Biglietti da camere separate 2019-12-08T13:53:58+00:00

Project Description

Biglietti da camere separate

uno sguardo di Andrea Adriatico
su Pier Vittorio Tondelli

#edizione1 con
Maurizio Patella in Camera 1
Mariano Arenella in Camera 2

#edizione2 con
Matteo Prosperi in Camera 1
Davis Tagliaferro in Camera 2

#edizione3 con
Alberto Baraghini in Camera 1
Stefano Toffanin in Camera 2

#edizione4 con
Francesco Martino in Camera 1
Damiano Pasi in Camera 2

musiche originali di Massimo Zamboni
cantate da Angela Baraldi

luci, scene e costumi di Andrea Barberini
cura Saverio Peschechera, Giovanni Santecchia, Anas Arqawi
tecnica Mirko Capelli, Marco Orea Malià
una produzione Teatri di Vita
con il sostegno di Comune di Bologna – Settore Cultura, Regione Emilia-Romagna – Servizio Cultura, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
all’amore, separato
Prima: Bologna, MAMbo, 28 luglio 2011
Ho conosciuto Pier Vittorio Tondelli negli anni amari, in quel finire di secolo che ha sterminato le menti che ho amato di più nella mia prima giovinezza.
Sì, gli anni ’80 sono questo per me: anni amari.
L’Aids si è portato via i sogni della gente di quel tempo, e non li ha più restituiti. Anzi… ha regalato in cambio un sonno perenne, definitivo, ad un’intera generazione.
Gli anni amari di Pier Vittorio Tondelli sono finiti così, nel 1991, vent’anni fa, al debutto di un Natale, in un letto d’ospedale.
Non ha parlato mai della sua malattia pubblicamente. Non ha parlato mai del suo morire. Almeno in apparenza.
L’ha però trasposta in un racconto carico di umanità legato alla morte altrui, usata come specchio per l’anima.
Ha però parlato di omosessualità, di silenzio, di vita, di misteri delle emozioni, quasi suo malgrado. Ha percorso il suo tempo spaventato dall’essere considerato troppo giovanilista, troppo frocio per froci, troppo marchio per esordienti, troppo etichetta, secondo la moda che gli anni amari hanno trasmesso alla storia. In quegli anni non l’ho amato.
Oggi è forse uno dei pochi autori di cui credo di aver letto quasi ogni riga. A cui ho dedicato una delle due sale del teatro che dirigo. Convinto come sono che non sia, come ingiustamente molti pensano, solo un autore del suo tempo, miseramente relegato nel turbine di weekend postmoderni.
Per questo provo a restituire Camere separate in brevi biglietti, vent’anni dopo, sentendone proprio ora tutta la straordinaria potenza e attualità.
Andrea Adriatico
Un romanzo intimo che racchiude il Tondelli segreto di fronte ai misteri dell’amore e della morte. È Camere separate, storia bruciante e autobiografica, pubblicato due anni prima della scomparsa del suo autore, avvenuta nel 1991. E proprio a 20 anni dalla morte di Tondelli, enfant terrible della letteratura italiana degli anni ’80, Adriatico gli rende omaggio con uno spettacolo che nasce da quel suo romanzo. Due uomini in scena raccontano la storia di Leo, scrittore omosessuale che deve fare i conti con un lutto importante nella sua esistenza. Sarà l’occasione per inseguire le tracce di sé disseminate nel tempo di una vita, dall’adolescenza inquieta in un paese della provincia padana ai viaggi per l’Europa mentre la geografia politica ed emozionale di un intero continente cambia pelle. Ma le “camere separate” sono anche la richiesta di un modello d’amore, capace di esprimersi solo per prossimità e mai per convivenze troppo opprimenti.

Visioni critiche

L’AMORE RIACCESO DALLA DISTANZA

A volte la cronaca s’incrocia inmodo straordinario con ciò che non lo è. Si discuteva tra amici della triste morte di una giovane donna causata da  pratiche bondage. Andrea Cortellessa ci ricordò  che di bondage Pier Vittorio Tondelli parla nel suo romanzo «Camere separate». Questo romanzo  non lo lessi, mi ero fidato del giudizio di Angelo Guglielmi, che lo riteneva «sentimentale». Non lo lessi, dunque, e «Biglietti da camere separate»  di Andrea Adriatico, in scena a India per Short  Theatre è un’ottima occasione per accostarvisi al  punto che si potrebbe benissimo non leggerlo –  non perché sia un romanzo sentimentale, ma per  lo scrupolo con cui ce ne viene dato conto, ovvero viene rappresentato. Si esce dalla performance  dei due interpreti, Maurizio Patella e Mariano Arenella, pensando: ora l’ho letto, è come se lo avessi  letto. Ma non è come se lo avessimo ascoltato alla  radio, con qualche taglio di pagine ritenute superflue. L’elemento di scrittura  scenica non è di poco conto. I due attori, distanti l’uno dall’altro, si parlano, e a noi parlano, ciascuno da una «camera»: un cerchio disegnato con  mattoni da costruzione, materiale  che al regista Adriatico è caro. Gli attori sono vestiti  con camicia bianca e pantaloni  scuri. Ben presto la camicia  vola via. Più tardi i due si  tolgono i pantaloni e per buona  parte dei novantacinque minuti recitano nudi  nello spazio denominato Esterno Canneto. C’è in questa figura qualcosa di trattenuto, quasi di schematico;  e qualcosa di selvaggio, di primitivo. Vi sono  anche, nell’immagine complessiva, lievi modificazioni:  Patella e Arenella si scambiano i propri  spazi, s’incrociano e parlano a metà strada, a un  filo appendono un lenzuolo e una camicia, così sottolineando il momento domestico d’una storia  d’amore il cui succo è nel desiderio di Thomas di vivere con, e in quello di Leo di vivere senza, ossia «separati». Di qui il contrasto che porterà alla morte del primo per Aids e alla fuga solitaria del secondo, in disperato viaggio attraverso l’Europa. Tondelli, apprendiamo, non concepiva l’amore se non come solitudine e desiderio rinnovato dalla distanza.

IL MONDO DI TONDELLI IN CAMERE SEPARATE

Si chiama Biglietti da camere separate l’omaggio di Andrea Adriatico, adattatore e regista, al libro semiautobiografico di Pier Vittorio Tondelli venti anni dopo la scomparsa dello scrittore. Autore trentacinquenne, incline a continui spostamenti per l’Europa e oltre, e, si scopre solo alla fine, minato da un male incurabile, Leo fa il punto sul proprio rapporto con Thomas, ragazzo tedesco morto in ospedale quattro anni prima. Rivivendo i momenti passati insieme, Leo cerca di capire perché i due avessero concordato di vedersi poco, al punto di vivere in città diverse, le camere separate del titolo. Il suo non è tanto rimpianto e nostalgia, quanto un amaro interrogarsi sulla natura della passione, di cui forse è possibile comprendere tutta la portata solo quando il suo oggetto non esiste più (ma la vera passione non sarà proprio questa?). Adriatico affida brani del testo a due interpreti, Maurizio Patella e Mariano Arenella, entrambi bruni, barbuti, camicia bianca, calzoni e reebock neri, poi entrambi a torso nudo, poi entrambi nudi bruchi (con le scarpe, però), poi di nuovo in pantaloni, infine distesi immobili sotto due sudari. I due si toccano una volta sola, all’inizio, quando si baciano, poi agiscono sempre a distanza, specularmente, su due piattaforme nere circolari e parlando dentro microfoni ad asta. Porgono il dettato in un tono uniforme, malinconico ma non lamentoso, impegnandosi in azioni come scambiarsi la postazione, spogliarsi, connettersi (solo uno) a una lunga cordicella che si lega intorno al sesso, ballare da fermo su sporadiche esplosioni di musica anni 80. Nel mondo di Tondelli la carne e il sogno hanno la stessa concretezza e irriducibilità, e questi 90′ ce lo ricordano con convinzione.
SHORT THEATRE: POLITICHE DELLA VISIONE

Il regista Andrea Adriatico, fondatore e direttore artistico della compagnia bolognese Teatri di Vita, affonda il proprio sguardo, con rispetto colmo di emozione e sincera partecipazione, nel romanzo “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli, epilogo della sua parabola letteraria che traduce in pagine di incredibile umanità ed ineffabile lirismo il termine della sua esperienza terrena, stroncata a soli trentasei anni dall’Aids, flagello di un’intera generazione, piaga che ha stravolto irreparabilmente il modo di concepire l’amore, la sessualità e l’interazione tra gli individui. La resa scenica dell’ultimo romanzo di Tondelli conferisce alle sue pagine ancora maggiore enfasi e potere suggestivo: due piattaforme realizzate con grezzi mattoni da costruzione poste ad una decina di metri di distanza simboleggiano le camere forzatamente separate che ospiteranno l’amore dei protagonisti della narrazione, ed il pubblico viene disposto ordinatamente tra queste due strutture, attorno allo spazio delimitato dal canneto e da uno dei padiglioni del teatro. Ad accoglierci i due interpreti della pièce, Maurizio Patella e Mariano Arenella, i quali consegnano a ciascuno spettatore un frammento di carta con la trascrizione di uno dei “biglietti agli amici” che compongono l’omonimo raccolta di Tondelli del 1986, lasciapassare per immergerci sin dai primi istanti nella sua tormentata spiritualità e nella sua straordinaria capacità di tradurre ricordi, emozioni, sofferenze e timori in pagine di delicato romanticismo e straziante verità. Iniziamo quindi a ripercorrere le tappe del legame unico e trascinante sbocciato tra l’italiano Leo, omosessuale dichiarato poco più che trentenne e scrittore di successo, ed il giovane musicista tedesco Thomas: dall’incontro casuale ad un party parigino ai primi timidi approcci, dai viaggi che li condurranno alla scoperta delle più vivaci capitali europee sino alla decisione imposta da Leo ed accettata con sofferta rassegnazione da parte di Thomas di vivere a duemila chilometri di distanza, appunto in due camere separate, per instaurare tra loro una salvifica distanza che inietti linfa vitale nel loro rapporto grazie al potere del vagheggiamento nostalgico della persona amata ed evitando di incorrere nel pericolo di una limitante e svilente routine quotidiana: avranno modo di trascorrere il loro tempo assieme quando lo desidereranno ma potranno anche all’occorrenza rifugiarsi in un’impenetrabile e confortevole solitudine. Se però Leo percepisce questa dinamica relazionale come perfettamente cucita sulle sue esigenze, ben diverso è il mondo interiore di Thomas ed il suo desiderio di condivisione e famiglia; è questo il motivo per cui instaura una relazione con Susan, ragazza che inizierà a convivere con lui, senza che questo precluda la prosecuzione del rapporto affettivo a distanza con Leo. Quest’ ultimo è stravolto dalla rivelazione e vede crollare inesorabilmente le proprie certezze; non vi sarà per lui neppure il tempo di metabolizzare questo scomodo menàge a trois poiché a Thomas viene diagnosticato un male incurabile che lo porterà via con rapidità sconcertante, dopo un silenzioso e dolente congedo dal suo amato Leo in un’austera camera d’ospedale. Da questo drammatico istante ha inizio per il giovane scrittore una seconda fase della propria esistenza, nell’angosciato tentativo di elaborare il doloroso lutto: inutile sarà tornare al proprio paese d’origine e rinchiudersi in una granitica solitudine, così come del tutto vano si rivelerà l’anestetico ricorso a torbidi incontri di sesso a pagamento e a violente pratiche bondage che donandogli piacere annientino anche il tormento della mente e del ricordo. Solo il trascorrere degli anni saprà in parte lenire la ferita e gli consentirà di aprirsi nuovamente al prossimo e alla speranza di un nuovo affetto; il tempo a sua disposizione sarà però eccessivamente breve, visto che anche su di lui incombe lo spettro della malattia. Evidente il parallelismo tra il personaggio di Leo e l’esperienza biografica di Tondelli, anche nella conclusione dal momento che l’autore mentre terminava il romanzo era malato di Aids, sebbene non abbia mai parlato della sua malattia pubblicamente; il romanzo rappresenta piuttosto la sublimazione artistica del suo personalissimo modo di vivere il sentimento ed affrontare la morte, nonché il suo testamento umano e letterario. I due attori in scena danno voce a queste pagine, conferendo loro vita pulsante, dinamismo e palpabile forza espressiva; cambiano posizione frequentemente nel corso del racconto, si incontrano al centro dello spazio scenico costruito con gusto minimalista, interagiscono col pubblico in un dialogo di sguardi e vicinanza spirituale che accresce ulteriormente il fascino del testo di Tondelli. Si libereranno ben presto dei loro abiti, pantaloni neri e immacolate camicie bianche, rimanendo nudi, senza difese né protezioni dalla violenza del mondo esterno, per dar voce in maniera decisamente più credibile ad una storia che della più totale e cruda nudità dell’anima, priva di infingimenti e mediazioni, fa il proprio punto di forza ed il segreto della propria capacità di coinvolgimento emotivo. Ridotti al minimo gli elementi scenografici (dei lenzuoli bianchi che, se dapprima rappresentano le poche tracce di quotidianità del rapporto tra Leo e Thomas, nelle sequenze finali si tramutano in candidi sudari destinati ad accogliere le loro spoglie mortali; le corde che divengono strumenti di piacere nei giochi sadomaso a cui cede Leo nella sua spirale di devastazione conseguente alla morte del compagno), ciò che si staglia in primo piano è il testo, l’emozione, in un “teatro di parola” che colpisce profondamente lo spettatore inducendolo in numerosi passaggi ad un’autentica commozione. Questo anche grazie alle pregiate interpretazioni dei due attori protagonisti, tra i quali in particolare Maurizio Patella cattura l’anima dello spettatore grazie alla sua recitazione pulita, incisiva, ricca di sfumature emozionali e perfettamente padrona della scena, stabilendo con il suo personaggio un rapporto simbiotico notevolmente affascinante. Quando si spengono le luci e si fa ritorno a casa, lo si fa con la consapevolezza di aver assistito ad una vera opera d’arte, con lo spirito gonfio di emozioni e il desiderio di riflettere sulle innumerevoli possibili declinazioni del sentimento d’amore, magari tornando a leggere le pagine poetiche di Tondelli, autore che meriterebbe maggiore considerazione nell’ambito della letteratura del secolo scorso e che “Biglietti da camere separate” celebra con passione, eleganza e straordinaria intensità.
SEPARATI DAL LORO AMORE

