Is,Is Oil 2019-01-15T09:39:18+00:00

Project Description

Andrea Adriatico

e i corpi e gli sguardi di Anna Amadori, Patrizia Bernardi, Giovanni Capuozzo, Olga Durano, Francesco Martino, Alberto Sarti, Davis Tagliaferro, Selvaggia Tegon Giacoppo

e le amorevoli cure di Daniela Cotti, Saverio Peschechera
e i sostanziali aiuti di Alessandra Alpigno, Michela Malisardi, Salvo Maugeri, Corrado Trincali
e le acrobazie tecniche di Salvatore Pulpito, Rabie Sakri e di Antonio Bianco, Giovanni Frezza, Chiara Guadagnini
e la visione immaginifica di Luca Zanna
e gli aiutanti e consiglieri Anas Arqawi e Andrea Fugaro
e la storia delle case raccolta da Freak Andò e Delta-Bo Project
sono lieti di invitarvi a

Is,Is Oil

produzione Teatri di Vita
creato con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
inserito in “Più moderno di ogni moderno. Pasolini a Bologna” (settembre 2015 – marzo 2016) – Progetto speciale promosso da Comune di Bologna e Fondazione Cineteca di Bologna, nell’ambito delle iniziative Pasolini 1975/2015 riconosciute dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo
prima assoluta: Bologna, Teatri di Vita, 28 ottobre 2015

Lo spettacolo di Andrea Adriatico è una riflessione sulle trasformazioni sociali dagli anni 50 a oggi, su ciò che invece non è cambiato, su ciò che potrebbe travolgere il nostro futuro, sulle perturbazioni della coscienza e dell’eros. Una Visione per Appunti, come il poema interrotto, che ci conduce tra l’Italia, il Medio Oriente e altri orizzonti, seguendo la puzza di petrolio e di sesso…

Andrea Adriatico dialoga in questo lavoro con Pier Paolo Pasolini, dopo oltre 10 anni dall’acclamato allestimento della tragedia Orgia, ispirandosi alla sua opera incompiuta Petrolio, vastissimo e folgorante affresco simbolico dell’attualità, nel quale si racconta la grande trasformazione antropologica degli italiani fra gli anni 50 e gli anni 70, così come le grandi manovre occulte che intrecciano affarismo, mafia e politica.

Lo spettacolo, prodotto da Teatri di Vita si pone come una riflessione sulle trasformazioni sociali e antropologiche dell’Italia, una analisi delle dinamiche di potere, un attraversamento delle mitologie, uno scavo nei meandri dell’eros, e un omaggio a Pasolini a 40 anni dalla morte del più lucido intellettuale italiano del dopoguerra.

Visioni critiche

Senza palle: il Pasolini di Andrea Adriatico a “Teatri di Vita”

 

Il due novembre non è mai stato così vivo. Omaggi, necro-elogi, requiem di piazza, elegie da camera, documentari, cicli, ricicli e giornate di studio: attorno ai quarant’anni dalla morte di Pasolini brulicano sciami di iniziative e commemorazioni, più o meno motivate e meditate. Quel nome con le tre P. pare sia ottimo per risciacquarsi la bocca, conferendo un alito un pò più civile e vagamente impegnato. Soltanto certe vecchie signore di provincia riescono a sbrigarsela ancora oggi definendolo “un pò strano” o “poco normale”. In questa valanga di riesumazioni para-ideologiche risulta ancora più prezioso ogni approfondimento che, oltrepassando la scorza in celluloide della salma pubblica, riesca a giungere fino al midollo del defunto per rimetterlo in circolo: in noi. Una di queste ri-vitali occasioni è lo spettacolo “Is, Is Oil” di Andrea Adriatico, liberamente ispirato a “Petrolio”, una prima assoluta prodotta da Teatri di Vita, con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, inserito nel progetto “Più moderno di ogni moderno. Pasolini a Bologna”.

Il punto di partenza è il mare-monstrum di “Petrolio”, magma testuale incanalato a stento nella forma romanzo, lascito incompiuto del Pasolini Profeta Postumo, opera imponente per architettura e mole, convergenza tra riflessioni saggistiche sul nostro tempo e ritratti dei soliti itagliani, diviso tra descrizioni spietate, mimesi economiche e autoanalisi del Super-io: lettura non solo di un’anima sola, ma di un intero paese ormai inorganico e inanimato. Mi ero subito domandato cosa sarebbe stato sacrificato del testo, sicuro che nemmeno in un teatro di Marte si sarebbe rappresentata l’opera nella sua interezza. Mi ha quindi sorpreso che proprio il titolo (con l’ombra dei paesi petrol-bomba, ormai scoppiati in rapida sequenza) indicasse proprio uno dei temi meno esplicitati in scena: scelta saggia, poichè il fumo dell’Isis, come cornice sempre più stretta attorno alla tela occidentale, aleggia già abbondante e indistinto sulle rive del nostro belpaesino. “Petrolio” viene, coraggiosamente, rispettato: ogni scelta registica o drammaturgica ha la propria giustificazione nell’opera, a partire dalla scenografia, il salotto della signora F., moderna madame Verdurin che mostra i nodi-lacci-cappi di kultura e politik: nido cattocomunista demofascista e schizoborghese che si materializza in grappoli di sofà e poltrone dove il pubblico si accomoda e schiera, attraversato, sedotto e servito dagli interpreti (e anche la dinamica servo-padrone, tradotta in cameriere e aperitivo, è al centro dell’a-poema pasoliniano).

