Il mio amico Hitler 2019-11-25T11:47:04+00:00

Project Description

Il mio amico Hitler

di Yukio Mishima
traduzione Guanda Editore

uno spettacolo di Andrea Adriatico

con
Antonio Anzilotti De Nitto
Francesco Baldi
Giovanni Cordì
Gianluca Enria

e con la partecipazione amichevole e straordinaria di
Francesco Martino, Lorenzo Pacilli, Damiano Pasi

scene e costumi: Andrea Barberini, Michela De Nittis, Giovanni Santecchia
trucco: Enea Bucchi
cura e aiuto: Saverio Peschechera, Giorgia Brignani
immagine e grafica: Daniela Cotti
tecnica: Micol Vighi, Mohamed Mouilhi

una produzione Teatri di Vita
in collaborazione con Cuore di Tokyo Festival
con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali

Prima nazionale: Bologna, Teatri di Vita, festival “Cuore di Tokyo”, 25 settembre 2019

Adolf Hitler, il delfino Ernst Röhm, il politico Gregor Strasser e l’industriale Gustav Krupp: un poker di potenti nella Germania del 1934, all’alba della feroce dittatura nazista. Le loro parole scavano nella complessità di quel momento e dei diversi punti di vista: una tragedia verbale che sfocerà nella Notte dei lunghi coltelli.
Chi è “il mio amico” Hitler? Perché emana fascino e seduzione? E quali sono le suggestioni che legano gli ultimi scampoli della Repubblica di Weimar con i nostri tempi?

Dopo aver sondato la scrittura in versi di Mishima nell’opera tutta femminile “Madame de Sade”, Andrea Adriatico affronta il dramma gemello tutto maschile, che l’autore giapponese aveva costruito, innescando un rimando alla lontana tra la Rivoluzione francese e l’ascesa al potere di Hitler.

Sguardi Social

Non c’è civiltà nell’equilibrio. Come tutte le categorie all’apparenza accomodanti e simmetriche, il centro rispecchia la vera legge del capitale, il cui principio subdolo e violento è l’astrazione da tutto ciò che è peculiare, da tutto ciò che contiene un anthropos pulsante di vere istanze incarnate nella vita della gente. A dircelo è lo spettacolo sublime di Andrea Adriatico, Il mio amico Hitler. Un allestimento teatrale senza sbavature, impeccabile, come le parole di Mishima, il quale aveva capito, come Pasolini d’altronde, che la vera battaglia ingaggiata nel nuovo secolo non sarebbe stata fatta tra tradizione e modernità, o tra dittatori criminali e democrazie liberali, ma tra anthropos e alta finanza, tra emozione pulsante e capitale, quel capitale che per sua natura ha il potere di muovere le masse e al tempo stesso stempera ed accomoda ogni istanza per trasformarla in merce di scambio, in giusta causa per la la sua incondizionata volontà di potenza.
Hitler, il nostro amico, appare qui nella sua matrice riproponibile, quasi a porsi paradigma di tutto ciò che la politica occidentale ha generato dopo. Un mostro dalla crudeltà quasi ineluttabile, che per godere del plauso scavalca ogni etica, ogni millantato principio di lealtà.
C’è sullo sfondo, l’industriale dell’acciaio, pronto a quotare in borsa x prospettiva il valore spasmodico della supremazia. E c’è anche, mentre si è immersi in dialoghi densi e emozionanti, una strana luce che cala nelle nostre obsolete categorie, che ci costringe ad uscire da noi per ripensare la storia. Hitler, Mussolini…. Andreotti… si passano mentalmente in rassegna i grandi nomi del potere, mentre le scene, di una bellezza straordinaria, ci incantano come l’acqua della piscina che sembra volerci purificare tutti, e invece poi ci lascia ai bordi, un po’ più desolati e esterrefatti. Per quanto sia viva la nostra fantasia di tuffarci a triplo salto nell’acqua della cittadinanza capiamo presto il ruolo di quelle pistole a bordo vasca e ci sono da monito le parole di Mein kampf.
Grazie ad Andrea Adriatico e alla sua fantastica squadra di attori.
Grazie per questo bellissimo e raro teatro.