Un uomo a piedi nudi, pantaloni neri e camicia bianca, nella penombra della sua “camera separata” stacca e offre un un “Biglietto agli amici” per ciascuno. È il “biglietto numero 11” in cui c’è scritto : «Il dolore dell’abbandono si perde e si infiamma nel dolore primario dell’abbandono della madre e del suo corpo. Dà luogo a una catena infinita di sofferenze che si infilano l’una nell’altra fino al grande e primordiale dolore della venuta al mondo. È una catena di dolori antichi. Una deflagrazione mortale in cui ci si può perdere. Per questo a Berlino, lui scriveva: “Bruno così si accorse che non era della mancanza di Aelred che soffriva, né della sua terra o del suo lavoro. Gli era mancato semplicemente un ragazzo Bruno”. È forse per questo che l’altra sera, stando malissimo, riusciva a intravedere come forma di desiderio soltanto un quieto immaginario famigliare, Correggio, la sua casa, la casa dei suoi genitori». Sono le prime parole scritte che invitano ad entrare nelle stanze di “Biglietti per camere separate”, andato in scena ai Teatri di Vita di Bologna, “uno sguardo di Andrea Adriatico su Pier Vittorio Tondelli” con Maurizio Patella e Mariano Arenella. Sono loro a dare voce alle parole che sgorgano dalla storia rielaborata dal regista Adriatico, prendendo spunto da Camere separate, il libro di Tondelli, considerato a ragione il “testamento spirituale” dello scrittore morto di aids nel 1991. Forse il romanzo migliore dello scrittore di Correggio. Malinconico nel suo raccontare e raccontarsi, una sorta di addio alla vita, anche autobiografico dove la convivenza con la morte, l’aids e la sua stessa omosessualità, è dettata da un riserbo e da un pudore che lo contraddistingueva, restio com’era nel parlare della sua vita “privata” in pubblico. Ora il pubblico sono gli spettatori seduti ai bordi di un rettangolo dove al centro della scena, i piedi nudi dei due protagonisti poggiavano su due pedane ovali, ricoperte da un tappeto nero che sembrava lava di un vulcano, bitume per l’asfalto. Terra dove posare la propria esistenza terrena, dolente e sofferente. Recitano in piedi davanti al microfono, lontani l’uno dall’altro. L’amore gli ha fatti conoscere, l’amore gli ha divisi. Due uomini, due corpi, due anime che si sono incrociati, cercati, amati, e lasciati. Marciano a suon di musica, il volume è alto, ma non è una marcia trionfale, è qualcosa che conduce verso un epilogo funebre. C’era stato un inciampo fatale tra loro. Thomas e Leo, si erano baciati, si erano amati. Un’amore difficile da camere separate. Segnato dalla distanza, il “silenzio prima della lotta”, per sopravvivere e resistere, per non restare sconfitto. L’amore gli aveva uniti e poi divisi. In mezzo c’è la Morte. Amore e dolore. Forse è vera la frase che dice “amiamo solo quello che non possiamo avere”. Forse più ami e più t’avvicini a quella fiaba crudele che è la vita. Puoi amare senza possedere ciò che più brami? Siamo vittime e carnefici di noi stessi. Senza saperlo. Alla disperata ricerca d’amore in un mondo impossibile. Quel mondo così tragicamente descritto dalle parole scritte da Tondelli, risuonano in scena e ti si incollano addosso. Le musiche originali di Massimo Zamboni e le canzoni interpretate da Angela Baraldi, creano quelle atmosfere struggenti capaci di sottolineare l’ineluttabilità del destino a cui non ci può sottrarre. Musica danzata in discoteca per cercare di anestetizzare il sentimento che fa soffrire. Lo stordimento che occulta qualsiasi altro pensiero annidato nel dolore. La canzone dice: “Curami, diventa voglia di me”. L’amore che non c’è più. Leo vive la sua solitudine, la mancanza del compagno perso per sempre e la cosa strana è che lui si accorge di continuare a vivere. Il sesso diventa un antidoto per non sentire più niente. La corda che sbuca dalla tenda nera serve a legare il proprio corpo, a stringere la carne e il sesso, a renderlo prigioniero di un gioco perverso e sadomasochista. Non può legare l’anima però. Sono solo pulsioni per soffocare quell’incontenibile vuoto d’amore. Dalle fessure del loro talamo nero come la pece, vengono estratti dei lenzuoli bianchi. Sono immacolati e candidi. Servono per i loro letti separati e diventano il sudario per coprire il corpo morente di Thomas. Il bianco come il colore della purezza, della libertà, della speranza, del sogno e della serenità, ma anche del sacrificio. Il bianco di un letto dove non giacere più con la persona amata. “Finché morte non vi separi” recita il prete quando unisce in matrimonio. La morte non fa distinzione di generi e di sessi. Per lei tutti sono uguali, uomini e donne. Un uomo e una donna, un uomo e un altro uomo, uniti dall’amore. Biglietti da camere separate è un’elegia, un’orazione a due voci, intense, partecipate, per la bravura di Maurizio Patella e Mariano Arenella. Lo spettacolo è costruito con la giusta essenzialità (il rischio era quello di farne una declamazione recitata del romanzo), dove l’astrazione della scena pensata da Andrea Cinelli è in funzione della drammaturgia. Non c’ nessun intento morale in Tondelli, tanto meno nel lavoro di Adriatico. Ogni retorica riferita ai sentimenti sarebbe stata fuori luogo. Non c’era posto nelle loro camere separate. Dentro poteva entrare solo una cosa impossibile da separare: il desiderio di amare.
L’ADDIO NEGATO NELL’ATTIMO ESTREMO

Andrea Adriatico continua un suo origi- nale percorso di «teatro letterario». Dove la parola è chiave di accesso a realtà na- scoste, che vengono rivelate attraverso forti contrasti, senza mai trasformarsi in ideologia, manifestandosi piuttosto co- me viatico per dimensioni che includono i corpi e tutto l’essere. In Biglietti da camere separate, visto a Teatri di Vita, ambienta l’ultimo romanzo di Tondelli in una scena scarna, segnata da due spazi distanti che rappre- sentano i luoghi, anche psichici, in cui vivono i protagonisti: separati da una vita tutta proiettata in carriere, viaggi, incon- tri; divisi definitivamen- te dalla morte di uno dei due per Aids. Siamo in un amore omoses- suale, affrontato con pudore. Soprattutto messo in scena come rim- pianto, per quel non incontrarsi che nel momento definitivo della morte suona come straziante. Il lavoro vive delle paro- le di Tondelli, con poche invenzioni sup- plementari. Con due interpreti, Mariano Arenella e Maurizio Patella, non sempre all’altezza della semplice, commovente verità del romanzo.
LE CAMERE DI TONDELLI

Trasferire la produzione letteraria in palcoscenico è sempre impresa assai ardua: la chiave scelta da Adriatico è quella di focalizzarsi sui brani che scandagliano gli alti e bassi della passata relazione e su quelle che, tre anni dopo, ci mostrano uno spaccato sul presente di Leo, puntando sulla vocalità e fisicità dei gio- vani interpreti, collocati su due pedane circolari e armati di microfono, mentre il pubblico è assiepato lungo le pareti della sala. Sono le loro parole, a tratti quasi declamate, a farci rivivere emozioni, felicità e disperazione del protago- nista: l’alchimia più felice tra scrittura e rappresentazione la ricordiamo nell’incontro tra i futuri innamorati a un concerto pop, sommersi da musiche assordanti e luci psi- chedeliche, quando Leo issa sulle spalle una ragazza per lanciare un fiore all’amico, e l’ultimo incontro nell’ospedale in cui Thomas sta preparandosi alla morte (difficile non pensare che Pier Vittorio volesse raffigurare la sua) non di Aids ma a causa di una devastante patologia addominale. È struggente la consapevolezza di doverlo lasciare al padre e non potergli stare accanto sino alla fine, ma è altrettanto bruciante il senso di esclusione che convenzioni sociali e assurde regole impongono a chi non sia parte della famiglia o legato dal sacro vincolo del matrimonio. Altro momento di forte impatto emotivo è quello dove Leo, dopo la lunga assenza di desiderio, decide di avere un rapporto sessuale mercenario a sfondo sadomaso con un go-go boy: il lin- guaggio è crudo e diretto, sottolineato dalla totale nudità degli attori. Gli istanti prima di raggiungere il culmine del piacere si associano in lui a un senso di morte, simile a quello avvertito prima di un’anestesia in sala operatoria. Non possono mancare i riferimenti ai viaggi (quegli atlanti sparsi sul pavimento per scegliere una meta) e alla musica (si diffondono quelle originali di Massimo Zamboni, dei cccPe Joe Jackson che canta We Can’t Uve Together). Alla fine dello spettacolo gli interrogativi ronzano nella mente: è prerogativa degli amori gay l’essere tanto tormentati e cosa tentiamo di difendere optando per camere/case separate o relazioni a distanza?
TONDELLI-ADRIATICO, ATTO D’AMORE ANNI ’80

Il titolo dello spettacolo di Andrea Adriatico su Pier Vittorio Tondelli è composto dal romanzo dello scrittore di Correggio – da cui si trae soprattut­to il terzo movimento, Camere separa­te. che dà il titolo al volume – e dal li­bro Biglietti agli amici: uno sconfinato atto d’amore nei confronti dei 24 ami­ci destinatari delle sue intime e brevi riflessioni sull’amore. la vita, la morte. A sua volta. questo ultimo lavoro tea­trale di Adriatico vuole essere la testi­monianza di una passione letteraria. di una condivisione di tematiche e di­mensioni d’esistenza. Un atto di devo­zione realizzato attraverso le parole del romanzo, che racconta la storia di un amore omosessuale: quello di Leo e Thomas vissuto nella distanza e nel silenzio, perché Thomas sta morendo di Aids. La perdita di Thomas porta Leo a scoprire il senso della propria solitudine e a iniziare un viaggio che lo porterà a conoscere altre città. luo­ghi, persone, a soddisfare il proprio bisogno di annullarsi e di morire. Nel capitolo finale si riaccendono tutte le magnifiche e perdute ossessioni di Leo, come in un flusso di coscienza vi­gile e trattenuto; la scrittura diviene commossa, soverchiante, ripetitiva. A Leo il destino ha riservato la stessa sorte di Thomas, ma adesso non ha più nulla da conoscere, sa tutto, an­che per lui è arrivato il momento di dirsi addio. Il merito maggiore di Adriatico è stato quello di avere dato una spazialità tutta scenica a parole che hanno una forte radice letteraria; di avere tenuto sempre in scena i pro­tagonisti della storia, Mariano Arenel­la e Maurizio Patella, nei ruoli di Leo e Thomas, come vere presenze teatrali che si scambiano gli spazi in cui agi­scono – due pedane circolari che si fronteggiano – si incrociano, si sfiora­no, si mostrano nudi e dicono a me­moria il romanzo, così che quello che accade in scena è soprattutto la ma­nifestazione visibile e concreta di quelle parole, la loro sonorità, il piano “erratico” dell’ascolto; mentre ciò che vediamo – il movimento, i gesti dei due attori, il loro costante cercarsi – di­venta l’esemplificazione simbolica ed estrema di una storia che fu allo stes­so tempo immaginaria e reale, in cui, comunque, i corpi, lo spazio della vi­sione, hanno lo stesso pudore, la stessa innocente forza delle parole dette. E per raggiungere questo obiettivo, la regia e i due bravi inter­preti si muovono assieme in maniera assolutamente limpida e cosciente.
LE CAMERE DI TONDELLI E L’AVVENTURA ALL’AMORE SEPARATO DI ADRIATICO

Una ricorrenza tra le altre. Un personaggio scomodo e inquieto come altri. Pier Vittorio Tondelli muore il 16 dicembre 1991. Una vita spezzata a soli trentasei anni dall’Aids. Andrea Adriatico fa un omaggio a Camere separate, romanzo quasi autobiografico di Tondelli, pubblicato due anni prima della sua scomparsa. Lo spettacolo si chiama Biglietti da camere separate. Due interpreti, Maurizio Patella e Mariano Arenella. Ciascuno distante dall’altro. Ciascuno nella sua camera. Si parlano e parlano al pubblico. Si guardano e guardano il pubblico. Ciascuno dalla propria camera. Un cerchio tratteggiato con mattoni da costruzione. Gli attori vestiti di camicia bianca e pantalone nero si spogliano quasi fosse il preludio a un atto d’amore. Nessun involucro a difendere le inibizioni. Nudi, si scambiano gli spazi, cercano un contatto in un bacio carnale e appendono le lenzuola a un filo teso, citando una pratica domestica tipica delle convivenze. I due attori raccontano, come in un salotto tra amici, la storia di Leo, scrittore omosessuale che dalla rielaborazione di un lutto inseguirà le particelle di sé disseminate tra i ricordi di una vita inquieta attraverso un viaggio per l’Europa. Le camere separate sono la proposta di un tipo di amore concepito come “solitudine e desiderio rinnovato dalla distanza”, “vissuto per prossimità e mai per convivenze troppo opprimenti”. Thomas ha voglia di vivere con e Leo di vivere senza. Un conflitto che porterà alla separazione e alla decisione, da una parte presa e dall’altra subita, di vivere in due città diverse. La morte del primo per Aids e la fuga in solitaria del secondo che attraversa il non luogo della propria solitudine. Tondelli non ha mai parlato pubblicamente della sua malattia. Omosessualità, silenzio, vita, emozioni. La fuga da un’idea di convivenza e oppressione. L’idea di un amore vissuto fuori da canoni stereotipati. Camere separate non è un romanzo sentimentale, ma mette a nudo la vita tra due estremi: l’amore e la malattia. Un teatro che ti guarda negli occhi. Profondità di sguardi. Parole languide e fluide come un torrente tra le due rive di pubblico. Lo spettatore si scopre dividuo nella sua individualità. Un teatro che fa piangere perché riporta a galla traumi e dolori di una vita. Un teatro intimo ed embrionale, vicino ed epidermico. Vicino. Così vicino da sorprendere quei particolari che solitamente sfuggono alla vista, per la distanza tra palco e platea. La camicia bianca griffata United Colors of Benetton, la cicatrice sulla spalla destra, i segni del laccio stretto al collo, i piedi, gli occhi, la nudità dei corpi. Tema centrale è l’amore che fugge dalla possessione di dividere lo stesso spazio. Un romanzo narrato a due voci. Due registi, due paia di occhi con profondità diverse, due opposti che si equivalgono. Carne su carne, senza veli. Due letti, due camere separate. Buio. Un biglietto, offerto all’inizio dello spettacolo, dice: “Love is Natural and Real But not for you, my love Not tonight, my love Love is Natural and Real But not for such as You and I, my love.” (P.V. Tondelli, Biglietti agli amici, Biglietto numero 16)
BIGLIETTI DA CAMERE SEPARATE