Tutto concorre alla chiarificazione del testo e dei suoi passaggi cruciali, non sempre agevoli e lineari. Questo avviene attraverso l’uso di registrazioni fuori campo (scandendo la dinamica della riflessione) o con la proiezione di immagini: più supporto didascalico che diversivo ornamentale, il video sottolinea con pertinenza la scena, rispecchiandola (ma quando, come nella sequenza di sesso occasionale alla stazione tra il protagonista e l’uomo n.6, si crea una sfasatura tra racconto e immagine, ecco sprigionarsi un’imprevista intensità). A ciascuno degli attori protagonisti, che hanno già lavorato con Adriatico in precedenti spettacoli, è riservato il doppio compito di narratore-personaggio: nonostante la compattezza e la coerenza dello sviluppo registico, ogni interprete ha la possibilità di sondare lo spazio scenico, il pubblico e il testo in modo personale. Nitida, tra straniamento e anti-affabulazione, è la recitazione degli attori (Anna Amadori, Patrizia Bernardi, Giovanni Capuozzo, Olga Durano, Francesco Martino, Alberto Sarti, Davis Tagliaferro e Selvaggia Tegon Giacoppo), funamboli su fili che non scorrono paralleli, impegnati a proseguire diritti tra registri difformi e blocchi testuali ingombranti, senza la rete di un palco e buttati a capofitto negli occhi dello spettatore.  Ogni interprete, colonna lirica di questo edificio epico (monumentale, ma non mausoleo), dimostra l’autonomia non dissonante del proprio strumento scenico, dispiegando un vistuosismo sobrio e un genio multiforme, capace insieme di madre e di cazzo, di riunificare il doppio, di dettare la storia, analizzando l’analisi o rendendo avvincente anche un mero elenco di sigle e nomi (come riesce a fare Olga Durano, articolando con vivacità la grigia enumerazione delle società Eni invischiate nell’affaire Italia).

La chiarezza della resa scenica non diventa mai semplificazione, venendo sempre rispettato l’aggrovigliarsi di voci e prospettive che contraddistinugue “Petrolio”: non un contrappunto ben ordinato, ma polifonia brulicante, fuga dalle molte voci e vocine. Nonostante la tentazione del cinema sia implicita in queste come in altre pagine pasoliniane, è il teatro (con la sua impossibilità materiale di dire tutto in due ore, l’urgenza del presente e del contatto, l’evidenza dei nodi in trame dal lungo sviluppo) a dimostrarsi medium congeniale al testo. Tante parole, in questo spettacolo, ma anche carne, o meglio, un corpo, uno solo, ma già coppia in se stesso. Corpo politica, dibattuto tra i sessi, che se ne frega dei generi e gioca tutto (identità, relazioni, futuro) tra castrazione e orgia di vita. Annullato sotto la veste nera degli attori-voci, riemerso (in video o in scena)  in tutta la sua nudità d’oggetto in pelle, palle e pelo, la corpofagia di P.P.P. perde qui tutti i fronzoli vitalistici e le provocanti seduzioni, diventando forma scientifica di resistenza al flusso (stagnante) di un mondo-merce-merda. In questo mediterraneo senza rigenerazione, solo la maschia caduta del sesso (pene perduto, due labbra nuove tra le gambe) è l’unica “apertura” possibile a un cambiamento insieme personale e collettivo. Andrea Adriatico, insieme a un folto gruppo di collaboratori, fuori e dentro la scena, (Alessandra Alpigno, Anas Arqawi, Antonio Bianco, Daniela Cotti, Giovanni Frezza, Andrea Fugaro, Chiara Guadagnini Michela Malisardi, Salvo Maugeri, Saverio Peschechera, Salvatore Pulpito, Rabie Sakri, Corrado Trincali, Luca Zanna, Freak Andò e Delta-Bo Project), ci ha aiutati a galleggiare senza zattera sul vischioso oceano contemporaneo, con il corsaro Pasolini ancora pronto a gettare un’àncora (tutt’altro che salda, ma ben appuntita) nel fango troppo quieto delle nostre coscienze.

Is,Is Oil, il magma del pensiero pasoliniano

 

Is Is oil, l’ultima produzione di Teatri di Vita andata in scena nelle scorse serate, risulta suggestivo già dall’operazione culturale che viaggia tra le onde del titolo; uno spettacolo di quelli che non si dimenticano facilmente. Ci si può dividere sul taglio narratologico, ma l’immaginario dello spettatore teatrale non può non essere scalfito. Impresa non facile nell’epoca dell’ipersaturazione dell’immagine.