Applausi per Il mio amico Hitler. Bello il lavoro sul testo di Mishima che attraverso le conversazioni fra i protagonisti dipana le logiche perverse del potere del passato che risuonano nel presente. In una scenografia che ricorda David Hockney e nella punteggiatura affidata ai Placebo si legge in filigrana la dinamica maschile e virile che domina ancora la politica contemporanea

Visioni critiche

Certamente questa quasi prima nazionale a Teatri di Vita, stante una sola messa in scena antecedente del’94, de:Il mio amico Hitler da Mishima, testo teatrale del 1969, decisamente più fortunato all’estero che da noi, è lo spettacolo che maggiormente si distanzia dagli altri per una serie di rischi calcolati che si assume, per la sapienza stilistica e iconografica che lo contraddistinguono, per la artificiosità delle parole, tante, che vengono dette in scena, se pensiamo che si tratta di una misura da tragedia in tre atti e di una durata complessiva poco inferiore alle tre ore.
Non sarebbe esatto dire che volino, ma l’effetto complessivo, contro i temuti cali di tensione, è sorprendentemente compatto e ipnotico, tale da tenerci li, su una storia che è tragicamente storia vera, ma anche rielaborazione contemporaneamente intrisa di classicismo e idealismo delle nostre ragion d ‘essere come occidentali, del fondamento etico della politica, cosi quotidianamente disatteso oggi come allora. Gli atti sono scanditi dalla musica rock vagamente decadente dei Placebo che ci parla di amicizia tradita e dalla inquietante lettura a video di alcuni passi dalla bibbia per eccellenza del nazi pensiero, quel Mein Kempf da subito e sinora tra i libri più letti o almeno acquistati al mondo.
Lo spettacolo si avvale non soltanto dell’apporto virtuosistico di un gruppo di lavoro costituto ad hoc sul progetto, degno coronamento del festival Cuore di Tokio e ideale anticipazione di un convegno prossimo venturo indetto da Alma Mater ai 50 anni dalla morte spettacolarizzata dello stesso controverso Mishima, avvenuta il 25 novembre 1970 tramite suicidio rituale, ma anche di un autentico colpo di teatro-design, per cosi dire, che accentua naturalismo e simbolismo insieme e costringe gli attori tutti concentratissimi e in parte, a recitare anche in acqua come in una sorta di grottesco show da tregenda, talvolta lambito da luci graficamente fredde, talvolta crepuscolari come in un quadro di Hopper e, come in un vera piscina termale.
Nella notte dei lunghi coltelli, che è anche la prefigurazione di un obnubilamento delle coscienze del 900, gli affari di stato, le dialettiche tra poteri forti, le deliberate restrizioni di diritti universali e libertà individuali e di costume con le conseguenti pianificate carneficine si intrecciano ad ambiti privati quantomai politici e intinti di morbosità. Andrea Adriatico lascia intendere che l’unità di luogo e tempo artificiosamente ricreata rappresenti una sorta di universo concentrazionario da cui non siamo mai usciti essendo posti sotto la dittatura onnipervasiva del mercato e dell’interesse economico, tanto che il solo industriale dell’acciaio Krupp, figura appartata, ma chiave di volta del precipitare degli eventi, rimane non solo vestito di tutto punto, ma anche significativamente estraneo all’acqua.
Perché ci sarà sempre qualcuno come lui a far indirettamente eliminare le ali estreme dell’agone politico da destra e da manca, agendo una violenza anche maggiore delle stesse. Il fuhrer non è Amleto anche se insonne nei suoi arrovellamenti, perché come in una favola noir, il finale è già scritto e come a teatro, importante è stabilire il kairos, il momento opportuno, la tempistica e il dove di un epilogo deciso dal principio.
E il dove è lo stabilimento termale di Bad Wiessee, che ci ricollega ad un classicismo da congiurati della latinità, sottolineato in qualche misura dal telo-toga che riveste Hitler ormai incoronato Presidente e consegnato per sempre alla Storia maiuscola, sdraiato su un lettino triclinio da falsa autocoscienza. Storia politica forse da interpretare ormai, sembra suggerirci il nostro regista-autore,piu con strumenti di indagine psicanalitica che con discipline secondo tradizione, tanto marcata è l’ossessione verso un centro, che forse non esiste come assoluto ed assomiglia pertanto ad un vertiginoso erotico vuoto in grado di risucchiare qualsiasi illusione di democrazia possibile.
Adriatico non è nuovo a messinscene da Mishima, autore all’estero forse discusso e discutibile, ma certo meglio conosciuto nei diversi risvolti della sua ricchissima produzione anche teatrale, essendosi cimentato ormai diversi lustri fa con l’enigmatica Madame de Sade, già cavallo di battaglia sulle scene di Ingmar Bergman e riconosciuto come capolavoro del teatro giapponese contemporaneo. Tuttavia, in questo caso, la pregnanza del lavoro sta in un sentimento appunto di riflessione amareggiata, una sorta di trarre le conclusioni sulla seconda metà del secolo scorso, sull’idea dissipata di rivoluzione che lo apparenta strettamente con recenti altre piece da Sartre o dedicate alla storia prossima, rimossa, degli anni ’70 come Chiedi chi era Francesco: le porte chiuse del filosofo francese diventano poi quelle di un’auto da cui ascoltare la radio e confessarsi sulla vita da sopravvissuti che consuma ogni illusione.
Raggiunto al telefono, Adriatico mi conferma come una suggestione importante per lui di questi tempi sia stata proprio il fatto che uno testo teatrale ambientato agli albori del nazismo sia stato scritto nel 1969, in una modalità non già da passatista nazionalista, ma da veggente rispetto ad un mondo destinato ad omologarsi e privarsi delle sue identità sentimentalmente più forti. In generale in questo momento il nostro artifex è interessato a leggere il presente con strumenti storici per capire soprattutto il grande interrogativo rappresentato dagli anni settanta, un decennio quasi colpito da una damnatio memoriae selettiva. L’auspicio è che molti giovani vedano questo particolare spettacolo e abbiano voglia di discuterlo :in soli tre giorni di rappresentazione, i riscontri in questo senso sono stati notevoli ed è quasi sicura una ripresa, mentre non sembra semplice la programmazione di una tournèè viste le difficoltà tecnico logistiche che comporterebbe un riallestimento altrove.

