente casalinga Medusa.
Terza presenza, poco più che una figurante un po’ ocheggiante, di contro alle altre due più inquietanti, è la cameriera di Alexandra Florentina Florea. Durano e Berardi sono brave, perfettamente inserite nella trama del regista, ma c’è qualcosa che impedisce allo spettacolo di decollare. Il livello comico è basso, non si ride quasi mai, e l’opera non spinge neppure i toni drammatici, verso il dolore o l’ansia della mutazione: si mantiene in una grigia zona di mezzo, per cui neppure l’ironia della scarna scena convince, lasciando piuttosto un’idea di povertà.