Quando la storia ci regala un patrimonio culturale universalmente prezioso, questo, inevitabilmente, è considerato come qualcosa di unico e insostituibile. Vale per i grandi poeti del passato, per i pittori, per gli scrittori come Pier Vittorio Tondelli. Esiste però la possibilità di rendere omaggio a questi grandi tesori. A volte un ricordo, una rievocazione, una messinscena viene talmente tanto bene da riuscire a sfiorare il senso del lavoro dell’artista che si omaggia, e questo è un complimento superlativo, è come dire che si riesce quasi a raggiungere l’infinito. Per Camere Separate di Tondelli ci riesce in musica Vasco Brondi, con Le Luci della Centrale Elettrica, citando il titolo in un brano, Cara Catastrofe, pieno di suoni così piacevolmente tormentati come le parole di quel romanzo. Ci riesce molto bene anche Andrea Adriatico, con i suoi Biglietti da camere separate a teatro. Una pièce senza troppi artifici ma intelligentemente espressa. Due camere, due microfoni, la scelta delle parole più giuste, non ce ne vorrebbero altre. Un saliscendi musicale che accompagna gli stati d’animo, degli attori e degli spettatori, un lungo filo bianco da una parte all’altra della sala, da sfruttare. Può dare un senso intimo di casa e servire per stendere i panni, può essere anche l’oggetto erotico di un’adrenalinica fuga sessuale sfociata poi nel senso di colpa. Può essere quella sottilissima linea che divide due persone e pone loro in quel concetto di camere separate, universi opposti e paralleli a tal punto che a sentir parlare ancora di unione sembrerebbe di essere presi in giro. Un tourbillon emotivo vorticoso, lo stesso dell’opera di Tondelli, quello a cui si assiste. Il bacio dell’amore puro, il sesso, i corpi nudi. La malattia, il senso di solitudine, la consapevolezza del non essere mai percepiti appieno da parte di chi appartiene a un orientamento sessuale differente. Poi il dolore, l’amore, l’abbandono, l’eccesso. Maurizio Patella e Mariano Arenella comunicano tutto questo fissando negli occhi lo spettatore, a volte a distanza ravvicinata. Soggezione, imbarazzo, incapacità di reagire, stupore, commozione, inaspettato battito cardiaco accelerato. Quando chi osserva prova le stesse sensazioni di chi recita, anzi no, di chi vive sul palco, allora lo spettacolo è riuscito. E così è stato. Quello che più colpisce sono gli occhi lucidi dei due artisti, che riportano le parole di Camere Separate con la voce o con il loro corpo, uno da una parte e l’altro sul lato opposto. Ancora, il movimento delle loro mani mentre parlano, così frenetico, forse neanche se ne sono accorti i due, ma era instabile come la reazione di chi racconta per davvero di una storia d’amore, in questo caso omosessuale, tormentata, storia di una malattia, di un abbandono, di morte fisica ed emotiva, di un senso di solitudine estrema. Come se fossero davvero Leo e Thomas in carne e ossa, e voce e musica. Il merito più grande è proprio questo. Quello di aver dato purezza – nel senso di trasparenza – e carnalità a Pier Vittorio Tondelli, in un susseguirsi di scene affatto invadenti ma comunque pressanti, viscerali e inaspettate. Non si avverte, tra personaggio e interprete, quel filo che c’è in scena e che trasporta Leo e Thomas in due universi separati. Si spalancano gli occhi, invece, per quel processo di immedesimazione estrema che suscita qualcosa, inevitabilmente. Chi è direttamente coinvolto, in qualche modo scopre di essere meno solo poiché ha assistito a qualcuno in grado di rappresentarlo, almeno, questo eterno e indisturbato senso di solitudine soffocante. Chi non è coinvolto affatto, invece, ha l’occasione per avvicinarsi sempre di più a quella realtà emotiva instabile, ma quanto realistica, che regista e attori hanno espresso in maniera eccelsa attraverso questi brevi biglietti in scena.
BIGLIETTI DA CAMERE SEPARATE

Andrea Adriatico, porta in scena, al teatro Litta di Milano, l’amore omosessuale con la tenerezza e la fragilità di corpi che si offrono innocenti e nudi agli sguardi del pubblico. Andrea Adriatico racconta attraverso le parole di Pier Vittorio Tondelli, le emozioni, le paure, le incomprensioni gli amori che ci spaventano: “Leo perché non ti metti il cuore in pace e accetti di amarmi?” E’ la tenera frase che uno dei protagonisti pronuncia nel vuoto. Adriatico dimostra come sia possibile parlare di argomenti ancora oggi molto attuali e come sia possibile farlo attraverso una rappresentazione che riesce a raggiungere una piena armonia estetica, in un allestimento scenico semplice, ma al tempo stesso curato e completo. Grazie anche alla bravura degli interpreti, mai sopra le righe. Leo, scrittore di successo ama un giovane musicista, Thomas, ma ama anche la sua solitudine, le sue abitudini e costringe l’amante a vivere la loro storia d’amore in “camere separate”. Ognuno nella sua città, incontrandosi e amandosi intensamente per brevi periodi, per rendere l’amore più forte. Camere separate è un romanzo di Pier Vittorio Tondelli. Una, storia drammatica e autobiografica, pubblicata due anni prima della scomparsa del suo autore, avvenuta nel 1991. Attraverso piccoli monologhi raccontati come una cronaca giornalistica al microfono, su due palcoscenici da discoteca, i due personaggi, mettono a nudo la loro anima con continui flashback, scambiandosi, luoghi, ruoli, sogni. Il pubblico un po’ alla volta entra all’interno delle camere per conoscere i vari tasselli della vita di Leo e Thomas. Leo è uno scrittore di successo, originario di un paese della bassa padana, vive tra Milano, Parigi, Londra e Firenze. Thomas, invece, è un giovane musicista di Monaco di Baviera. I due amanti si incontrano spesso in giro per l’Europa, trascorrono le vacanze insieme, alternano periodi di convivenza a periodi di separazioni, Leo vuole così, ben attento a lasciarsi sempre una via d’uscita. Thomas vorrebbe un amore assoluto una lunga serena convivenza, Leo preferisce amarlo da lontano. Non sa decidere, la vita deciderà per lui, Thomas si ammalerà di Aids. Il male del ventesimo secolo, di cui oggi non si parla più, anche se le cifre restano comunque alte. La scena purificata da ogni inutile orpello lancia la parola scenica da un punto all’altro dello spazio, diffonde visioni, suoni, ricorrendo alle lezioni di Artoud, Adriatico immagina un “teatro della crudeltà”, sguardi fissi sul pubblico, luci, suoni che arrivano come una sferzata, per raccontare la diversità, l’urgenza di essere e dire attraverso il teatro. Le musiche sono parte integrante del racconto approfondiscono i personaggi, una situazione e definiscono le battute, l’effetto emotivo è alto. I due attori dentro e fuori le loro camere mostrano una vicenda umana contagiando gli spettatori, portando in scena la loro corporeità fatta di parole ed emozioni. Mostrandoci, anche nei momenti più drammatici, un’altalena continua fra il fuori e il dentro. Il messaggio più profondo della regia è proprio in questa dimensione, cercare di cogliere attraverso la rappresentazione scenica il senso della scrittura per Tondelli. “Lo scrittore è una persona che tenta di vivere scrivendo e cerca di fare in modo che la scrittura contribuisca a farlo vivere. Lo scrittore è sempre conteso fra questo buttarsi fuori e tornare nel silenzio”. Al nostro arrivo gli attori distribuiscono in scena alcune frasi, tratte dall’opera più anomala di Tondelli: “Biglietti agli amici”, ventiquattro biglietti, uno per ogni ora del giorno partendo dalla notte, raccolti inizialmente in un’edizione di sole ventiquattro copie da regalare il giorno di Natale del 1986 agli amici. Io avevo il biglietto numero 24. Lo copio per regalarlo a voi che leggete: “Il fantasma della sua terza persona lo ha accompagnato ogni giorno. C’erano momenti, nel suo vagabondare per la città illuminata da un’inedita lucentezza autunnale, in cui sentiva tangibilmente la mano di Bruno posarsi, protettiva, sulle sue spalle. In questi momenti sentiva soggezione rispetto al mito di sé che aveva giocato. Si sentiva piccolo, mentre l’altro diventava epico… Così anche Aelred gli è venuto incontro a Bloomsbury vestito con un pullover grigio, le gambe un po’ curve, un ciuffo biondo di capelli sulla fronte spigolosa e un pungente sguardo verde-azzurro…ora a pochi minuti dal ritorno, si chiede se ha viaggiato per qualcosa”. E’ una domanda che mi pongo spesso. Strano, mi dico, questo biglietto parla proprio a me, nulla a teatro arriva mai per caso.
BIGLIETTI DA CAMERE SEPARATE

Adriatico in “corsia di sorpasso” al teatro Litta di Milano Giovedì 28 febbraio, ore 21.00. La sala La Cavallerizza del Teatro Litta di Milano si apre davanti agli spettatori, meglio li avvolge, li ingloba.All’ingresso i due protagonisti, Maurizio Patella e Mariano Arenella, ci consegnano un Biglietto; il mio, numero 23, lo leggerò solo alla fine della rappresentazione. Da una delle due Camere il primo interprete ci travolge portandoci in medias res nel racconto. La voce calma, controllata contrasta vivamente con il contenuto delle sue parole che, subito, ci descrivono il drammatico “presente stato di questo sogno”. Leo, scrittore omosessuale, si trova a fronteggiare la morte di Thomas, amico, amante, compagno di Camere Separate. Il grande male che affligge gli anni Ottanta, l’AIDS, si porta via questo ragazzo nel fiore degli anni lasciando Leo nudo, nella sua umanità, esposto alla vita, alle sue crudeltà e alla malattia stessa. Prima la percezione della bellezza e dell’amore, poi della morte e della malattia sono congiunte in frammenti contigui, disorientando gli spettatori e trasportandoli in una danza vorticosa sulle note di Massimo Zamboni, con il proprio battito cardiaco cadenzato dalle parole di Angela Baraldi. Leo, grazie a Thomas, affronta la forza del sentimento: l’amore, la morte, la solitudine. Lo scrittore cresce davanti ai nostri occhi prendendo coscienza di sé e dell’altro, per poi schiantarsi negli abissi dell’animo umano esperendo rabbia, odio, paura e finalmente sollievo in un percorso di annichilimento che Tondelli descrive con disincanto, come se verbalizzare il sentimento, in tutta la sua aggressiva prepotenza, aiutasse ad alleggerirne la percezione. Sul corridoio tra le Camere ascoltiamo i grandi temi sociali stesi come “panni” a prender aria: i diritti delle coppie di fatto, il ruolo della famiglia, la fedeltà, il ruolo sociale dello scrittore, la solitudine dell’uomo, la paura della malattia, il desiderio di fuga. Gli attori ci guardano impassibili. Commossi da questo sguardo vuoto attraverso cui ci viene svelato l’intricato mondo emozionale di Leo, di Thomas, dell’autore stesso, gli spettatori sono trasportati nelle due Camere. Nudi, siamo nudi tutti noi che ascoltiamo un Tondelli sfacciato e irruento, siamo nudi forse più degli attori stessi. Dopo poco più di un’ora un applauso intenso e sincero circonda gli attori a tributo dell’intensa interpretazione e dello splendido lavoro del regista, Andrea Adriatico, che sceglie coraggiosamente una rappresentazione veritiera e incensurata del Tondelli degli ultimi anni. Biglietti da Camere Separate di Andrea Adriatico è una rappresentazione forte, forte come il testo di Tondelli, forte come l’efficace interpretazione dei suoi protagonisti, forte come sono forti i sentimenti umani. Maurizio Patella e Mariano Arenella vengono applauditi a lungo, in un lungo applauso catartico che restituisce ai presenti il possesso della propria dimensione. “Le volte che mi sei mancato…oh, non per la lontananza, ma proprio per la diversità del sentire, le volte che mi sei mancato sono esattamente questi minuti di attesa e di angoscia e di terribile lucidità aspettando un treno a Santa Maria Novella alle due e trentacinque del mattino. Ma le volte che mi sei mancato, oh, non per la lontananza, ma per quella diversità dello sguardo sono i miei occhi che tesi non vedono quasi più.” Pier Vittorio Tondelli, Biglietti agli amici, biglietto n. 23
TONDELLI INTIMO TRA MORBOSITA’ E VOYEURISMO

Ricerca il Pier Vittorio Tondelli più intimo, quello del romanzo autobiografico Camere separate pubblicato due anni prima di morire a 36 anni nel 1991, Andrea Adriatico in Biglietti da camere separate. Il regista trasforma il racconto d’amore e morte, i ricordi e le riflessioni sull’amante morto di Aids, in una movimentata partitura scenica dove l’io narrante si sdoppia nelle voci e nei corpi di due attori, che si incrociano di corsa tra le due pedane opposte della scena, “camere” di un desiderio a distanza, affrontano il pubblico a vicinanza disturbante, si spogliano, si tormentano con lacci bondage, in una regia di simmetrica geometria e insieme morbosa, che alza sempre più la soglia di dolore e voyeurismo. Col gran merito di farci riscoprire una scrittura lucida e struggente.
AL LITTA ANDREA ADRIATICO FA RIVIVERE LE PAROLE DI PIER VITTORIO TONDELLI MENTRE L’AMORE SI NUTRE DI SOLITUDINE