Un Hitler insolito, centrista ma spietato, arcaico ma patinato, un uomo che ha voltato le spalle alla rivoluzione e al popolo diventando un affarista che reprime i suoi istinti in nome del potere. Andrea Adriatico apre la stagione di Teatri di Vita con una produzione molto interessante: uno spettacolo in tre parti, in cui il Mein Kampf fa da sfondo ad una rappresentazione allegorica di un fenomeno storico, ma in fondo di dinamiche umane profondamente annidate nell’inconscio.
Il nazismo oltre la divisa con un’ispirazione al testo ‘Il mio amico Hitler’ di Yukio Mishima. Dura appena un atto la messa in scena della retorica, dei discorsi, del potere ufficiale, che allo spettatore arriva frammentato e ripetitivo come uno dei tormentoni della pop art di Warhol. Gli schermi, la massa, la propaganda: una prima parte molto verbosa, con uno scenario molto minimal, che si consuma nella presentazione delle anime e dei personaggi che si cristallizzano attorno al potere. È una partenza lenta, probabilmente per creare il crescendo che arriva nel secondo e nel terzo atto.
L’occhio del pubblico ritrova il palcoscenico cambiato, stravolto, dominato dalle acque di una piscina che trasforma il punto di osservazione, l’atmosfera. Sembra di essersi spostati nella contemporaneità di una serie tv di intrighi e di un loft newyorchese. Corpi che lottano ma che si abbracciano: Hitler sta preparando la Notte dei Lunghi Coltelli ed è contrastato da un’oscillazione di odio e amore per Rohm, croce e delizia della sua ascesa al potere.
Una nuova lotta-abbraccio vede uno scontro incontro tra Strasser e Rohm. L’anima di sinistra e di destra del nazionalsocialismo tedesco provano a non reprimere l’istinto, la forza primigenia della rivoluzione a cui hanno dato corpo e mente. Lo spirito cameratesco e la fedeltà del capo delle SA lo acceca, gli impedisce di capire quello che invece l’anima socialista e internazionalista di Strasser coglie con lucidità. Hitler per diventare Fuhrer si libera dei nemici e con l’aiuto del capitalismo di cartello di Krupp si accredita alla nazione come l’uomo della pace e della moderazione, il Messia che fa risorgere l’economia dopo la pugnalata alle spalle.
Il capitale che porta in equilibrio lo status quo è rappresentato allegoricamente dall’imprenditore che diventa quasi psicanalista, che detta le condizioni di repressione degli istinti della rivoluzione, che rende schiavo il regime nei confronti delle logiche del mercato della guerra. Hitler, nonostante l’ascesa, si infiacchisce e si umilia contenendo le sue pulsioni, che guarda con occhio periferico, confinate al silenzio.
L’uomo che con la propria forza doveva cavalcare le onde della storia nella lettura di Adriatico si appassisce come un democristiano qualunque che ha piegato la sua violenza e la sua tensione agli interessi della grande industria che ha contribuito a portarlo al potere. Perde il suo vigore e si riduce ad un esecutore che cede alla tentazione del compromesso, simboleggiata dalla mela addentata, e fa l’elogio delle politiche moderate. È la storia dei nazifascismi del Novecento che dopo un esordio proletario e popolare sono diventati i paladini dell’interesse dei grandi monopoli industriali e agrari.
Le scelte degli abiti e dei costumi acquistano una valenza profondamente simbolica. Strasser è l’unico a non tingersi di nero: il suo bianco evoca quasi l’agnello sacrificale, sublima il sacrificio del popolo agli interessi del capitale. Nella sfida con Rohm soccombe fisicamente, in qualche modo anche evocando una umiliazione di genere, nella migliore contrapposizione tra maschile e femminile della retorica nazista.
Sala piena e commenti positivi: molto apprezzata l’idea di scavare in maniera storica e psicanalitica sul retrobottega del potere. Molto forte l’impatto visivo nella scelta di traslare le dinamiche da caserma nel patinato lusso quasi termale della piscina. Ben calibrato il contrappunto delle citazioni per sottolineare la ferocia razzista ma anche la spregiudicatezza umana. L’Hitler della lettura di Adriatico non lascia spazio a romanticismi cameratisti e diventa un caso di studio sulle dinamiche di potere e sottomissione, interiori e collettive.