Andrea Adriatico gioca con il testo complesso di Pier Paolo Pasolini, Petrolio, e ne sfrutta le potenzialità enormi di stratificazione multilivello creando un disegno di scena sorprendente. La virtù principale della realizzazione è sicuramente l’ambientazione: il salotto degli intrallazzi romani diventa un impianto olistico in cui cade la separazione tra pubblico e spettatori, tra persone e personaggi. Tra Cluedo e il giallo, un po’ vintage e un po’ personaggi in cerca d’autore.

In uno spettacolo che ruota in maniera preponderante sul concetto di doppio e di identità, avviene la frammentazione costante, la scissione, la ricomposizione dolorosa e ferita: narratore/autore, conscio/inconscio, voce in campo e voce fuori campo, maschile e femminile. Tra Pasolini e Pirandello si gioca la cifra più squisita del migliore Novecento artistico e culturale italiano, a cornice di una storia che presenta ancora troppi irrisolti, troppi buchi neri.

L’Eni, la stampa, il Medio Oriente, il consumismo del boom nelle sue relazioni più controverse con la sinistra italiana, con il PCI dell’egemonia e della paura del piacere. Una ricostruzione densa e intricata, in una narrazione, e questo è il principale difetto, che non lascia mai posto all’interazione teatrale strictu sensu. È il magma del pensiero pasoliniano a prevalere sull’azione. È una viscosità che fa sentire tutto il peso della forma testuale.

Nonostante il limite, che ogni tanto emerge, della lettura animata, lo spettacolo ha una sua piacevolezza indubitabile: non fosse altro per il caleidoscopio di immagini create, come nella scena di chiusura finale, quando un cielo azzurro magnifica il lieto fine, a valle di un percorso di lacerazione che deve conoscere la liberazione dalla gabbia della forma e del genere per poter approdare alla libertà.

Il gioco di rimando, già dal titolo, risulta un tantino forzato, non cogliamo segni di apertura verso un ipertesto naturale: non maturano i germi per scolpire l’analessi storica, nonostante ci si trovi davanti ad un autore preconizzatore della contemporaneità. La scrittura rimane comunque di grande respiro e inghiotte al suo interno gli attori che si sacrificano a voce dell’autore, quasi in un gioco di sottrazione interrotto solo da qualche acuto visivo.

Il pubblico si è accostato con entusiasmo alla proposta di Teatri di Vita ed è stato necessario programmare uno spettacolo in più per accogliere parte del pubblico che non aveva trovato posto, complice anche una scelta scenografica particolare, tipica di Adriatico, che limita il numero di spettatori per replica.

Lo spettacolo fa parte del variegato progetto che Bologna dedica a Pasolini in occasione del quarantennale della morte, che decorre oggi, 2 novembre 2015.

(…) Andrea Adriatico torna a Petrolio per la rassegna bolognese, dando al suo lavoro un titolo che strizza l’occhio all’attualità, Is, Is Oil. Gli attori girano tra il pubblico già nel foyer, abbigliati come per un party d’alta società. E lo stesso spazio scenico è trasformato in un salotto anni sessanta, con poltroncine e tavolini al posto delle solite file di sedie della sala teatrale, tra tendaggi che diventeranno schermi neri per proiezioni delle figure, ritagliate da ogni ambiente, dei personaggi di Carlo, dell’angelico Carlo I e del sulfureo Carlo II. Le storie di questo ingegnere, membro produttivo della società, legato agli intrallazzi dell’Italia arrembante dell’epoca della ricostruzione e del boom, di Mattei e di Cefis, si allargano al suo desiderio, alle sue fantasie sessuali, alla sua trasformazione – anatomica, mitologica, psichica – androgina e poi decisamente femminile, con una scarnita ma efficace evocazione della scena di possesso nel pratone del Casilino.

Sono molto caratterizzati i personaggi del salotto della signora F, con una recitazione tesa fino al caricaturale di due delle attrici, Anna Amadori e Olga Durano, mentre gli altri (Giovanni Capuozzo, Francesco Martino, Alberto Sarti, Davis Tagliaferro, Selvaggia Tegon Giacoppo) e loro stesse in differenti momenti si fanno portatori funzionali della storia, lasciando alla brava Patrizia Bernardi il ruolo di voce dolente, profonda, vera. Intorno a quel salotto si tessono trame affaristiche e complottistiche, quella storia della “modernizzazione” senza estirpare le vecchie furie conservatrici, classiste, “fasciste”, che porterà allo scoppio di varie bombe, e quella lotta per il petrolio al quale allude il titolo, effettistico ma poi poco supportato dallo spettacolo, se non con un’apparizione di figure di giovani che sembrano mujahidin, giovani dell’Intifada o terroristi. Il merito dello spettacolo è di riproporre in modo lineare una bella parte di Petrolio, di fare una silloge di alcuni dei suoi momenti fondamentali. Ciò avviene, però, senza aggiungere molto a ciò che già sappiamo del romanzo, in modo illustrativo, senza veri scatti in ulteriori paesaggi.