Due cerchi insabbiati nella sala buia. La voce disperata di Angela Baraldi a scandire i tempi, gli scambi di parole sofferte o le continue fughe. Il pubblico tutt’intorno, muto e scosso. Due microfoni, fidati compagni di confessioni, turbamenti e vagheggiamenti dell’io. E due corpi. Rigidi, in apparenza. Quasi assenti. Non curanti degli sguardi, delle luci che scaldano vanamente le loro bianche camice, stagliate sul nero dei pantaloni lucidi. Due uomini che si incontrano, si scrutano, si sfiorano, si prendono. Si amano. Dove il nobile sentimento va ben oltre al mero soddisfacimento della libido. Diventa quasi sacro, una preghiera, il godimento nella contemplazione dell’amante che dorme, che respira, che sogna. Un amore che si nutre di solitudine, che getta via le parole inutili, che si spoglia e rivive in una nudità di anima e corpo, rivelatrice di purezza. Le due cellule si fondono senza unirsi davvero.I due attori (i bravissimi Maurizio Patella e Mariano Arenella) non si guardano mai, nemmeno quando si baciano. Si cercano, si avvicinano, ma resta sempre una distanza, incolmabile. Neppure la convivenza li salda autenticamente. Eppure, nonostante le camere separate, nonostante i panni stesi a dividere spazi e coscienze, nonostante i tradimenti e il logorio del quotidiano, resta un filo sottile che non si spezza. Il desiderio rinnovato di una continua e sempre maggiore distanza è una calamita micidiale per un’unione viscerale. Che persiste, più vivida di sempre, anche dopo la tragica morte di uno dei giovani.Tondelli, poco capito all’epoca e ritenuto da troppi sentimentale e giovanilistico, rivive invece forte e chiaro: ci parla e ci smuove. Gli attori deambulano, pedine in mano al destino, cercano i nostri visi. Ma noi abbassiamo lo sguardo, per paura, forse, per la troppa verità di questo testo. Portare in teatro questo autore solo e disperato è impresa ardua, si rischia di cadere nel patetico, nell’eccessivo, nel caricaturale. Ma la regia di Adriatico è estremamente rispettosa del testo, della sua complessa semplicità. Non sono gli esercizi di stile letterari, nemmeno le costruzioni formali di un teatro troppo spesso avanguardistico a colmare un vuoto e a suggerire sensi: sono i piccoli grandi dolori della vita che, rivissuti in questo spettacolo di arte allo stato puro, colpiscono nel profondo. Mi sento colto nel vivo, io che di solitudine ho ferito e ho perito…
OGNUNO FUGGE DALLA MORTE PER MEGLIO AVVICINARSI ALLA PROPRIA

All’ingresso della Sala La Cavallerizza del Teatro Litta di Milano i due attori protagonisti di BIGLIETTI DA CAMERE SEPARATE, di Andrea Adriatico, ci accolgono ad uno ad uno distribuendo foglietti bianchi di carta che poi scopriamo essere brani tratti da “Biglietti agli amici”, che Pier Vittorio Tondelli scrisse e pubblicò nel 1986 in sole 531 copie, destinato come biglietto d’augurio per Natale a 24 dei suoi più cari amici, pubblicato per Baskerville e andato subito poi esaurito in pochi mesi, ed è un buon auspicio per ben predisporci all’ascolto, perché di ascolto si tratta per lo spettacolo tratto dall’omonimo romanzo dell’autore di Correggio CAMERE SEPARATE ma col suffisso BIGLIETTI…, difatti Leo e Thomas, che si amano, comunicano attraverso un rapporto epistolare, tutto è scritto e tangibile, il loro sentimento cresce e matura attraverso la scrittura, poiché, per volere dapprima di Leo, mal condiviso da Thomas, ma poi con compromessi accettato, decidono deliberatamente e liberamente di vivere il loro rapporto a distanza e in camere separate, in città separate; trascorrono del tempo insieme, condividono le vacanze, ma come base hanno due città diverse, uno in Italia l’altro in Germania e la complicità e l’amore cresce a dismisura, tranne che essere interrotto tragicamente dalla scomparsa improvvisa di Thomas ad opera del male oscuro, l’Hiv, e da qui prende inizio il bellissimo ed emozionante spettacolo di Andrea Adriatico. Era inevitabile che questo autore/regista, dopo il cinema, bellissimo il suo “Il vento, di sera”, dopo le originali interpretazioni di Copi, di Samuel Beckett, fondatore e agitatore di Teatri di Vita di Bologna, si confrontasse con uno dei più grandi e forse dimenticati scrittori contemporanei prematuramente scomparso il 16 dicembre 1991, e lo fa in un appassionante ping-pong fra i due interpreti, utilizzando sopratutto il terzo movimento del libro, e come Luca Ronconi negli ultimi suoi spettacoli, non riscrive la storia, fa dipanare e raccontare gli avvenimenti, spesso in terza persona, ridistribuendo le battute in maniera drammaturgicamente efficace in una sorta di scrittura al quadrato, moltiplicandone le potenzialità facendo uso di due pedane circolari di mattoni, che ben si integrano nella rinnovata Sala La Cavallerizza, tutta di mattoni portati a vergine, e munita di microfoni. Maurizio Patella e Mariano Arenella ci conducono lucidamente per mano nell’ascolto, dicevamo, partecipato, sofferto, vissuto nel percorso esistenziale/sentimentale che percorre Leo fino a ritrovare se stesso, in un locale per soli uomini in un rapporto bondage, e che i due attori simulano per davvero nudi, uno con una corda intorno ai testicoli e l’altro con una benda stretta alla gola, che gli lascia i segni per tutta la durata della pièce. Finalmente, dopo aver girovagato per il mondo, la vita per Leo può ricominciare e, soprattutto dopo la scomparsa di Thomas, la musica fa da spartiacque in questo accorato quanto sofferto dialogo; si odono “Curami” dei CCCP, “We can’t to live together” di Joe Jackson, passando per le musiche originali di Massimo Zamboni cantate da Angela Baraldi, ma un merito speciale va ai due interpreti Maurizio Patella e Mariano Arenella, straordinari, che senza partecipazione emotiva ci restituiscono tutta la bellezza e la sofferenza delle parole di Tondelli, si alternano sportivamente nei due ruoli e cambiando postazioni, parlandosi e parlandoci agli opposti dello spazio scenico, ci offrono il loro corpi nudi così come sono, corpi normali, corpi martoriati, corpi straziati dall’amore e dalla partecipazione. Mai sottrarsi all’amore ci insegna questo bellissimo e struggente spettacolo: un momento di riflessione che dura tutta la vita per ognuno di noi. Tondelli concepiva l’amore come solitudine e a distanza e invece mai come in questa storia vile e sincera ci fa capire che necessario è il confronto, necessaria è la condivisione e forse lui, se avesse vissuto fino ad età matura, ce ne avrebbe dato prova.
UNA NUOVA COPPIA DI ATTORI PER L’OMAGGIO DI ANDREA ADRIATICO A PIER VITTORIO TONDELLI

Un testo a trazione necessariamente narrativa, considerato l’archetipo di partenza, un reading che sembrerebbe fare a pugni con l’esigenza di teatralità che le tavole del palcoscenico ci hanno abituato a pretendere dalla rappresentazione, ma che, grazie ad una corporalità prepotente, incardina la schermaglia dei sensi nel gioco visivo della scena: nonostante la narratologia fortemente ostile alla drammatizzazione il ritorno di Biglietti da camere separate a Teatri di Vita riesce ancora una volta a restituire la grandezza di un testo che col passare degli anni conferma la sua lungimiranza nel far emergere una storia che acquista sempre di più i requisiti della Storia. Sarà per l’atmosfera culturale staffettista, o più probabilmente per una voglia di sperimentare con nuove traduzioni corporee una regia ad impronta molto forte, nel nuovo passaggio sul palcoscenico del teatro di via Emilia Ponente, per l’occasione ancora più minimal, il regista Andrea Adriatico sceglie due interpreti diversi rispetto al passato. Mantenendo l’impianto precedente della costruzione narrativa i nuovi protagonisti prestano voce, istinti e tensioni fisiche ai personaggi di Leo e Thomas, amanti che vivono la loro condizione tra slanci e dubbi, tra avvicinamenti e allontanamenti, nella ricerca di fragili equilibri al di là dell’inalienabile disillusione che porta alla consapevolezza della solitudine. Il remake lancia quasi inconsciamente un confronto a distanza con la precedente vita del testo: il rapporto tra i due nuovi attori se, da una parte, convince per una maggiore omogeneità della coppia nei momenti della rappresentazione della relazione, invece, dall’altra parte, paga lo scotto di una discesa profonda in una partecipazione profondamente immersiva; in qualche passaggio i novelli protagonisti scontano la fatica della narrazione con episodici e istantanei blocchi del flusso naturale del linguaggio. Una mancanza più forte è, stavolta a livello di messinscena, nella sospensione di quella che era stata una scelta fortemente evocativa nella precedente rappresentazione: lo spegnersi delle luci sui corpi silenziosi nella solitudine del loro raggio d’azione personale, senza che ci fosse ancora quel dibattersi precedente dei ventilatori a segnalare quella ricerca dell’altro anche oltre le barriere del tempo, non concede luci e aliti di speranza: una pietra tombale, cinica e spietata sulla fine di un mondo. Al di là di tutto rimane l’ammirazione per un Tondelli filtrato da una bella regia di Adriatico che riesce ad alternare la vivida descrizione delle passioni ad un lirismo monodico acuto, in cui aleggiano i fantasmi dell’alienazione, della malattia e della morte. Un amore che non trova soluzioni (le camere separate non sciolgono il dramma) su un viale del tramonto ben suggerito da una recitazione che gioca molto con la voce e con il corpo. Molto suggestive le scelte musicali (dall’intro sulle note di Emilia paranoica a We can’t live together di Joe Jackson) e il disegno delle azioni rarefatte attorno a qualche piccola impennata narrativa dei frammenti sparsi del reading, come se nel frammento ci fosse la cifra eloquente del discorso che non riesce a ingabbiare il tutto e si deve accontentare solo del particolare e della descrizione degli attimi.
BIGLIETTI DA CAMERE SEPARATE

Lo spettacolo in scena al San Giorgio (27 febbraio / 01 marzo) nel cartellone di Teatro Contatto, ossia “Biglietti da camere separate” coniuga il titolo di due opere dello scrittore Pier Vittorio Tondelli, morto di AIDS nel 1991 all’età di 35 anni. “Biglietti agli amici” sono frasi, pensieri dal forte carattere esistenziale, che Tondelli compone per esprimere a se stesso e a quanti gli sono vicini la sua sconfortata visione dell’esistenza, mentre “Camere Separate” è il romanzo con evidenti risvolti autobiografici che egli compose e pubblicò poco prima della sua morte. Gli spettatori, una settantina a serata, ricevono un foglio di carta malamente strappato con uno dei “biglietti agli amici” e trovano posto lungo le pareti della platea del San Giorgio. Il centro della sala rimane libero e lo sarà per buona parte dello spettacolo perché i due interpreti, Matteo Prosperi e Davis Tagliaferro, parlano e agiscono su due pedane agli angoli opposti della platea. Si esprime in questo modo il tema delle “camere separate”, ossia la scelta voluta da Leo di amare Thomas senza la necessità di convivere con l’amante per non usurare il rapporto e conservare il diritto alla solitudine. La morte di Thomas, la desolazione di Leo (in cui va riconosciuto Tondelli), il suo vagabondare, le sue esperienze omosessuali seguono il processo narrativo del romanzo che il regista Andrea Adriatico rievoca rispettando anticipazioni e flashback della scrittura originaria. L’epoca dell’AIDS anni “Ottanta” viene rivissuta in questo spettacolo con spiccate risonanze memoriali e in qualche modo nostalgiche, nel senso che si avverte il rimpianto per situazioni e persone che il tempo ha cancellato per sempre e che costituiscono una parte, brutta o bella che sia, del nostro passato. È su questo versante che lo spettacolo acquista il suo merito, forse riconoscibile solo da chi era giovane allora. La solitudine della persona sensibile, la necessità di escogitare strategie relazionali fra diversi, la scelta di un amore sincero ma eterodosso, le stesse pratiche sessuali, ora delicate anche nella loro “diversità”, ora brutali per la loro componente sado-masochista, in questo spettacolo, si affrancano dalla vicenda personale e dall’orientamento sessuale degli spettatori. Ciò che si avverte non riguarda la sfera sessuale, anche se ad un certo punto i due protagonisti si spogliano per richiamare la fisicità di maschi che si amano. Il messaggio che arriva è un altro ed è contenuto in frasi dette al microfono come “ragazzi con una paura indicibile di morire” oppure “fugge dall’altrui e dalla sua morte” per poi morire. “Il rapporto fra le persone che si amano dovrebbe essere una relazione di contiguità e di complementarietà, non di possesso”. “Per ognuno di noi giunge il momento di dirsi addio”: il saluto finale, insomma, lo rivolgiamo a chi abbiamo amato o a noi stessi, per ribadire che il nostro ruolo è terminato e che abbiamo finito di scontare il tempo della solitudine e dalla sofferenza. Il carattere pessimistico del romanzo di Tondelli conserva le sue valenze esistenziali e si esprime tutto nelle parole dette al microfono dai due interpreti. Uno spettacolo più da ascoltare che da vedere, più aderente alla letteratura che al teatro, per quanto l’uso dello spazio e la vicinanza al pubblico degli interpreti mirino ad una condivisione diretta di temi ed emozioni. Certamente questo “Biglietti da camere separate” è soprattutto un’occasione per riflettere sull’indecifrabile complessità dell’amore di qualsiasi forma esso sia, dell’amore destinato ad interrompersi con la morte, prima che se ne riesca a comprendere la dimensione, senza risarcimenti e interessi.
L’ESSENZA DELL’AMORE È NELLE “CAMERE SEPARATE”

Due uomini in camicia bianca, pantaloni neri a piedi scalzi accolgono gli spettatori consegnando un “biglietto agli amici”. Si entra così nelle “Camere Separate” di Pier Vittorio Tondelli andate in scena al Teatro San Giorgio di Udine per la stagione numero 32 di Teatro Contatto e le parole nel “biglietto numero 8″ parlano d’amore, “vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, .perchè la sua vita è solo sua e, per quanto tu voglia e quanto ti faccia impazzire, non gliela cambierai in tuo favore…fidarsi dei suoi baci della sua pelle quando sta con la tua pelle l’amore è niente più, sei tu che confondi l’amore con la vita..”
Con queste parole si è in teatro, al buio, gli spettatori – un numero appositamente ristretto – fanno parte della scena, posizionati lungo i lati e, in diagonale, sono posti due piccoli palcoscenici circolari, illuminati dall’alto. Sono le “Camere separate”, da dove gli attori prestano presenza e voce per raccontare la storia di Leo e di Thomas, attraverso la morte del secondo e l’elaborazione del lutto del primo. L’evento della morte, con tutta la sua forza e distruzione, sarà l’occasione per Leo di ripercorrere passo passo, attraverso i ricordi, i flashback, tutta la sua vita, dai primi anni in famiglia vissuti in un paesino fino ai viaggi in Europa.
Filo conduttore è l’amore vissuto in modo non convenzionale, che per esprimersi ha bisogno di spazio, di lontananze, di camere separate appunto dove poter vivere senza soffocarsi. Qual è il modo giusto di amare, o forse, esiste veramente un modo giusto di amare? Una canzone di Sting diceva che se ami qualcuno lo devi lasciare libero. Così Leo e Thomas si ameranno, si lasceranno, staranno lontani senza però dimenticarsi, senza poter dimenticare l’amore che li ha uniti. La vita poi prende delle strade inaspettate e le reazioni al vuoto lasciato da una persona amata sono le più diverse: Thomas sceglierà la vicinanza di una donna per riempire quel vuoto.
Gli attori Matteo Prosperi e Davis Tagliaferro stanno a distanza l’uno difronte all’altro e si spostano per recitare con il microfono lungo il palcoscenico. Il loro raccontare, sotto la regia di Andrea Adriatico, vuole essere un omaggio all’autore, a Tondelli a vent’anni dalla sua morte e al suo ultimo romanzo.
LEO E THOMAS, INTENSA STORIA D’AMORE E DI MORTE