All’età di quarantacinque anni, il 25 novembre del 1970, Kimitake Hiraoka, al secolo Yukio Mishima, con i più fidati membri del Tate no Kai, l’associazione paramilitare da lui fondata, occupa il quartier generale delle forze dell’autodifesa giapponesi. In diretta televisiva, con le telecamere puntate sul balcone dell’edificio tiene il suo ultimo discorso. Lo scrittore non riusciva più a tollerare l’incedere degli Stati Uniti nella politica interna giapponese e la soggezione alle Nazioni Unite, che piegarono la sacralità della figura dell’imperatore rendendolo al pari di ogni uomo, così come rivoluzionarono le usanze trasformandole in tradizioni. I valori più nobili della vita, non la libertà, non la democrazia, ma la perdita dello spirito del Giappone imperiale si erano estinti con il trattato di San Francisco che aveva sancito la subalternità della patria alla potenza americana. Yukio Mishima compì il suicidio rituale dei samurai, il seppuku, dopo aver inneggiato all’Imperatore, trafiggendosi il ventre e facendosi decapitare.
Un idealista, un nazionalista che intendeva recuperare l’etica Giapponese trasformando il suo messaggio in un manifesto di rivolta, sancendo con il suicidio, la scomparsa dell’ultimo erede della tradizione nipponica. «Il problema “Hitler” si ricollega da un lato all’essenza stessa della civiltà del XX secolo, e dall’altro agli oscuri abissi della natura umana» scrive l’autore due anni prima del gesto eclatante, giustificando la pubblicazione del volume “il mio amico Hitler” che aveva attratto le critiche sia di quei progressisti che lo avevano considerato vicino al Fascismo, per le sue idee nazionaliste nipponiche in chiave nostalgica, sia dei conservatori, per via della sua presunta bisessualità e dell’astratta apoliticità, o antipoliticità, come egli stesso l’aveva definita.
Oggi li dramma torna in teatro e debutta per la regia di Andrea Adriatico a Teatri di vita, Bologna, nell’ambito del festival “Cuore di Tokyo”, Adriatico che non è nuovo alle regie dell’autore giapponese, vent’anni fa aveva allestito anche Madame de Sade.