Così lontano, così vicino il Pasolini di Petrolio

 

Documento letterario e politico, il romanzo “non finito” di Pasolini Petrolio, che si compone di oltre cento brani di appunti, ha trovato in Andrea Adriatico un regista attento e “distante” che, con lucidità critica, forte sensibilità poetica e alcuni eccessi di “visione”, lo ha trasferito in scena ricostruendo la storia di Carlo e del suo percorso di formazione soprattutto sessuale. Siamo alla fine degli anni ’60, nessuno parla più di “miracolo italiano”, sta per cominciare la lunga stagione delle stragi, della trasformazione del “carattere” degli italiani; a queste cose Pasolini guarda con spavento. La stanza ideata da Adriatico, il salotto borghese della Signora F., diventa il luogo privilegiato della narrazione scenica: qui pochi spettatori vengono accolti e fatti accomodare su divani e poltrone, complici e partecipi di una vicenda lontana che ci coinvolge ancora adesso. Due schermi, posti uno di fronte all’altro nella sala, traducono in filmati quanto accade in questa camera dell’attualità e della memoria dove tanti fatti pubblici e privati, individuali e collettivi, si uniscono per diventare un racconto unico, in un intreccio poco pasoliniano e molto Dylan Thomas. Così, fra realtà e immaginario, reportage giornalistico e didascalismo d’epoca, si inseguono le azioni dei vari personaggi narranti che continuano il loro personale racconto anche attraverso la voce registrata e che diventano perfino camerieri di scena, nel momento in cui offrono al pubblico tartine, calici di vino e paste dolci, come in un happening domestico inaspettato, piacevole ma distraente. E, a volte, per troppo accumulo di situazioni e di dati, non tiene neanche quella sottile linea di confine che dovrebbe unire ambiente e rappresentazione e in cui risiede l’originale cifra stilistica e teatrale dell’ambizioso progetto.

Petrolio: il buco nero dell’Ideologia. ‘Is, Is Oil’ di Adriatico/Teatri di Vita

«In questo mio racconto […] la psicologia è sostituita di peso dall’ideologia. Il lettore dunque non si illuda: egli non si imbatterà mai in quei personaggi che si svolgono e si evolvono, rivelandosi agli altri protagonisti, e al lettore, man mano che gli eventi – di cui sono causa o da cui sono causati – li costringono a una drammatica coerenza.»

Appunto 31. Petrolio. Pasolini. Da circa cento pagine si sta dispiegando frammentaria e eterogenea una storia. Difficile tuttavia dire quale. Difficile definirne l’oggetto. Si potrebbe dire l’Italia degli anni 60. O Carlo, un ingegnere dell’ENI, quasi protagonista. Ma Carlo non è uno, sono due: Carlo Primo e Carlo Secondo, Carlo di Polis e Carlo di Tetis, il borghese e la sua ombra proletaria, o più semplicemente A e B; Carlo però non è neppure soltanto uomo ma sarà anche donna. E poi c’è la società italiana, le aziende petrolifere, Aldo Troya (cioè Eugenio Cefis), i prestanome, i salotti, i cattolici comunisti, la massoneria, il sesso, il sesso soprattutto: sesso come potenza virile, come sfogo bestiale, come affermazione e negazione, incestuoso e promiscuo, capitalista e proletario; e rieccoci di nuovo alla schizofrenia. Tra le pagine magmatiche di questo crogiolo letterario perfino la voce dello stesso autore altalena continuamente  tra la sovrapposizione con il narratore e la fusione con il narrato. Insomma. È così, che tra un appunto e l’altro, Pasolini a un tratto dichiara esplicitamente la propria poetica: raccontare l’ideologia anziché la psicologia. Che vale quasi a dire: la visione del mondo anziché la reazione al mondo.

Ora. Andrea Adriatico decide di portare in scena – liberamente – il celebre romanzo incompiuto, ma è più che consapevole che Petrolio è materia scivolosissima, ostica, a volte addirittura repellente, e che trasportarla a teatro potrebbe renderla ulteriormente inaccessibile. Ma il primo rischio è subito scampato: non si fa in tempo a mettere piede dentro la sala bolognese Teatri di Vita che l’idea convenzionale stessa di “teatro” scompare: lo spazio è ridisegnato. Ci si ritrova così in un salotto che se non fosse tanto asettico si potrebbe dire quasi borghese; le attrici in abiti eleganti indirizzano gli spettatori (non più di trenta a replica) verso le poltroncine, i divani e i tavolini in vetro sparsi lungo il perimetro rettangolare, che con le sue quinte tutte nere preme sui presenti, come un’ombra, quasi che qualcuno, forse qualcosa, stesse per manifestarsi. Ma cosa? E dove poi?

Non si direbbe ma di fatto si è caduti in trappola. Una trappola comoda, confortevole, accogliente, eppure subdola. È la società. E “noi” ne siamo parte.