Camere separate ovvero dell’irrequietezza, di una storia d’amore che corre sugli stessi binari, ma a due velocità, a distanza di sicurezza dal quotidiano; camere separate e precarietà geografica per un rapporto che sia di contiguità, di appartenenza ma non di possesso: un fidanzamento continuo per preservare l’amore dai pericoli della routine. Risultato? Solitudine, solitudine e ancora solitudine. In fondo la sola a farti stare con te stesso. Più male che bene, ma te stesso. Questo in sintesi il senso di una storia d’amore unico e insostituibile come quello di Leo, scrittore in prerenne viaggio alla ricerca di sé, e Thomas, un giovane in cerca invece di stabilità affettiva e sessuale. Storia, in parte autobiogafica, raccontata nel 1989 da Pier Vittorio Tondelli, prima che l’Aids se lo portasse via, e che il regista Andrea Adriatico porta in scena (ancora stasera al San Giorgio di Udine per Teatro Contatto Differenze) in Biglietti da camere separate.
Una storia affidata alle voci e ai corpi di Matteo Prosperi e Davis Tagliaferri, che un po’ in terza un po’ in prima persona in un crescendo che è emozionale più che cronologico, ripercorrono alcuni snodi, i Biglietti del titolo, quelli più significativi dal libro di Tondelli. Dall’ultimo incontro sul letto di morte di Thomas alla decisione di continuare il rapporto a distanza, dalle fughe in avanti di Leo alla sua ricerca di evasioni in locali di sesso estremo, alla consapevolezza di un destino in solitaria appagato però dalla scrittura.
Settanta spettatori, dislocati lungo le pareti della platea del San Giorgio svuotata, mentre due piattaforme circolari in due angoli opposti, le camere separate, accolgono i due attori impegnati a un microfono con asta in un gioco, a tratti anche monotono, di racconto e interpretazione. Svelamento di un’interiorità insaziata di vita, al limite della disperazione, scandito da una colonna sonora tutta anni 80, per evocare le discoteche o sottolineare le accensioni della passione, mentre sono ridotte all’osso le azioni che intercorrono tra i due: solo spostamenti da una piattaforma all’altra, un breve abbraccio o nudi ognuno nel suo spazio, nel momento forse più forte dello spettacolo, a rivivere un incontro di Leo con un gigolò in un locale leather contrapposto a un intervento chirurgico subito dallo stesso Leo. Una sorta di desolato parallelismo tra eros e thanatos, che è poi il segno fondane del romanzo e dello spettacolo. E che sigla quel disincanto quell’inquietudine, quella “volontà di svanimento”, tra fine dell’ideologie e consumismo imperante, che è stata di un’intera generazione, gay e no, cui Tondelli ha dato magistralmente voce. Applausi sentiti e calorosi.

PIER VITTORIO TONDELLI RIVIVE NELLO SPETTACOLO DI ANDREA ADRIATICO

L’interessante spazio Teatroinscatola di Roma presenta fino al 16 marzo, lo spettacolo prodotto da Teatri di Vita “Biglietti da Camere Separate”, per la regia di Andrea Adriatico, con Matteo Prosperi e Davis Tagliaferro, dedicato all’ultimo romanzo di Pier Vittorio Tondelli, per l’appunto “Camere Separate”.
Lo spazio è diviso in due sezioni, due camere per l’appunto, dove i due attori armati di microfono con asta, come lottatori della comunicazione, ci intrattengono. Entriamo a spettacolo iniziato (si entra sempre a spettacolo iniziato, ormai… Non è più una novità dal 1980…) accompagnati da “Emilia Paranoica” dei CCCP, poi comincia il racconto. Che non è nient’altro che la recitazione a memoria del romanzo di Tondelli, che chi scrive conosce praticamente a memoria, mentre poco prima, all’entrata, ci è stato consegnato un foglietto con un biglietto tondelliano (ricorderete il famoso “Biglietti agli amici”, nato prima come omaggio numerato per pochissimi poi ristampato da Bompiano subito dopo la morte dell’autore. Il mio per la cronaca è il biglietto n°4, quello di un frammento di un testo di Joe Jackson).
Lo spettacolo scorre: la storia di Leo e Thomas, del loro amore, della morte di Thomas, della disperazione di Leo per la morte di Thomas e per la sua stessa permanenza in vita, l’incapacità di vivere un amore per il gusto di vivere l’amore, una certa omofobia interiorizzata di cui Tondelli era vittima, ma che nel 1989 nessuno aveva nemmeno il coraggio di nominare, i numerosi frammenti di parole che si accavallano, troppe, troppo numerose e dette troppo in fretta, e poi i due attori che si tolgono la camicia proprio quando me l’aspetto e si denudano esattamente quando sento che si denuderanno (non è colpa mia, conosco il testo a memoria), alcune trovate di regia interessanti, la separazione in due camere (separate appunto) con due lenzuola e tre federe (una di Leo, una di Thomas l’altra della ragazza di Thomas) poi la morte di quest’ultimo e il solitario monologo di Leo, di Pier Vittorio, dell’attore, di tutti coloro che sono soli.
Poi l’addio finale, pronunciato con una freddezza devastante di cui il romanzo nemmeno lontanamente è portatore.
Le osservazioni sullo spettacolo, che sarebbero numerose, non le faremo in questa sede, sottolineando soltanto che da parte degli attori sarebbero state necessarie una maggiore cura nella locuzione e attenzione al ritmo della recitazione, perché trattandosi della “ripetizione” di un testo letterario le sporcature vanno ad inficiare direttamente il lavoro dell’autore, prima che il loro.
Il lavoro di Andrea Adriatico, che come qualsiasi lavoro può piacere o no, ha cil pregio di essere sempre sorretto da un progetto e di non apparire mai come una meteora impazzita in un universo desolato come succede invece per molti altri lavori che troppo spesso si vedono nei teatri di questo paese, in più il lavoro di recupero del romanzo di Pier Vittorio Tondelli – romanzo di cristallina scrittura – è un’operazione culturale notevole che dovrebbe essere visitata soprattutto da coloro i quali di Tondelli non sanno nulla.
O sanno troppo poco di tutto.
Approfondiremo il discorso anche con il regista con un’intervista ed un interessante approfondimento tondelliano che pubblicheremo sul primo numero del nostro nuovo mensile online, il prossimo Aprile.
Nel frattempo lo spettacolo vi aspetta fino al 16 marzo, vale la pena assistervi.

L’AMORE SU ATLANTI DAI PERCORSI SBAGLIATI

Al Teatro in Scatola va in scena un’opera sfrontata e allo stesso tempo preziosa e commovente, si tratta di “BIGLIETTI DA CAMERE SEPARATE ” ispirato al romanzo “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli, una rilettura dell’indimenticato scrittore, resa dal regista teatrale e cinematografico Andrea Adriatico in una veste forte, spiazzante decisa ed originale.

La scena è divisa in due spazi posti alle estremità del piccolo Teatro in Scatola, due camere lontane, due spazi privi di accessori dove Matteo Prosperi e Davis Tagliaferro mettono in scena alcuni fra i passi più belli del romanzo di Tondelli, alternando la declamazione alla recitazione, passando per scene di nudo e bondage al ritmo di musiche punk di Massimo Zamboni cantate da Angela Baraldi. Fino a girare nel lungo corridoio lungo il quale vengono poste le sedute, per parlare direttamente agli spettatori.
Ottima la scelta di una colonna sonora forte, utile a smorzare i passi più lenti di un testo difficilissimo, recitato con attenzione, recitato soprattutto guardando negli occhi lo spettatore, facendolo partecipe di un messaggio universale. Intelligente l’idea di separare fisicamente i due attori e di farli incrociare raramente. A Matteo Prosperi spetta l’arduo compito di narrare la desolazione di Leo, e lo fa con disincanto e commozione. La voce di Tagliaferro ci regala, invece, i passi più teneri di Tondelli: basta chiudere gli occhi e i due aspetti dell’animo dell’Autore rivivono e colpiscono nella loro essenzialità.

Si tratta di un’opera studiatissima nei dettagli scenici, essenziali ed eppure tutti funzionali alla emersione del contenuto dell’opera di Tondelli, quella descrizione dell’amore omosessuale vissuto in “camere separate” dai due protagonisti, Leo e Thomas (di cui Leo non è altri che l’alter ego di Tondelli) proprio per la paura di viverlo. Da questo tema centrale derivano delle riflessioni, quasi annotate su “bigliettini” lasciate alla voce dei due giovani attori: riflessioni sulla solitudine dell’omosessualità vissuta quasi come “una ronda di notte”. E poi quel sentimento di presunta inferiorità dell’amore omosessuale rispetto a quello eterosessuale e la paura di amare che spinge Leo a tenersi separato da Thomas (che pure vorrebbe convivere) “per paura di bruciarsi”. Infine, la desolazione della perdita, quel viaggio dentro se stessi per “ricapitolarsi”, il presagio della fine di Leo, emblematico della fine di Tondelli stesso.
Si resta vagamente ad occhi lucidi alla fine dello spettacolo. Ciò che colpisce non è la “vigorosità” metaforica del testo scelto e della resa teatrale estremamente cruda e spoglia, e nemmeno le scene di nudo che compaiono in un preciso momento narrativo accompagnando quella crudezza visiva di cui Tondelli era sicuramente un maestro. Ciò che conferma la commozione di quest’opera è l’aderenza alla realtà del messaggio di Tondelli e allo stesso tempo la consapevolezza di quanto il mondo sia in parte cambiato nella considerazione dell’amore omosessuale. Ma quando ci si chiede, “E adesso la penserebbe ancora così?”, la risposta amara è forse si, ciò in quanto il travaglio, quello dell’omosessuale “di ronda” o anche più generalmente dell’uomo alla ricerca di se stesso e del proprio rapporto con l’Amore e della mancata perdita dell’individualità per vivere in un conteso simil“matrimoniale”, è ancora attualissima e arriva forte come un pugno.
Per gli amanti di Tondelli e per quanti non lo conoscono, quest’opera è un’occasione di scoperta o di ri-scoperta di pagine meravigliose, un testo che non sfugge anche a passaggi luminosi e poetici, perdendosi però anche in feroci descrizioni del sesso. I due attori e Adriatico che li dirige, lasciano emergere il tormento dell’uomo alla presa con l’Amore perduto e non affrontato che una volta perso ci spinge a ricercarlo ancora e più a lungo su atlanti pieni di percorsi sbagliati.

TEATRI DI VITA E TONDELLI, IN CAMERE SEPARATE

Lo spazio bolognese Teatri di Vita, fondato da Andrea Adriatico nel 1993, ha due sale: la più grande intitolata a Pier Paolo Pasolini, una più piccola alla memoria di Pier Vittorio Tondelli. Se uno è tuttora tra le figure simbolo del mondo intellettuale italiano e costituisce (senza – pare – poter fare a meno di un certo tono nostalgico) il grimorio perfetto per le citazioni colte, l’altro è uno scrittore quasi sepolto da quel terriccio un po’ fangoso che è stata – non solo in questo paese – la cultura degli anni Ottanta. Autore di romanzi spregiudicati, ruvidi, macchiati da quel suo inguaribile nomadismo di corrispondente e di «vagabondo delle stelle», avrebbe detto Jack London, contenitori di una lingua spezzata e straordinariamente visiva, qua e là quasi cinematografica, disperatamente autobiografico nel raccontare quella generazione di “avventurieri”, libertini e pionieri del moderno movimento omosessuale che l’Aids avrebbe spazzato via.
Al Teatroinscatola di Roma replica Biglietti da Camere Separate, uno spettacolo realizzato da Adriatico nel 2011 (a vent’anni dalla morte di Tondelli) che sulla locandina porta come dedica «all’amore, separato». Su due file di sedie poste lungo il muro del piccolo teatro di Testaccio, il pubblico si fronteggia, mentre l’azione si svolge ai due fondi della “scatola”, su piattaforme tonde circondate da mattoni nudi, bolle spaziotemporali speculari presidiate da ventilatori senza pale come oblò affacciati su un panorama scomparso. Adattata dal romanzo Camere Separate, la storia di Leo e Thomas comincia con la morte di quest’ultimo, il corpo esangue e il ventre gonfio di farmaci affondati in un letto d’ospedale, capezzale che Leo si limita a sfiorare, prima di indietreggiare di fronte alla figura del padre di Thomas e all’evidenza che quei tre anni di appassionato amore non rappresentano alcuna forma giuridica. Da questa immagine di amputazione si dipana il racconto, balza da avanti e indietro nel disegnare gli spostamenti del viaggio nomade di Leo, che riconosce dentro la digestione di quel lutto il proprio stesso processo di avvicinamento alla morte. Terminal di aeroporti, tavolini di bar pensati per un minimo di due che trasformano gli avventori solitari in icone di una solitudine sofferta, torbidi locali di strip-tease e fetish, l’inseguimento metodico di un equilibrio tra prossimità e assenza, che porterà Leo a imporre a Thomas un’unione in «camere separate», socchiuse a distanza di migliaia di chilometri e nelle quali fatalmente entrerà lo spettro della non completa appartenenza, nel non saper stare accanto. Un lavoro sui corpi, che sarebbe necessario in rapporto a un’impostazione rigidamente schematica dei movimenti, è invece quasi assente, impedendo ai due attori (Matteo Prosperi e Davis Tagliaferro) di imporre una reale presenza, di rendere giustizia al linguaggio spigoloso dell’autore e alle immagini a tinte forti.
Il montaggio del testo è accurato e sceglie di non recitare niente, lasciando pulite le voci in una lettura a memoria, a distanza, dello stesso romanzo. Pochi gli oggetti utilizzati tra uno stacco e l’altro di musica acida: microfoni con asta che in qualche modo richiamano insieme lo scettro e l’immagine fallica; un cavo elettrico che attraverserà l’intera stanza e sarà ora supporto per panni stesi, ora crudele gioco sadomasochista; camicia bianca e pantalone, che presto spariranno a mostrare un’immancabile nudità. Ma proprio quella cura insufficiente rischia di rendere immuni i corpi a qualsiasi nudità vi si applichi sopra: anche quella che si vorrebbe semplice e non scandalosa suona forzata, si rende goffa.
Proprio le curve, le forme, gli umori, le linee dei muscoli per i quali Tondelli non risparmia parole a tratti anche di lancinante poesia non trovano spazio in questo «sguardo» di Andrea Adriatico. Per raccontare l’ascesi di Leo – che usa la morte fisica di Thomas per sopravvivere a quella della propria anima di reietto – si sceglie quasi solo il mezzo della parola. Ma la presenza scenica e la potenza performativa dei due attori, nonostante gli sguardi buttati negli occhi del pubblico, non sono sufficienti a emozionare davvero, perché la regia ha finito per trascurare la dimensione carnale dell’esperienza di palco.