La storia è ambientata nel giugno del 1934 e racconta, facendo dialogare direttamente i protagonisti in lunghi e fittissimi periodi narrativi che sono il vanto degli attori, le vicende antecedenti alla “notte dei lunghi coltelli”: quella tra il 29 e il 30 giugno 1934, che rappresenta il culmine di un conflitto interno al partito nazista nella quale la compagine sinistrorsa delle SA, guidata da Ernst Röhm e difesa da Gregor Strasser, viene trucidata. Era questo l’inizio delle leggi che di fatto hanno autorizzato, senza possibilità di giudizio posteriore, qualunque azione che Hitler ritenesse necessaria “a difesa dello stato”, la concretizzazione dei punti programmatici espressi nel “Mein Kampf”, l’inizio della campagna repressiva (che in realtà aveva avuto inizio in modo ufficioso fin dal 1933).
Sono Strasser e Röhm i due protagonisti del testo di Mishima e della rappresentazione di Adriatico, interpretati rispettivamente da Francesco Baldi e Giovanni Cordì, che impiega un intero atto di 55’ per sfuggire ai tentativi di persuasione dell’altro di non cedere alla strategia tutta hitleriana, volta alla costruzione di un regime totalitario, di creare l’illusione di una politica moderata, annientando destra e sinistra con la forza. Sia la recitazione che la caratterizzazione dei protagonisti, però, vanno in un’unica direzione: quella di connotare quanto più aderentemente possibile da una parte l’estetica stilistica dell’autore, dall’altra la sua “mistica omosessualità”. Se la scrittura è infatti molto estetizzante, ricca di artifici linguistici e retorici, la resa recitativa non fa che enfatizzarne l’ampollosità, facendo sicuramente notare l’incredibile capacità mnemonica degli attori ma non quella dello spettatore che viene fagocitato da interi capitoli monocordi e esasperati.
Se, di fatto, sia lo scrittore che il colonnello generale delle SA erano accomunati dall’aver represso per obblighi sociali, ma anche per una radicata idea di dignità e di onore, il loro orientamento sessuale, dalla visione dello spettacolo non emerge questo tipo di conflitto interiore, che potrebbe essere un dato piuttosto rilevante rispetto a uno dei temi cardine, ovvero la fedeltà verso i rapporti amicali, affettivi. Dopotutto, l’intera vicenda è incentrata sulla volontà di Rohm di non tradire in alcun modo “il suo amico Hitler”, Gianluca Enria, e sullo stesso Hitler che rassicurava il capo delle SA: «Quando diverrò presidente, sarà facile trovare il modo per affidarti l’intero esercito. È necessario avere pazienza fino a quel giorno: vorrei che tu affrontassi insieme con me anche le situazioni più critiche. All’apparenza siamo un cancelliere e il suo brillante ministro, ma poiché condividiamo un indicibile tormento, è come essere tornati al 1923, all’epoca delle fatiche di Ercole». Ma si percepisce neanche troppo velatamente una spettacolarizzazione di atteggiamenti stereotipati, un melò che, invece, Mishima stesso, rifugge categoricamente, affidando l’intero scheletro della trama agli intricati giochi di potere di quello che considera uno stratega senza precedenti. Persino il tavolo delle trattative è portato al parossismo: le macchinazioni militari, le rivelazioni di pericolose ideologie e gli strazianti tentativi di arginamento, vengono tutti compiuti all’interno di una piscina, che il pubblico accoglie con un estemporaneo “ooooooh!”, costruita di tutto punto dentro un piano scenico elevato che ospita la vasca e la nasconde completamente lasciando focalizzare l’attenzione sui giochi d’acqua degli attori che nell’atto di prendersi per il collo dalla foga della propria arringa, trovano indispensabile riavviarsi i capelli. Un coup de théâtre, quello della scatola acquatica, che però rimane fisso in scena dopo il suo svelamento per due atti e costituisce sul finale una cornice costituita da tre uomini immersi, silenti e seriosi nell’atto di divagarsi dalle fatiche militari mentre il genio politico hitleriano si disvela in un’autopsicanalisi condotta alla presenza del diplomatico tedesco Gustav Krupp, in scena Antonio Anzillotti De Nitto.
Chi è “il mio amico” Hitler? Perché emana fascino e seduzione? E quali sono le suggestioni che legano gli ultimi scampoli della Repubblica di Weimar con i nostri tempi? Sono i quesiti che il testo di sala pone al pubblico, e che spaventano fino all’inorridimento: perché Hitler è stato il mandante di un numero di assassini talmente alto al punto di non essere pienamente quantificabile e non potrebbe che emanare fascino e seduzione soltanto in quelle personalità psicotiche dominate da un sistema delirante che li avvicina suggestivamente a degli antisemiti demonologici, violentemente razzisti, fedeli al proprio antisemitismo culturale e che considerano giusto il massacro. E nonostante il pubblico sappia che l’aver messo in scena un dramma che lo riguarda non significa necessariamente considerarlo un eroe o amare la sua figura al punto da volerne invidiare le sue doti di stratega; nonostante sappia che il messaggio è indirizzato a tutti coloro che pensano che il vero dramma sottenda a tutte quelle posizioni politiche neutre e non ben identificate, vogliamo credere anche che questa messa in scena non individui nei nostri tempi un qualche tratto comune con gli ultimi scampoli della Repubblica di Weimar.
Proprio perché l’instaurazione di quella Repubblica fu il tentativo di stabilire una democrazia liberale che si concluse con l’effettiva distruzione di tutti i meccanismi forniti da un ordinario sistema democratico, ponendo le basi per quel governo totalitario di estrema destra dalle forti connotazioni nazionalistiche, militaristiche e antisemite, che sfociò nello sterminio di tutte le categorie di persone ritenute “sub-umani indesiderabili” per motivi politici o razziali.