Quasi fosse una cerimonia privata da loggia massonica, Is,Is Oil si dispiega tra le tende nere della scena con gli attori che più che recitare officiano un rito: si animano come inchiostro che diventa carne, come testimonianza storica che prende respiro, come quei frammenti stessi di Petrolio che si manifestano tra voce dal vivo e voce registrata, corpo presente e corpo in videoproiezione, realtà evocata e realtà  innescata (impareggiabile Olga Durano). Lo spettacolo non si realizza mai ma avviene e basta. Se all’inizio ci si attende qualcosa, un segno teatrale convenzionale, una storia, una recitazione pur di qualche tipo, man mano che l’azione tarda ad arrivare un senso di vuoto invade lo spazio (non più “scena”) e sovverte l’atto stesso della percezione: a cosa si sta assistendo?

Ed eccolo lo scacco, eccola la poetica pasoliniana, ecco l’ideologia anziché la psicologia. Adriatico intercetta completamente lo spirito di Petrolio, pur facendolo proprio (e con la riduzione che ne restituisce e con la scrittura scenica che ne propone),  e ne attua la crisi interna. Non c’è una storia, c’è“la” storia. I suoi protagonisti non riflettono infatti un’evoluzione meramente personale, l’individuo ormai è pedina in uno scacchiere disseminato di implicazioni. Per questo lo spettacolo non può venire ad essere, perché non esiste alcuna parabola da compiere, il nostro stesso presente è ancora dentro quella curva  storica. Per quanto il titolo tragga forse un po’ in inganno – suggerendo riferimenti ipercontemporanei che solo privatamente lo spettatore potrà provare a soppesare e ricollegare –, Is, Is oil è perfettamente contemporaneo nella misura in cui dischiude un presente ancora attivo (quello capitalista, sovrannazionale, ammanicato su ogni fronte). E se a tratti rimane indigesto è unicamente perché il testo attorno cui ruota lo è.

Giungiamo così a uno dei paradossi più bizzarri (o tragici, secondo la vostra capacita di ironia) del XXI secolo: viviamo in una società più che mai individualista, ma in questa società l’individuo conta pochissimo. O per lo meno la sua azione privata ha un effetto quasi ininfluente. Soprattutto nel lungo tempo.

Ecco, forse da Petrolio si può imparare a recuperare un rapporto più sano con il mondo: nella società: con il prossimo. Affacciarsi, confrontarsi, accettarsi, anziché continuare a immaginare una realtà astratta che esiste solo grazie alle nostre paure (cioè i desideri frustrati), figlie fra l’altro di un edonismo-consumista che è il primo motore del capitalismo. O per lo meno si può tentare, proprio a partire dalle piccole cose. Altrimenti continuerà, appunto, a prevalere l’ideologia sulla psicologia. Continueremo a reinventarci senza mai arrivare a capirci.

Teatri di vita è un salotto di petrolio

 

Tacchi alti, spacchi, gioielli, trucco pesante. No, non è il pubblico da pomeridiana teatrale. Eppure, sì, siamo a teatro, foyer, interno pomeriggio, domenica bolognese. Bologna in cui nacque Pier Paolo Pasolini, residenza stabile di Teatri di Vita, che al grande intellettuale dedica parte del proprio nome, ne abbraccia la complessità di pensiero attuando un processo che sia contemporaneamente restituzione e appropriazione, aderenza e distacco, tanto da evitare l’elogio, la celebrazione figlia dell’istante più che dell’adesione nel tempo.
Siamo in un luogo che diventa tutto teatro e si sovrappone alla vita, fosse anche quella dello Spritz versato e poi abbandonato per correre dietro uno sguardo. Qualcuno dà il benvenuto, quasi fossimo commensali invitati a una tavola comune, scambiati di posto con il ruolo che abbiamo deciso di assumere. Scrivo questo ancor prima di sapere che sto già vedendo Is, Is Oil, ultima produzione diretta da Andrea Adriatico, prima che la distanza tra attori e pubblico si formalizzi in una sala svuotata della dimensione usuale, poltrone e divani da salotto privato diposti in cerchio perché dell’azione si offra una più ampia angolazione di vedute.

In questo libero adattamento di Petrolio, ultima opera incompiuta di Pasolini e secondo approccio da parte di Teatri di Vita alla sua scrittura, scivoliamo dentro con la certezza che le luci rimarranno soffusamente accese a farci compagnia, per dimenticarci del distacco sala-scena, comprendere che «con la verità del sogno si renda più puntuale l’ansia di verità». Entreremo in questa dimensione fluidamente,  non perché non abbiamo più percezione dei confini di ciò che siamo, confusi tra ruoli di spettatore e attore. Si tratta della condivisione di uno spazio e di una condizione: fluidità per l’inizio dello spettacolo che si definisce ancor prima d’esser dichiarato tale fin dal foyer; dello slittamento tra la narrazione e l’azione scenica, nel passaggio dal romanzo in forma d’appunti allo spettacolo in frammenti; tra l’ossessione dell’identità e sua frantumazione, l’abbattimento di quella dicotomia tra essere perfettamente buono e cattivo, tra maschio e femmina, tra Carlo e Karl, tra Carlo che è personaggio ma assume su di sé l’autore, è A e la sua nemesi, B. È me, che arrivo da Roma per ritrovare a Bologna un’altra città eternamente rinchiusa nel proprio fascino malato: il salotto intellettuale romano della sinistra dei Settanta mi sembra si rifletta sui nuovi fasti godereccio-artistico-intellettuali del Pigneto dei locali, quello stesso quartiere decantato da Pasolini e che, a distanza di quasi mezzo secolo si è dimenticato della forza e ne ha dipinto soltanto l’icona.