Tondelli e il teatro, in camere separate

della solitudine
Sto scrivendo questo libro “strappandolo letteralmente dalla mia pelle. Ci sono delle pagine che ho orrore di scrivere e che batto sui tasti del mio computer urlando come sotto tortura”.

Tondelli compone Camere separate mentre l’AIDS gli avanza nel corpo ma dall’esterno non si vede e, comunque, lui non fa nulla per mostrare segni di cedimento, necessità di stasi e recupero: moltiplica le collaborazioni giornalistiche; cura e fa pubblicare volumi di giovani autori; partecipa a convegni sull’attualità della letteratura; inventa progetti editoriali: per la Mondadori una serie di narrazioni tratte dal mondo della moda, della pubblicità e delle arti lavorative; con la Baskerville un volumetto artigianale (Biglietti agli amici), destinato ad avere un centinaio di copie; poi vola in Canada, per parlare delle influenze di Kerouac sulla prosa italiana, già pensando in che modo rivalutare lo scrittore, spesso marginalizzato dal viaggiatore sbronzo. Tiene conferenze, incontra gli studenti di liceo, rivaluta la figura di John Fante, cerca anche – qualcuno dice “soprattutto” – di fuggire al successo di Rimini, il libro che ha segnato il passaggio da Feltrinelli a Bompiani e che è stato accolto, da critica e pubblico, come “un volume di consumo”: con Rimini (e poi con Camere separate), si legge in qualche recensione, Tondelli si sarebbe avvicinato ai confini “commercialmente dignitosi, ma di discutibile qualità letteraria, della narrativa di genere”: “francamente da lui avevamo sperato ben altro”.
Lui, insomma, si lacera l’anima, “scrivendo sulla mia pelle e i miei pensieri”, mentre fuori lo sfiora la superficialità, quando non l’astio e la faciloneria dei giudizi: “Non sento più niente, mi sembra tutto circondato di un mantello d’indifferenza, mi scorre tutto intorno” per citare un passaggio di Camere separate che sia in grado di rendere il rapporto tra l’autore e una parte del resto del mondo.
Questo per dire che – rileggendo l’opera, dopo averne visto la messinscena – Camere separate di Tondelli mi sembra rendere soprattutto una condizione di solitudine e diversità che contraddistingue il suo personaggio e – d’altronde – sono proprio l’isolamento, percepito nella moltitudine, e l’estraneità a caratterizzare Leo, il protagonista del romanzo. “Lui si sente più solo, o meglio sempre più diverso” si legge immediatamente, e questa lontananza dagli altri non passa con lo sfogliare delle pagine tant’è che, a romanzo quasi terminato, prima si definisce “un reietto” e poi, con maggior precisione, fa di sé “un monaco”, un “eremita”: “questa” – conclude il pensiero – “è la sua diversità”.
È qui, a mio avviso, il vero dato autobiografico di Camere separate: è in questo mettersi nel racconto, nascondendosi nel racconto, il legame più stretto che unisce autore e opera, scrittore e personaggio.

in apparenza
In Camere separate abbiamo un uomo (Leo); quest’uomo conosce  un altro uomo (Thomas): lo cerca, lo attira, lo frequenta, se ne innamora, certe notti lo contempla mentre dorme, baciandogli in silenzio la pianta dei piedi, carezzandogli i fianchi, guardandogli le palpebre chiuse vibrare durante il sonno mentre quando ci fa l’amore è come se pregasse; Leo partecipa dunque alla vita di Thomas rendendo brandelli della sua, quasi concedendosi del tutto, avvicinandosi pelle a pelle, sesso a sesso, ma mai del tutto invece, mai del tutto veramente, nonostante il senso di perdizione, la tenerezza, l’amore, il contatto, il desiderio, le promesse: mai del tutto perché sente la necessità di vivere in camere separate, perché sente – forse – che questo “Leo-e-Thomas” che sembrano essere diventati non potrà comunque durare, perché è come se fin dall’inizio avvertisse l’incombere di una condanna o un richiamo inevitabile alla dura concretezza dell’esistenza, come se avvertisse fin dal primo giorno che sta per arrivare per Thomas la malattia, la degenerazione fisica e il ricovero in ospedale che separeranno l’uno dall’altro prima ancora che lo faccia la morte: “Il padre rientra. Leo capisce che deve andarsene. Thomas è restituito nel momento finale alla famiglia, alle stesse persone che lo hanno fatto nascere e che ora stanno cercando di aiutarlo a morire. Non c’è posto per lui in questa ricomposizione parentale. Lui non ha sposato Thomas, non ha avuto figli con lui, nessuno dei due porta per l’anagrafe il nome dell’altro e non c’è un solo registro canonico sulla faccia della terra su cui siano state vergate le firme dei testimoni della loro unione. Eppure per oltre tre anni si sono amati con passione, hanno vissuto assieme. Hanno scritto insieme, hanno suonato, hanno ballato. Si sono azzuffati, strapazzati, anche odiati. Si sono amati”.
Questo passaggio, che sarebbe da sbattere sul muso di chi si ostina a negare diritti agli esseri umani in (ir)ragione del loro orientamento sessuale, termina così: “È come se improvvisamente, accanto a quel letto d’agonia, Leo si rendesse conto di aver vissuto non una grande storia d’amore ma una piccola avventura di collegio. Come se gli dicessero vi siete divertiti e questo va bene. Ma qui stiamo combattendo per la vita. Qui è la vita in gioco. E noi, un padre, una madre, un figlio siamo le figure reali della vita”.
Irreale figura della realtà, Leo si astiene dal contesto in cui si trova – il luogo di nascita, la famiglia d’origine, la terra dalla quale proviene e una festa, la strada, un concerto, l’insieme di persone che affollano l’aeroporto, questo rapporto d’amore – restandone sulla soglia o lasciandosi la libertà, talora pavida, di abbandonare, fare un passo indietro, sottrarsi: lascio questa casa, cambio città, non m’interessa, ti amo ma preferisco che ci sia tra noi una distanza. “Leo era sicuro di una cosa: che non voleva vivere nella stessa città in cui Thomas viveva. Voleva continuare ad essere un amante separato, voleva continuare a sognare il suo amore e a non permettergli di infangarsi nella quotidianità”. Lui, leggo poco dopo, “era certo del suo amore per Thomas, lo voleva per tutta la sua vita, fino alla fine. Ma non nella sua camera”. Respinto dal reale (o non appartenente in modo pieno e riconosciuto ad esso) Leo respinge a sua volta il reale: compreso quello rappresentato da Thomas nella sua assoluta completezza. Quando l’altro si o ti annoia, quando non hai niente da dirgli, quando vorresti essere altrove, quando invecchi, quando i silenzi si allungano, quando sei nello stesso letto ma – chissà perché – non cerchi la persona che ti è accanto.

la resa dell’apparenza
Andrea Adriatico prova a rendere in scena questo romanzo complicatissimo, tale nella forma – perché diviso in tre “movimenti” all’interno dei quali Tondelli sperimenta una scrittura fatta di continui cambi di luogo e di tempo per cui dopo, prima, durante si alternano, a distanza di dieci righe, come si alternano interni ed esterni, l’Emilia e Barcellona – ma complicatissimo anche perché in grado di rendere l’abisso di un individuo e il crepaccio che lo separa dagli altri. Ci prova, Adriatico: all’ingresso fa distribuire alcuni dei Biglietti agli amici agli spettatori, prestabilendo un’esclusività empatico-relazionale; allestisce lo spazio ponendo i due attori su altrettante pedane circolari, posizionate in angoli opposti, e sistemando a parete una quarantina di sedie, così da replicare de facto uno degli spazi descritti nel romanzo: “Alle pareti della stanza sono addossati sgabelli”.
Ci prova, Adriatico, non commettendo l’errore di fare degli interpreti la caricatura mimetica dei personaggi; ci prova stabilendo una partitura composta di coreografie a specchio e di incontri, abbracci, relazioni e distacchi, di condivisione episodica ora dell’una o dell’altra pedana – a casa mia, a casa tua – ora dello spazio centrale tra le due pedane: i luoghi neutri, interni o esterni, previsti nel romanzo. Ci prova in questo modo cercando d’esaltare proprio la solitudine individuale, rendendola la condizione di partenza e l’oggetto di un continuo recupero per cui mi specchio in te fino a coincidere momentaneamente con te per poi tornare nel mio guscio, sotto la mia campana, nell’utero che mi sono lasciato alle spalle. Ci prova in questo modo perché – per citare l’opera – anche “le scenate fra di loro erano sempre circoscritte in un territorio del quale entrambi sapevano” e perché Leo sente sempre e comunque “l’interezza della propria vita abissalmente separata dai grandi accadimenti del vivere e del morire. Come se avesse sempre vissuto in una zona separata” dalla società.
Ci prova facendo dei due interpreti i portatori interni di una storia che Tondelli narra talora dall’esterno, alternando prima e terza persona, per cui Alberto Baraghini e Stefano Toffanin – più che Thomas e Leo – sono la testimonianza (epica, verrebbe da dire) di Thomas e Leo; ci prova metaforizzando dal punto di vista visivo: la marcia in senso antiorario per indicare il ritorno al passato; lenzuola e federe per le camere da letto; un filo che trancia lo spazio per indicare un legame, una coincidenza cronologica e un rapporto sessuale (“Una curiosità eccitata lo stringe alla gola”; “il ragazzo gli sta legando qualcosa attorno al membro”); due ventilatori senza pale che alludono agli oblò degli aerei, a specchi di casa, a televisori paterni col loro telecomando ma che fungono anche da lente d’ingrandimento offerta agli spettatori perché possano affondare lo sguardo nei dettagli di questa storia.
Ci prova, Adriatico, confermando la propria devozione allo scrittore e tuttavia – nonostante lo sforzo e la generosità attorale – Biglietti da camere separate mi sembra cedere, sul piano teatrale, alla narratività della fonte, alla dominanza assoluta delle parole che – in scena – restano parole, materia orale, flusso sonoro. “Il miglior personaggio dei tuoi libri è il linguaggio”, scrive d’altronde Tagliaferri a Tondelli, e il linguaggio – inteso come “prosa pura” – è ciò a cui Tondelli si dedica (“il libro, la scrittura, lo stile, il linguaggio” è ciò che lo perseguita, in fase di composizione, come scrive a François Wahl) ed è questo personaggio/linguaggio l’assoluto protagonista del libro: impone “ritmi musicali” alla narrazione, gioca con “la digressione, la memoria, il flash back”, giustappone “alcuni motivi che vengono continuamente ripresi”. Ineliminabile, alla fine il linguaggio s’impone anche nello spettacolo e dunque alla teatralità delle immagini, dei corpi attorali, del tempo solo presente del teatro, costretto a ridursi a rimando alla pagina scritta tant’è che Adriatico impone ai suoi attori i microfoni ad asta (verbalità dichiarata), momenti di accentuata frontalità verso il pubblico (comunicazione diretta), sonorità ulteriori, come prevede il dettato (da Emilia paranoica dei CCCP a We Can’t Live Together di Joe Jackson) e un dire che prevarica il fare, l’agire, l’esistere. Così mi capita di cogliere, non di rado, negli spettatori la stanchezza e un bisogno di distrazione prima di ritornare all’ascolto.
A conferma di questo dominio eccessivo del lessico rispetto all’azione mi basta pensare a un momento dello spettacolo: gli attori si dirigono separatamente verso gli spettatori, ne scelgono uno e, impiantandosi al  cospetto del prescelto, gli impongono una frazione del testo; l’attore, in piedi, davanti allo spettatore, seduto: la scrittura, dall’alto, inchioda cioè verticalmente in basso chi osserva inducendolo a una visione che viene coniugata principalmente in ascolto.
È in questo modo che la letteratura mi sembra avere la meglio sul teatro o che il teatro – in questo Biglietti da camere separate – non riesce ad essere teatro fino in fondo, limitandosi spesso a re-citare la letteratura.

infine, un’altra teatralità possibile
Durante lo spettacolo, solo per alcuni momenti, vivo una suggestione e per scriverla parto da ciò che afferma Fulvio Panzeri: “L’opera di Tondelli, attraverso gli infingimenti del linguaggio usati per celarsi dentro una specie di guscio protettivo, svela” il ragazzo che progressivamente si fa uomo.
La teatralità di Camere separate, che Panzeri cita proprio come esempio, allora risiede non nel rapporto tra Leo e Thomas ma nel rapporto tra Tondelli e Leo, tra colui che scrive e colui che diventa la maschera o, se preferite, il riflesso di chi scrive. Questo rapporto tra personaggio e scrittore lo testimonierebbe d’altronde un passaggio dell’opera in cui Leo – che fa proprio lo scrittore – in metropolitana nota uno sconosciuto che legge un suo libro: “Quando pensa a questo episodio lo colpisce l’idea di essere stato sorpreso, nudo, da uno sconosciuto. Sente insomma quel libro, o altri che ha scritto, come il suo corpo spogliato. Non è un’emanazione di sé, una proiezione, un transfert ma proprio, realmente, il suo corpo”. Leggere le pagine scritte da Tondelli significa “addentrarsi nella sua pelle e nei suoi nervi” e “fare l’amore con lui, odiarlo, ricordarlo, sognarlo”.
Così, durante Biglietti da camere separate penso talora che i due attori non sono – o non sono soltanto – un rinvio a Leo e Thomas ma allo scrittore e al suo romanzo: per questo i movimenti a specchio, gli abiti identici, i due interpreti che sono portatori del punto di vista e della voce di Leo, una relazione di avvicinamento e distacco, di desiderio e ripudio, di dipendenza e indipendenza incostante. Ma poi subentrano gli elementi scenici già detti che smentiscono la mia suggestione o la rendono relativa, secondaria, meno evidente. Un peccato, penso. Perché il vero teatro di Tondelli non si nota nella forma leggibile dei suoi romanzi (esempio: l’immagine immediata e fulminea e la registrazione del presente di Altri libertini o Pao Pao), non nei testi che ha adattato (Il piccolo principe) o scritto per la scena (Dinner Party), né la si trova cercandola nei rapporti dichiarati che ha avuto con la drammaturgia (ad esempio quella di Testori) ma è proprio in questo mettersi in scena truccandosi da figura dei suoi libri, relegandosi in questo modo ad ombra dell’uomo che avanza nella pagina o − per meglio dire − la sua teatralità è nella scelta di rimanere dietro le quinte, nel retro e cioè nella camera separata che gli spettatori non vedranno e che è l’equivalente oscuro della camera a vista, posta nel pieno dei fari del palcoscenico: lì dove un attore, il personaggio, avanza al posto suo per recitare il testo.
Forse proprio dalla perlustrazione di questa camera separata, più segreta e più difficile da rendere, verrà domani il teatro di Tondelli.