Yukio Mishima interpretò il ruolo di Hitler quando, l’anno dopo aver scritto Il mio amico Hitler (1968), il testo andò in scena. Nel 1970 lo scrittore, figura controversa della letteratura asiatica, si suicidò pubblicamente, il giorno dopo aver terminato la sua tetralogia Il mare della fertilità. Di opere teatrali ne aveva scritte una sessantina, e spesso le recitava lui stesso con ruolo da protagonista.
In Italia quest’opera mancava da tempo: la portò in scena nel 1994 al Teatro Nuovo di Napoli Attilio “Tito” Piscitelli, con il contributo di Antonio Latella e Danilo Nigrelli, pochi anni prima di essere brutalmente ucciso in Brasile per una rapina.
È dunque meritoria la decisione del regista Andrea Adriatico di riproporlo, in occasione del Festival dedicato alla cultura giapponese Cuore di Tokio, ospitato a Bologna da Teatri di Vita da agosto a settembre 2019.
Adriatico aveva avuto in passato a che fare con suggestioni teatrali sia su Mishima che sulla figura di Hitler. Quasi al principio dell’esperienza di Teatri di Vita, infatti, ad inizio anni 90, aveva rappresentato una “trilogia della clonazione”, il cui primo spettacolo fu appunto Ferita. Sguardo su una gente dedicato ad Adolf Hitler.
Poco dopo, quando l’iniziativa culturale si stabilì definitivamente nella nuova e più ampia sede nella periferia di Bologna, rappresentò invece Madame de Sade di Mishima. Da una delle scene di questo lavoro, peraltro, il regista realizzò poi il suo primo cortometraggio Anarchie.
Effettivamente Madame de Sade e Il mio amico Hitler erano opere legate, nell’idea del drammaturgo giapponese, il quale per il primo volle pensare solo a personaggi femminili e per il secondo a una storia al maschile.
Le vicende dello spettacolo sono quelle dell’anno 1934, dell’ascesa definitiva al potere di Adolf Hitler, e vengono raccontate in terza persona in un intreccio che vede il Führer (titolo che lui stesso si assegnò per legge in quell’anno, a seguito della morte del presidente del Reich Paul von Hindenburg) agire e portare a termine gli omicidi del suo braccio destro e capo delle Squadre d’Assalto Ernst Röhm, del politico del suo stesso partito Gregor Strasser e arrivare all’accordo con la grande industria tedesca, rappresentata nel testo dall’industriale Gustav Krupp: «un poker di potenti nella Germania del 1934, all’alba della feroce dittatura nazista» come in sintesi vengono descritti nel foglio di sala.
Chi sono queste figure? A metà degli anni ’20 iniziarono i contrasti all’interno del partito nazista sulla strategia politica da adottare per la prosecuzione delle attività. Da un lato Strasser che, per arrivare al Governo, considerava l’idea di una coalizione con altre forze politiche, avvicinandosi ad idee socialiste; dall’altro Hitler convinto di dover agire in solitaria, sia all’interno del partito, di cui voleva l’egemonia, sia all’interno dello scacchiere politico tedesco, ipotizzando una presa di potere senza alleanze, guadagnando il consenso delle classi imprenditoriali, dalle quali avrebbe potuto con facilità ottenere finanziamenti.