È una questione personale, perché mentre assisto, io, parte di trenta spettatori, al dispiegarsi di alcune delle trame del romanzo, dello svelamento di una nuova società corrotta e corrosa, società dei prestanome e degli imperi immobiliari, degli imbrogli delle società petrolifere, del sesso brutale da concedere soltanto per vie nascoste e di quello metamorfizzato, accetto il patto linguistico promesso dall’intellighenzia, accetto di far parte del sistema perverso. Non importa che sia finzione: mentre gli attori, accostandosi alle nostre poltrone e sedendo sui braccioli accanto i nostri gomiti, narrano ora di presenza,  ora mutamente prestando l’espressione alla loro voce registrata, io sto là, accanto a loro, accetto dai loro vassoi il cibo per allietare la discettazione. Bevo, brindo con gli stessi loro calici mentre dietro di me una folla di giovani urla per una rivoluzione che rimane dietro un velo. Realmente, metaforicamente. Entra una donna dal vestito paillettato da vamp, mondanissima, ma lo sguardo è inesorabilmente, tragicamente triste. Come questa muta figura rimango nella degradazione perché «profondamente morale», perché se il male è sterilizzato diventa parte del nostro quotidiano, la nostra santificazione passa per la mano sporca di qualcun altro. Mentre, girati di spalle, protesi in avanti o col collo obliquo vedremo qualcuno nudo, esposto, noi staremo assaggiando tartine, facendo del futile intrattenimento la nostra azione primaria. Non più attorno a una storia, la messinscena dei Teatri di Vita riacquista la denuncia di  Pasolini ritraducendola sulla scena, che ruota su questo scarto terribile che continuiamo ad accettare, lo schiaffo in faccia che riceviamo dal sogno, per guardare con ansia alla nostra realtà.

Se allora avrete posato il calice, perché nelle parole dette a bocca piena da Olga Durano, da Anna Amadori o da qualcun altro dei sette attori, avrete provato vergogna non per loro ma per voi stessi, nella viscosità della ricchezza nera avrete bagnato le mani, ma vi starete domandando come rifiutare quella guerra interna. Is, Is Oil non è un gioco di parole ma è. Rifiuta l’immagine, asciuga l’azione e spoglia il racconto, ciononostante è. A chi lascia la comodità di quei divanetti il compito di scoprire cosa.

Teatri di Vita sulla pista del petrolio

 

Il congedo di Pier Paolo Pasolini dalla vita è un romanzo cruciale incompiuto, “Petrolio”, opera summa testamentaria che riconnette e definisce la caotica e convulsa coscienza del bel paese nei suoi primi decenni repubblicani.

“Is, Is Oil”, produzione 2015 di Teatri di Vita, ripercorre gli appunti di questa ‘favola rozza’, come Pasolini stesso la definì, riannodando gli impulsi di un intricatissimo romanzo-saggio, che mette alla gogna l’impietoso ritratto di una civiltà che si è smarrita.

Teatri di Vita torna quindi a cimentarsi con Pasolini dopo oltre 10 anni dalla messa in scena della tragedia “Orgia”, e a 40 dalla morte del più compianto intellettuale italiano del dopoguerra.
Andrea Adriatico rimodula teatralmente un’opera, di per sé neanche lontanamente pensata per un approdo scenico, senza scuotere o stravolgere la massiccia architettura totemica pasoliniana, e senza contraffare le urgenze tematiche del testo: un attacco frontale al sistema di potere degenerato che omologa a modelli di vita opprimenti, emarginando se non eliminando ogni voce contraria. Un potere che si incarna in una classe borghese ipocrita, apparentemente suddivisa in menti illuminate, riformisti e rivoluzionari, così come conservatori e reazionari, ma che si dirige tutta quanta verso lo stessa comandamento: la conquista e la conservazione del potere stesso con tutti i mezzi a disposizione.

“Petrolio” ha come protagonista Carlo, ingegnere della borghesia torinese, arguto catto-comunista avviato a una brillante carriera nell’Eni. Il personaggio di Carlo è però sdoppiato: Carlo Polis è il lato morigerato e sociale, dalla condotta sempre appropriata e coscienziosa; mentre Carlo Tetis è l’altra metà, diabolica e sensuale, pronto a violare ogni tabù, ponendo al centro della sua esistenza il piacere sessuale, in tutte le sue forme.
Le due parti giungono ad un accordo: il corpo di Carlo sarà di Polis, ma il suo peso sarà di Tetis. Esteriormente le due parti sembrano possedere vite diverse, ma in realtà i ruoli vengono spesso interscambiati, risultando così una stessa persona, emblema della contraddittorietà.