L’ultimo Tondelli che esplora i confini di amore e morte

Pier Vittorio Tondelli è uno scrittore che ancora, a distanza di venticinque anni dalla sua prematura scomparsa, continua a fare un certo scalpore, soprattutto per i modi crudi e diretti coi quali è riuscito a parlare di un tema come quello dell’omosessualità. Oggi, infatti, benché si millanti di vivere nell’epoca dei gay pride, dell’orgoglio omosessuale, sopravvive uno sconcertante pudore quando si affrontano questi argomenti in termine di sentimenti, mentre la si butta in facili sarcasmi quando si accenna all’amore fisico che nell’immaginario collettivo rimane per lo più “irregolare”.
Andrea Adriatico, fondatore e leader della compagnia Teatri di Vita, ricorda di aver conosciuto Tondelli, ma di non averlo particolarmente amato, in vita, probabilmente perché condizionato dalla miriade di etichette che gli venivano applicate; poi, col tempo, ne ha saputo cogliere la straordinaria potenza, la persistente attualità, tanto da arrivare a dedicargli una delle due sale del teatro bolognese che dirige, ma innanzitutto uno degli spettacoli che, a cinque anni dalla sua comparsa, più frequentemente replica di stagione in stagione. “Biglietti da camere separate”, che Adriatico ha così costruito sui testi dell’ultimo romanzo dello scrittore reggiano, è ora al Teatro delle Passioni, fino a questo pomeriggio alle 17, nell’interpretazione di Alberto Baraghini e Stefano Toffanin.
Spettacolo scarno, essenziale nell’allestimento, con il pubblico accomodato attorno a due pedane circolari, con oggetti di scena minimali, ad un certo punto addirittura nulla se non i due corpi maschili completamente nudi, vive sostanzialmente delle emozioni capaci di suscitare un testo carico di umanità, di passione amorosa, dei segreti propri della morte, trasmesse da una coppia di attori che sapientemente scompaiono dietro al proprio personaggio, che si materializza, così, in virtù della forza evocativa delle parole di Tondelli.
La storia descrive la tragica relazione tra Leo e Thomas, il primo scrittore di successo alla perenne ricerca di sé stesso in giro per l’Europa, l’altro giovane musicista bavarese in attesa dell’amore assoluto col quale condividere l’esistenza. Leo, al contrario, ama troppo una solitudine che probabilmente gli risparmia interrogativi che potrebbero rivelarsi dolorosi, e quando arriva il momento di assistere il compagno sul letto di morte capisce di aver gettato alle ortiche l’occasione di creare con lui qualcosa di stabile entri cui riconoscersi più compiutamente. La loro relazione viene descritta in un’altalena di passioni, emozioni, separazioni e ricongiungimenti fino all’atto terminale che giunge come un flagello. “Solo l’amore mi lega alla vita, alla realtà, alle voglie e quindi ai discorsi. Senza amore sono niente”, scriveva Tondelli. In fondo, l’epigrafe per uno spettacolo che sa parlare dell’uomo.

Il teatro che vede dove gli altri non guardano

Al Teatro Studio di Rovigo è andato in scena “Biglietti di camere separate”, di Teatri di vita. Tratto dal libro di Tondelli, un’opera difficile da portare in scena, eppure pienamente riuscita. 

Non era facile. Con stupore nel leggere il programma della stagione  teatrale al Teatro Studio di Rovigo curata dal Lemming, avevo trovato il titolo di uno dei miei libri di formazione. “Camere separate” di Piervittorio Tondelli è un libro che continua a districare matasse emotive a partire da una relazione che passa dall’istintivo alla TAC di un sentimento, fotografandone e analizzandone ogni metamorfosi del sentire.

Una narrazione difficile da portare su un palco, una produzione Teatri di Vita, che il regista, Andrea Adriatico, non tradisce e amplifica, grazie alla bravura dei suoi attori Alberto Baraghini e Stefano Toffanin, dei collaboratori alle scene e alle musiche. Il libro è stato messo a nudo anche portando allo spettatore le scene più crude, ma indispensabili per entrare nei meccanismi di una passione voluta, da cui ci si allontana per non inquinare, da cui però, non si riesce con tutto lo sforzo a separarsi se non con atti di rottura estremi.

La voce di Joe Jackson in “We can’t live together” accompagna il finale: “Così soddisfatto di noi stessi, ma c’è una cosa che ho scoperto a proposito di te e me… non possiamo vivere insieme, ma non possiamo rimanere separati… ma è troppo facile e poi… è troppo difficile”.

“Non esiste l’avanguardia, ci sono solo persone un po’ in ritardo” ecco, il manifesto della rassegna è perfettamente in sintonia con la solitudine narrata dallo scrittore Tondelli. “Oggi è forse uno dei pochi autori di cui credo di aver letto quasi ogni riga. A cui ho dedicato una delle due sale del teatro che dirigo. Convinto come sono che non sia, come ingiustamente molti pensano, solo un autore del suo tempo, miseramente relegato nel turbine di weekend postmoderni. Per questo provo a restituire Camere separate in brevi biglietti, vent’anni dopo, sentendone proprio ora tutta la straordinaria potenza e attualità”, scrive Andrea Adriatico.

Uno dei pochi libri che ho riletto più di due volte, e che ancora una volta nell’immersione della performance, regala emozioni che fanno bagnare le guance. Per chi volesse farne esperienza lo spettacolo replica stasera e domani sera.

Voglio il mio biglietto. Il Tondelli di Adriatico al Teatro delle Passioni

Non sarebbe stato male cominciare questo pezzo con alcune note introduttive sulla differenza tra romanzo e dramma, o sui molti e fertili scambi tra i due. Si sarebbe potuto citare Ronconi, Bulgakov… Oppure avrei potuto accennare al discontinuo, infedele ma inesausto rapporto tra Pier Vittorio Tondelli e la drammaturgia, per poi scivolare inavvertitamente verso cosa il teatro di oggi conservi e tramandi dell’opera di Vicky, approdando infine allo spettacolo in oggetto. Un curiosare mondano e libertino, quasi cronaca di un party: impraticabile, anche se intrigante. Meglio un pezzo post-moderno, un reportage collage di tutti i materiali accumulati in scena, magari con un ritmo ben studiato: e allora “i corpi e quindi i cazzi, i panni sopra il filo, un bacio uno soltanto, microfoni a passeggio, camicie giù per terra, ventilatori vuoti, sudari per finire”. Invece: niente. Biglietti, soltanto biglietti. A ogni tentativo di rendere conto, con precisione e responsabilità, con gli occhi e con la presenza sulla sedia nel perimetro di scena, di rendere conto dello spettacolo trascorso, mi s’impone una mancanza, un vuoto forte: il teatro questa sera non mi ha messo tra le mani alcun biglietto.

In scena dal 2 al 4 dicembre al Teatro delle Passioni di Modena, giunto alla sua terza edizione, “Biglietti da camere separate” è una produzione Teatri di Vita del 2011, con il sostegno di Comune di Bologna – Settore Cultura, Regione Emilia-Romagna – Servizio Cultura, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Lo sguardo del regista Andrea Adriatico sullo scrittore Pier Vittorio Tondelli si focalizza sul romanzo “Camere separate”, che racconta la storia d’amore tra Leo e Thomas in una narrazione capace di saldare nella stessa pagina, nella stessa frase, perdita e incontro, vastità e raccoglimento, lutto e scrittura.

Due camere. La concezione dello spazio scenico è esplicita: due pedane circolari, ricoperte da ingrandimenti di panorami, occupano specularmente i due vertici della scena. Tra queste isole di un impossibile atollo, molti viaggi; ma gli spostamenti a bordo pubblico, gli scambi di posto, le pratiche auto-sadomasochistiche e l’unico bacio scambiato non scalzano la percezione di un lungo ping-pong tra i due attori, un fluire regolato che innesca rari tensioni nell’arco scenico bipolare. La ricerca di una specularità e di una simmetria non regge a livello interpretativo; al di là dei rispettivi ruoli e personaggi, l’energia e la chiarezza di intenzioni messa in campo fino all’ultimo fiato da Alberto Baraghini non trovano riscontro in Stefano Toffanin, dotato di una fisicità accattivante, presto annullata da una recitazione incerta e irrigidita.
Tra qualche sbavatura e alcuni difetti di concertazione, poca, pochissima passione resta delle pagine di Tondelli, rese algide, quasi infreddolite, da una scarsa fiducia nell’istante della parola pura, così come dalla difficoltà di regolare il fluire narrativo amplificando il ritmo (o la stasi, se necessario) attraverso la scena. I numerosi accorgimenti impiegati per sostenere la lettura scenica sembrano voler difendere il pubblico dalla presunta monotonia del solo bianco e nero delle parole, non riuscendo a farne però umili, disinteressati e fedeli servitori del testo. Dal suono (musiche originali di Massimo Zamboni cantate da Angela Baraldi) ai movimenti scenici, dai cambi di abito (spogliarsi un po’ o del tutto) all’uso e allo scambio del microfono (luci, scene e costumi sono di Andrea Barberini): ogni variazione al gesto del porgere il testo viene condotta con intelligenza e pertinenza, ma illustrando più che scavando.

L’impressione globale di fronte a “Biglietti da camere separate” è che si tratta non di un dramma, di un fatto intimamente teatrale, ma di una lettura scenica leggermente animata.

L’elemento di maggior attesa e, a posteriori, di maggior delusione, si trova nel titolo, nell’aver voluto apporre al romanzo messo in scena una precisazione, (se poetica o didascalica era appunto da verificare) con quel termine apparentemente dimesso e poco impegnativo: biglietti.

“Biglietti agli amici” è un libro davvero singolare nella bio-bibliografia tondelliana: al di là delle vicissitudini editoriali del libro, si tratta di un’opera dalla struttura rigorosa, capace di incastonare l’unità base, il frammento (lirico o narrativo, diario o citazione), in una rete di relazioni necessarie e indispensabili: un libro esoterico e domestico (per una casa chiamata Europa) che dichiara progressivamente l’affetto che circonda ogni solitudine. Un’opera che racchiude germi ed echi di altri scritti tondelliani, ma che farebbe piacere vedere messa in scena così com’è, per un teatro che nasce dall’avere dei destinatari: un teatro padano e celestiale, solcato da incroci di angeli che con amorevoli cure guidano e tutelano i sentieri degli umani, cospargendoli di segni, incontri e biglietti.

Di tutto ciò, nello spettacolo di Adriatico resta soltanto il riferimento posticcio nel titolo, richiamato a inizio spettacolo dalla distribuzione allo spettatore di alcuni dei “Biglietti”. Lo spettacolo non ci consegna delle istantanee, delle illuminazioni, delle epifanie. Che fine hanno fatto i biglietti? Cosa sono diventati?

In questo spettacolo, l’amore non lascia tracce. Non abbiamo gli scontrini della prima cena, il biglietto di quel treno preso insieme, l’indirizzo di quell’albergo: non ci sono tutti quei frammenti di carta che messi insieme fanno la mappa di una storia d’amore. Non so voi: io, una volta, lo feci. Come regalo per il primo – e ultimo – anniversario, un grande collage con tutti i ricordi cartacei della nostra avventura a due. Non era mania adolescenziale, ma costruzione di un dialogo caldo di ricordi. Questo possibile calore non traspira dallo spettacolo. Cosa sono allora, le parti che compongono i novanta minuti in scena? Cosa troviamo al posto dei biglietti? Forse appunti personali presi su block notes nascosti nel cassetto, “trucioli” lirici impastati per occupare le assi di un palco. Forse pagine accostate tra loro con qualche nesso narrativo e richiamo tematico, quasi ritagli di giornali collezionati un po’ per noia, un po’ per curiosità, accumulati e accostati perché vicini stanno poi bene, come quando ci foderi un cassetto. Forse un’antologia ad uso privato, che riduce un romanzo a foglietti cercando però di non creare troppo vuoto tra le parti (ma un romanzo è una sinfonia di pause, non lo si scrive dalla prima all’ultima riga, è accumulo di frammenti che trovano finalmente casa).

Al posto dei biglietti, al posto di questo sforzo di comunione attraverso le parole, lo spettacolo di Adriatico sembra collazionare lettere intime rivolte a se stesso. Il pur sincero tentativo di dialogo con l’autore sembra escludere ogni altro interlocutore: è come se ci trovassimo di fronte a un doppio Narciso. Un Narciso però disincantato, che sa bene che quello là, riflesso, è se stesso, ma non può smettere di amarlo: e non cade nell’acqua, ma a forza di sguardi e dichiarazioni di amore prosciuga tutto lo stagno, e non resta che fango. E ancora, in quel fango modellato a suo piacere, Narciso continua ad ammirarsi, come una statua che contempla una statua.

Perfetta e ineccepibile la dedica dello spettacolo: “all’amore separato”.