Con abile mossa, Hitler offrì a Strasser l’organizzazione e la gestione del partito nel nord del Paese, allontanandolo da Monaco e nominandolo inoltre, nel 1926, capo della propaganda. Ernst Röhm, capo delle Squadre d’Assalto, nel 1925, anche per via di uno scandalo sulla sua omosessualità, rassegnò le dimissioni ed espatriò in Bolivia. Hitler a quel punto costituì un’unità militare, le SS, capitanata da inizio 1929 dalla figura di Heinrich Himmler. Ma a seguito degli effetti disastrosi della crisi del ’29 e dell’aumento dei disoccupati, le tensioni in Germania e nel partito crebbero, con un grande disordine anche fra le milizie, tanto che Hitler assunse personalmente il comando delle SA e, nel 1931, richiamò in patria Röhm, al quale fu tuttavia immediatamente comunicata la decisione di rendere totalmente indipendenti le SS dalle SA; per distinguersi, le prime avrebbero vestito la nuova uniforme nera, in luogo di quella bruna delle SA.
Tre anni dopo Hitler avrebbe completato l’ascesa al potere, epurando fisicamente i suoi nemici interni nella famosa Notte dei lunghi coltelli, (Nacht der langen Messer, ricordata in Germania come Röhm-Putsch, secondo l’espressione coniata dal regime nazista).
Il testo di Mishima si ambienta proprio poco prima della notte della vendetta e inizia con Hitler (un maturo Gianluca Enria) che tiene un discorso al popolo tedesco, durante il quale Krupp e Röhm sono “dietro le quinte” per assistervi. Si parlano e discutono del “bouquet di ferro” che Krupp (Antonio Anzilotti De Nitto) usava metaforicamente per «mettere in moto grandi progressi nella storia umana», come il progetto di trasformare Hitler in un leader. Röhm e Strasser (Francesco Baldi e Giovanni Cordì) sono in dissidio, tanto che Krupp li definisce «cane e gatto».
La scena (disegnata come i costumi di rimando storico da Andrea Barberini, Michela De Nittis, Giovanni Santecchia) inizia al buio, illuminata da alcuni piccoli schermi su cui viene proiettato il comizio e che danno l’idea della grande città in lontananza: invece scopriremo essere tablet tenuti in mano dagli attori, che dialogano nella cancelleria durante il comizio stesso. Bella anche la scatola scenica in legno ispirata ad architetture giapponesi.
Hitler ritorna per avere dai presenti le impressioni sulla reazione della gente al discorso, appartandosi poi con Röhm con toni fintamente amichevoli, ma di fatto segnando la definitiva distanza fra i due.
Qui la scena è ferma, e i due interpreti sono nella stanza in un lungo dialogo a luce fissa. Statica la recitazione, con una gestualità un po’ ridondante. Nessuna variazione di luci.
Nel finale dell’atto Hitler anticipa a Krupp che ha preso le sue decisioni, ma questi gli risponde: «Adolf, non sei ancora all’altezza».
A segnare l’inizio e la fine degli atti, delle frasi estrapolate da Mein Kampf campeggiano sull’immagine disegnata per lo spettacolo, che viene proiettata sul telo antistante una scena visibilmente rialzata.
Capiremo a breve la ragione di ciò.
Il secondo atto si apre, infatti, con un poderoso eye-catcher scenografico: Röhm è nella Cancelleria, intento a fare il bagno in una piscina (vera, in scena, larga diversi metri quadri) per una colazione con il dittatore: gli ricorda i loro anni di lotta per assumere il potere politico; ma il tentativo di avvicinamento riesce solo a parole e ben presto Hitler lo lascerà solo.
A quel punto, nella finzione scenica, a bordo piscina arriva Strasser, che spiega a Röhm (che lo tirerà nella vasca con tutti i suoi vestiti) che occorre stare in guardia e che vanno messe da parte le loro differenze per rimuovere Hitler e continuare la “rivoluzione” tedesca, prima che il dittatore li uccida entrambi.