Ricomponendo scenicamente la complessa tramatura verbale del romanzo, Adriatico ridisegna gli spazi del teatro bolognese assemblando un impersonale salotto distinto ma minimale, dove il pubblico si accomoda tra divanetti e tavoli in vetro accompagnato dagli stessi interpreti, segregato da una impenetrabile quintatura nera permeabile solo all’avvicendarsi degli attori sulla scena.
È un luogo scarnamente evocativo, di quegli ambienti mondani fulcro delle invettive di Pasolini, un involucro dove la società si ritrova e si riconosce nelle sue agiate e superflue ritualità. È l’agorà in cui i personaggi riscostruiscono narrativamente la loro oggettività.

L’ingaggio scenico è sostanzialmente strutturato sul doppio ruolo di narratori e personaggi degli interpreti, ricalcando i molteplici piani narrativi del libro, sostenuto dai resoconti di voci fuoricampo e decorato da videoproiezioni moltiplicate sulle quattro pareti, riflessi di percezioni corporee alterate.

Nel salotto buono della Signora F. emerge così la lucidità esaltata di un Pasolini disilluso, la vocazione profetica di uno scrittore che tenta di abbattere il confine tra scrittura immaginifica e cronaca, l’esposizione di un quadro impietoso dell’Italia del boom economico, la degradazione senza vergogna allevata da politicanti collusi, funzionari corrotti, golpisti e faccendieri, con in risonanza le stragi di stato e i misteri politico-economici tutt’ora irrisolti.

Ad abbattere il confine tra pubblico e spettacolo è invece la conformazione della messa in scena, che vede gli spettatori inquadrati più come complici che osservatori passivi, complici – nell’accezione di conniventi – di un sistema sedimentato in malsane ideologie e valori da cui nessuno può sentirsi estraneo.

Adagiati nelle accoglienti poltrone siamo ospiti dei cordiali personaggi; come in un elegante ricevimento ci viziano con ogni genere di manicaretto, ci ammorbano con spumante e cure raffinate, mentre cadenzano incessanti le loro variegate identità di narratori, testimoni, personaggi. Ci scuotono quella coscienza politica e culturale ormai sopita nel conformismo consumistico, mostrandoci nitidamente la sporcizia sociale a cui siamo assuefatti ma insegnandoci poi a nasconderla sotto il tappeto.

Efficace la recitazione da parte di tutti gli interpreti, che nonostante alcuni eccessivi picchi caricaturali, riescono a rendersi a loro agio nelle complicate trame magmatiche di un testo che ha la presunzione, secondo lo stesso Pasolini, di contemplare l’intera storia letteraria occidentale e orientale.

Andrea Adriatico conduce il pubblico attraverso una regia garbata ma comunque scrupolosa, nulla di sconvolgentemente ispirato, ma un’accurata riduzione scenica degli innumerevoli panorami di indagine sociale e psicologica che “Petrolio” ci testimonia nonostante l’incompiutezza.

“Is, Is Oil” ci aiuta a tenere sveglia la nostra mente su un autore a cui la morte non ha comunque impedito di continuare l’ammonimento sulle nostre responsabilità morali, sul necessario impegno quotidiano a costruire una realtà diversa, sulle nostre entità individuali e collettive da proteggere dalla bieca ricerca dell’autorità personale.

I tanti misteri ancora fitti di Petrolio

Andrea Adriatico mette in scena l’ultimo romanzo incompiuto di Pasolini

 

Le celebrazioni bolognesi di Pasolini si chiudono sulla scena con uno spettacolo intenso firmato da Andrea Adriatico per Teatri di Vita, Is,Is Oil, ispirato a Petrolio. Aveva debuttato a ottobre, ma a una seconda visione riesco a coglierne meglio la natura complessa. Già l’intento di tradurre teatralmente il romanzo incompiuto sembra sfida ardita, per i tanti fili che esso apre e che non sviluppa o chiude, lasciandoci frammenti che hanno l’ambizione di penetrare in modo poetico i nodi oscuri della società italiana del dopoguerra.

Adriatico punto sullo sdoppiamento del personaggio di Carlo, giovane cattolico di sinistra che per fare carriera percorrerà, con una delle sue personalità, salotti e misteriosi ambulacri del potere di quegli anni, arrivando a contatto con ambigui personaggi che manovrano i fili di una strategia di dominio neofascista che passa attraverso l’industria e cerca di penetrare, con varie complicità, anche nella sinistra, avvicinandoci a quel blob indistinto nel quale siamo precipitati negli anni successivi alle profezie dello scrittore. L’altro Carlo è la faccia proletaria del primo, dominato dal sesso in modo mitologico, prima uomo-fallo poi donna-vagina. Se il primo cerca di possedere la polis, il secondo Carlo è servo, corpo ricevente, posseduto.

Partendo da tale duplicazione la storia è narrata su vari piani, in un ambiente scenico sorprendente che include come complice lo spettatore. All’inizio si sentono voci in playback che ricordano le letture radiofoniche di pagine del romanzo. Situato il pubblico nella letteratura, i personaggi prendono doppia effige: teatrale, grazie a ottimi attori che ci conducono nei meandri di una storia complicata da vicende dominate dalla necessità di governare le fonti energetiche, quel petrolio che spinge fino ai giorni nostri e all’Isis; cinematografica, attraverso proiezioni figurali degli stessi personaggi, immagini, idoli che moltiplicano i piani di lettura in uno spettacolo che si assume la necessità di collegare fili ancora disconnessi, accendendo la deformazione caricaturale come l’emozione pura.

Fra le opere di Pasolini, Petrolio è tra le più esplorate dal teatro italiano, sia per la forza evocativa di un libro “testamentario”, sia per l’incompiutezza materiale e formale (un poema per “appunti”), sia per la miniera di storie, personaggi e scenari; ma soprattutto perché un testo della prima metà degli anni ’70 si presenta ricco di spunti di riflessione per i nostri tempi. Dal Progetto Petrolio lanciato nel 2003 da Mario Martone a Napoli, che coinvolse decine di artisti teatrali, il romanzo arriva alla sua più recente rielaborazione con Is,Is Oil di Andrea Adriatico.

La drammaturgia ridefinisce il plot puntando alla linearità della storia dell’ingegnere Carlo, del suo sdoppiamento tra l’identità sociale e arrivista e quella torbida e sensuale (a cui allude il titolo col raddoppio della terza persona del verbo essere in inglese «Is,Is»), con poche divagazioni, come la relazione sugli intrecci societari dietro il colosso petrolifero dell’Eni. I sette attori-narratori raccontano senza enfasi interi stralci del testo originale, secondo una modalità già esplorata dal regista in Biglietti da camere separate dall’ultimo romanzo di Tondelli (2011): anziché essere teatralizzata, l’opera letteraria è restituita in una esplicita fedeltà alla pagina, in equilibrio tra trasmissione orale e creazione scenica vera e propria. Is,Is Oil impegna il pubblico in uno stimolante confronto con le parole di Pasolini, la complessità del suo romanzo e la sua riflessione sul potere, sulla borghesia, sul rapporto tra omologazione pubblica (sociale) e diversità privata (sessuale).

Il pubblico prende posto su poltrone e divani in un salotto claustrofobico, chiuso sui quattro lati da schermi e tende, da cui escono a turno i narratori. Per metà dello spettacolo tutto procede in modo apparentemente uniforme (ma con il brivido sottile del salotto sadiano di Salò) finché, improvvisamente, lo spazio si oscura, e mentre esplode Wish you were here dei Pink Floyd (1975, anno della morte di Pasolini), i narratori si trasformano in cameriere che servono agli spettatori un ricco aperitivo, mentre al di là delle tende un gruppo di uomini ripete urlando una frase in arabo e sugli schermi divampano le fiamme dell’ennesima sadica esecuzione dell’Isis (altra declinazione possibile del titolo). Dura un minuto, poi tutto si ricompone, gli arabi non ricompariranno più, e i narratori continueranno per il resto dello spettacolo, come niente fosse, a servire salatini e dolcetti agli spettatori, finendo di raccontare le vicende di Carlo. Quell’attimo dichiara il senso e la necessità di questa rilettura di Petrolio, mostrando come sia possibile oggi restituire scenicamente Pasolini, lavorando tra fedeltà e reinvenzione a livello formale e soprattutto di senso, in particolare riguardo alla responsabilità degli spettatori, che qui fanno esplicitamente parte dello spettacolo. Sono loro gli invitati borghesi nel salotto romano della signora F, quello dell’appunto 20 di Petrolio, che la drammaturgia di Adriatico pone al centro del lavoro come snodo interpretativo sulle dinamiche di gestione del potere politico-affaristico. Il salotto, metafora dell’omologazione borghese, coincide, insomma, con l’intero mondo occidentale, senza alternativa, laddove il Medio Oriente e l’Africa («unica alternativa» per Pasolini, ma anche specchio del nostro mondo) premono da un altrove tenebroso, ignorati o incompresi. Anziché limitarsi a raccontare Petrolio, lo spettacolo porta lo spettatore a viverne il senso nello spazio («io vivo la genesi del mio libro», scriveva Pasolini), e a vivere le contraddizioni del suo trovarsi qui e ora nel rito borghese del teatro dentro la società del trionfo della borghesia, esattamente negli anni in cui l’eurocentrismo, contro cui Pasolini avanzò la folgorazione poetica dell’invasione degli Alì dagli occhi azzurri, sta mostrando i segni della sua recrudescenza e al tempo stesso della sua resa di fronte all’invasione di alterità espulse per secoli dal centro del discorso. O dal centro del salotto, magari dietro tende nere per non disturbare l’aperitivo…