A un testo già di suo un po’ insistito fin quasi alla didascalia in questa parte, purtroppo non fa seguito una recitazione priva degli stessi vizi, e nemmeno scevra da alcuni fastidiosi inciampi di memoria, che di fatto impediscono anche ai due in scena di dare profondità ai personaggi – nella realtà ultra quarantenni all’epoca, dunque anche distanti per età dei giovani interpreti, che proprio dallo spessore recitativo dovrebbero guadagnare la credibilità che difetta nell’anagrafe.
La regia non gioca qui tutte le possibilità di disvelamento dei doppi fondi scenici e testuali, permettendo la ripetizione di alcuni movimenti che non sviluppano alcuna trasposizione simbolica, giocando i conflitti fondamentalmente sul piano fisico e vocale.
È qui che Röhm si fa beffe di Strasser, rifiuta la sua offerta e proclama la sua lealtà all’ “amico Hitler”, battuta che dà sardonicamente il titolo alla drammaturgia.
Come profetizzato da Strasser, infatti, le SS per ordine di Hitler nella notte fra il 30 giugno e il 1º luglio del 1934, decapitarono i vertici delle SA riuniti nella cittadina di Bad Wiessee con altri oppositori del regime.
Secondo i dati forniti il 13 luglio dallo stesso Cancelliere del Reich, furono assassinate 71 persone, ma si stima che il totale delle vittime fu ben superiore: tra le 150 e 200.
L’atto III ha luogo dopo la Notte dei lunghi coltelli. Hitler e Krupp si incontrano e certificano il nuovo equilibrio di potere, con Krupp che si dice pronto a lasciargli «tutto il potere senza alcuna preoccupazione». Il dittatore, coperto solo di un asciugamano come un imperatore romano, è steso su un lussuoso lettino di pelle, lungo, mentre l’industriale dal volto grigio, gli siede di fianco, quasi in posizione da analista.
A mollo in piscina non più i due ex sodali di partito, ma tre baldi giovani, la nuova burocrazia: restano muti con la loro sola presenza i tre bei fusti a mollo (Francesco Martino, Lorenzo Pacilli, Damiano Pasi).
In alcuni gesti, ben misurati, nel migliore fra i tre atti, sia per interpretazione che per intenzione registica, si rivelano i nuovi equilibri di potere di una nazione che ha saldato i suoi conti interni ed è pronta a dichiarare guerra al mondo. Tornano i tablet in scena a riprendere il volto del Führer, in modalità asincrona, stile Enrico Ghezzi in Fuori orario, per capirci.
Mishima, autore anche controverso per le sue simpatie politiche, sembra qui sottilmente alludere a come non si arrivi ad una dittatura senza il saldarsi, dietro le figure politiche, di interessi strategici economici forti, i veri motori dell’azione criminale, capaci di armare il braccio di questo o quel fantoccio di turno e di fare carne da macello di tutto il resto. L’intenzione espressionista di rimando al codice pittorico dell’epoca, e richiamata anche dal singolare trucco di Enea Bucchi, riporta alla doppiezza dei personaggi, al loro perenne recitare sé e il contrario di sé in ogni momento.
Il mio amico Hitler ha ancora bisogno di un ampio rodaggio per affinare innanzitutto le intenzioni del recitato, e probabilmente anche per consentire i necessari interventi registici, al fine di favorire una lettura ulteriormente dinamica, specie nelle parti in cui il testo si allunga senza particolari vibrazioni: un bisogno dunque di decisioni, anche nette, e di amalgama fra le componenti più stabili dell’impianto scenico.
In fondo è la stessa cosa che spiega Mishima di quanto occorse ottanta anni fa: quando si arriva ai momenti cruciali, serve qualche scelta ferma e un po’ di spietatezza.
Che in queste prime repliche manca.