Da Eros a Thanatos l’amore messo a nudo
Tondelli portato in scena da Adriatico

In scena uno spettacolo che è una traccia drammaturgica ricavata dall’opera di Pier Vittorio Tondelli, curata da Andrea Adriatico, col titolo Biglietti da camere separate, a Bari al Teatro Kismet. L’opera di partenza è appunto il romanzo di Tondelli Camere separate (ed. Bompiani, 1989), testo che viene dopo il più famoso Altri libertini: romanzi anomali e spesso autobiografici in cui lo scrittore emiliano, di Correggio, che doveva morire a trentasei anni nel 1991 stroncato dall’Adis, investiga con una scrittura di eccezionale acume e finezza, i contorti percorsi dell’io, della solitudine, dell’amore (omosessuale o meno che sia), come per un lungo viaggio verso l’assoluto, che poiè verso la morte.
Biglietti da camere separate sono poi anche dei bigliettini con frasi/versi/riflessioni di Tondelli, che vengono consegnati a ciascuno spettatore: pubblico selezionato, una cinquantina di astanti che prendono posto nello spazio vuoto rettangolare, con agli angoli due pedane circolari. I due personaggi-attori dai microfoni lanciano pezzi della storia di Leo e di Thomas, storia di un amore, storia in cui in specie Leo (alter ego dello stesso autore) riflette e percorre il travaglio di un amore che, al di là del desiderio sessuale, delle tenerezze, delle affinità, dei viaggi e delle lettere comuni, non riesce a incrinare il senso di separatezza, di solitudine cercata e respinta, di “alterità” e impossibilità (forse) di una condivisione umana totale. Momenti di fisicità e di energica corporeità, anche, all’interno della pacatezza della recita, con musiche pop-rock molto “emiliane” (di Massimo Zamboni cantate da Angela Baraldi) che si alternano a tonalità “sentimentali” in questo percorso narrativo spesso in flash-back e con continui slittamenti di spazio/tempo: ché il tutto avviene, nella mente di Leo, quando Thomas è già morto (Aids) in un letto d’ospedale, sotto fili, tubi, flebo. Un filo, una corda, nello spazio di separatezza fra i due attori e le due “pedane/camere separate” collega le due entità dei corpi amanti: occasione per riprodurre momenti quasi di casalinga quotidianità (panni appesi, lenzuola), ma anche episodi di violenta sessualià sado-maso, quando Leo evoca un rapporto furibondo con un gigolò, dopo la morte di Thomas.
La regia e la riduzione di Adriatico seguono solo in parte la divisione in tre momenti del romanzo di Tondelli, con qualche ripetizione e lungaggine nella parte finale, con la esibita cruda nudità dei due corpi (nella parte centrale) che si fronteggiano inermi, succubi e fragili agli sguardi. Ma la “contemplazione dell’amore” è in effetti soprattutto, in Tondelli, una sorta di “contemplazione della morte” alla Testori: le lenzuola di quelli che furono letti d’amore si immobilizzano a mo’ di sudari, nell’obitorio dei sentimenti. I due attori in azione erano Alberto Baraghini e Stefano Toffanin.
Applausi ai Biglietti da camere separate del pubblico al Teatro Kismet, dove lo spettacolo si replica stasera alle 21.

a quelle camere separate , sarei rimasto fedele sempre, fino alla morte!

Torna a Bologna, nello spazio dei Teatri di Vitauno spettacolo amaro, forte, emozionante nella sua veridicità, BIGLIETTI DA CAMERE SEPARATE, tratto dal romanzo (Camere Separate, 1989) di Pier Vittorio Tondelli (scrittore e regista italiano scomparso prematuramente nel 1991) e rivisitato da un testo di una potenza devastante dal drammaturgo Andrea Adriatico (tra i più originali registi teatrali e cinematografici italiani).

Un copione bellissimo narrato a due voci.
Ed allora immaginate due camere separate, due cerchi di mattoni uno di fronte all’altro, due microfoni e loro (Stefano Toffanin, Alberto Baraghini) due ragazzi qualunque che si osservano, che si scrutano che si guardano e che ci guardano che si parlano e che ci parlano ognuno dalla propria camera, ognuno nella sua fragilità.
È una storia d’amore, che parla di sentimenti veri, un racconto triste raccontata con maestria da Thomas e Leo, amici, complici, compagni, amanti passionali uniti e separati da questo amore, da questa diversità nella concezione del loro amore: Thomas vorrebbe vivere Leo ogni giorno nella stessa casa, mentre Leo da lontano, dalla sua camera separata, spaventato dalla troppa vicinanza.
Gli attori sono vestiti con una camicia bianca e pantaloni neri ma ben presto, entrando nell’intimità della loro storia, rimango nudi, statuari di fronte al pubblico ed a loro stessi e lo spettacolo prende via come un nave che salpa dal porto, con una frugalità di parole ed ottime connessioni. La storia è struggente, uno sguardo in discoteca, un garofano rosso e scoppia la passione, una lotta sessuale, un bisogno carnale selvaggio che porta all’amore vero, vissuto in maniera diversa dai protagonisti, un amore fatto di distanza fatto di lettere, di valigie , di caldi abbracci e tanti arrivederci.
Poi la malattia, la morte di Thomas in quel letto di ospedale, martoriato dai farmaci che lo rendono irriconoscibile, morendo, Leo riconosce solo gli occhi neri di Thomas.
Ed allora non c’è spazio che allo strazio, al viaggio come fuga, alla solitudine come autodifesa di Leo, quella solitudine che impietosisce gli altri, quella sensazione di morte, di lasciarsi andare, quelle lenzuola bianche appese ad un cavo che collega le due stanze separate, il dolore della perdita; per poi dopo 4 anni in un pomeriggio a Montreal, vedendo un idrovolante volare, ritrovare una sorte di compimento , di pace , e finalmente ritrovarsi a salutare, anzi a dire addio a Thomas.
Bravi e preparati gli attori, profondi ed emozionanti le loro parole, si scambiano gli spazi in cui agiscono, si baciano, si sfiorano senza mai toccarsi mai del tutto, si spogliano con naturalezza come se fossero veramente nella loro camera, si muovono insieme in sintonia quasi perfetta.
Stupende e graffianti le musiche, di Massimo Zamboni cantate da Angela Baraldi, con cattiveria, urlate a tratti le parole, un inno di sofferenza gridato, un inno alla diversità, un inno alla cura.

Come si rappresenta in maniera efficace un incontro, con tutta la casualità e la leggerezza che lo accompagna, ma senza tralasciarne le implicazioni e complicazioni psicologiche? Come si rappresenta il tempo, quello che può legare e consumare una relazione sentimentale? Come si rappresenta la solitudine, quella sancita dall’assenza e quella acuita dalla presenza dell’altro?

E’ questo in estrema sintesi il sistema di questioni che sta alla base del progetto di Andrea Adriatico, regista di Biglietti da Camere Separate. Per lo meno, le questioni di messinscena possono racchiudersi in questo affresco, mentre sul piano dei temi e degli spunti per la riflessione lo spettacolo inquadra la temperie di tensioni che animò gli anni ’80. Uscito nel 2011 per il ventennale della morte di Pier Vittorio Tondelli, lo spettacolo viene riproposto in questa stagione in occasione dei 25 anni dalla scomparsa dello “scandaloso” scrittore di Correggio. Il lavoro di Adriatico parte da una appassionata conoscenza dell’opera e della figura di Tondelli, ma anche di quegli anni su cui la sua parabola creativa ed esistenziale si consumò velocemente: Tondelli muore nel 1991, vittima dell’ignominioso flagello nascosto dietro la sigla AIDS; due anni prima ha pubblicato Camere Separate, il romanzo della maturità estrema, forse – come si usa – il suo testamento artistico.

L’amore gay, la relazione a distanza, l’unione “moderna” senza vincoli formali, ma soprattutto la progressiva coscienza di sé, della propria individualità stridente contro ogni idea di coppia, la consapevolezza spietata neanche più del limite quanto “semplicemente” dell’impossibile. In scena, questo complesso di forze – che ben si attaglia ai modi del romanzo – viene gestito a partire dal disegno spaziale: lo spettatore varca la soglia di un interno e questo ingresso in una dimensione privata è formalizzato dalla presenza dei due attori sul limitare dello spazio, intenti ad accogliere i loro “ospiti” con sobria ritualità. Le prime parole di Tondelli proposte al (con)tatto del pubblico sono quelle mute che poggiano sui biglietti distribuiti nel corso di questo prologo all’azione.

L’aspettativa così costruita prepara ad uno sviluppo aperto: ad una cerimonia vagamente esoterica o ad uno spaccato d’intimità del tutto semplice, finanche domestico. Lo spazio scenico, condiviso da pubblico ed attori, è in realtà contrassegnato non dalla comunanza, ma dal segno della ripartizione: diviso è il gruppo già esiguo degli spettatori selezionati per ogni replica, disposto secondo due “L” non comunicanti che lambiscono la superficie di scena; divisi sono i due attori, isolati su due pedane circolari collocate simmetricamente in due angoli. Ciascuna delle pedane è delimitata da mattoni forati, e questo tratto di matericità povera contrasta con la dotazione di un microfono ad asta (che a sua volta contrasta con la vicinanza fisica del pubblico). La simmetricità della scena “contagia” l’azione che lentamente si scioglie dalla sua fissità dominante, sviluppandosi con alterne fortune tra le potentissime scosse di puro punk emiliano firmate da Massimo Zamboni.

La distanza – o meglio, la frustrazione di un contatto atteso e tradizionalmente inteso – appare dunque la cifra più convintamente inseguita dallo spettacolo: i due attori possono anche approssimarsi ai singoli spettatori in alcuni momenti, oppure rompere ogni residuo diaframma di convenzione cercandone gli occhi durante i momenti parlati, ma la brevità non si trasforma mai in vicinanza. Così anche la nudità dei corpi non crea contraccolpi né svelamenti all’interno di un gioco scenico che vela ed opacizza tutto ciò che sfiora.

 

Siamo alla fine degli anni 80’a Bologna, le canzoni dei CCCP si impongono nel panorama musicale punk italiano e europeo. Tutto nasce e riporta a Berlino, la città degli scrittori, dei creativi, degli spiriti solitari dove si sono formati i CCCP e dove Thomas decide di andare a vivere. Qui inizia la storia della “strategia della Camere Separate”, una scelta di vita o di rinuncia alla vita? Camere Separate è un romanzo dello scrittore e giornalista emiliano Pier Vittorio Tondelli pubblicato nel 1989, riscritto come testo teatrale e messo in scena da Andrea Adriatico a partire dal 2011. Il 5 dicembre 2019 è andata in scena una nuova versione dello spettacolo presso i Teatri di Vita di Bologna, sempre sotto la regia di Andrea Adriatico che, ancora una volta, si affaccia alle tematiche di genere dopo essersi confrontato con testi di Copi, Elfriede Jelinek, solo per citare alcuni nomi.

La “strategia della Camere Separate”

La voce di Angela Baraldi echeggia in sala con la canzone Emilia Paranoica di Massimo Zamboni (CCCP). All’ingresso ci consegnano i pass per salire sulla macchina del tempo della memoria di Leo, il protagonista. L’immagine di un fascio di luce bianca che ritorna frequentemente nelle parole di Leo, diventa un elemento efficace per condurci con trasporto nel ritmo incalzante di un flashback altalenante il cui inizio è la fine della storia.

Thomas un musicista e Leo uno scrittore si sono conosciuti a una festa a Parigi e si sono innamorati. Le parole di Pier Vittorio Tondelli, diventate materia teatrale, si sdoppiano tra i due personaggi in una struttura a specchio: i due “narr-attori” interpretati da Francesco Martino e Damiano Pasi sono portavoce di un dramma personale quello di Tondelli, che in questa messa in scena di Adriatico diventa un dramma corale: quello dell’artista, dell’omosessuale e della solitudine. Leo decide di mettere delle regole in questa storia, di imporre una strategia, la “strategia delle Camere Separate”, secondo cui Leo era deciso a amare Thomas, ma voleva continuare a essere un amante separato: Leo voleva Thomas, ma non nella sua Camera, per non cadere vittima della quotidianità, per continuare a vivere nel desiderio e per mantenere la sua individualità. Leo vivrà tra Parigi, Berlino e Da qui la scelta del brano “We can’t live together” di Joe Jackson del 1986, stesso anno in cui Tondelli ha scritto il romanzo “Biglietti agli amici”. Nel frattempo Leo viaggerà per l’Europa, mentre Thomas vivrà con una donna per colmare questa distanza, elemento solo citato, ma non approfondito.

Una scenografia efficace

I due attori sono ai due lati opposti della sala nelle loro due camere separate a base circolare, scelta scenografica strategica per mantenere viva l’attenzione sul racconto e spingendo lo spettatore a spostare lo sguardo con curiosità da un attore all’altro e da una parte all’altra della sala. I ricordi rimbalzano come schegge impazzite dentro un flusso di coscienza portato all’estremo, dove il testo teatrale riesce a soffermarsi sui dettagli descrittivi tanto cari a Tondelli e dove l’investigazione da quella fisica passa a quella interiore. Leo ha voluto mantenere la sua solitudine (separato dalla società e vedendo Thomas a sprazzi), fino al giorno in cui si ritrova solo davvero. Thomas è morto a causa di una malattia incurabile e ciò che resta è solo quella stanza separata “fatta degli occhi di Thomas”, come Leo li ha visti l’ultima volta, quel giorno dopo aver ricevuto una telefonata dal padre di Thomas. Thomas e Leo diventano le due facce della medaglia dell’alter ego dello scrittore Tondelli.

Leo colma il vuoto della solitudine cercando gli occhi di Thomas nelle sensazioni, fino al giorno in cui si mette a nudo, mette a nudo la propria anima, resta soffocato nelle sue scelte e come strozzato, riesce solo a emettere un grido: è la voce del bambino Leo, vagito sepolto nel profondo del suo dolore.

Il testo di Andrea Adriatico si colloca in maniera convincente dentro la macchina scenica, lo spettacolo rivela un’impronta moderna e originale nell’uso degli spazi, del dialogo tra le musiche e le parole, nell’uso degli oggetti di scena che acquistano una connotazione altamente simbolica. La corda diventa metonimia di un filo conduttore tra due vite, di una vita appesa a un filo soffocante, di un confine dell’esistenza. Il lenzuolo è il letto che non è stato mai pienamente condiviso e è il velo della morte. Il microfono impugnato con decisione come un trofeo davanti al pubblico dai due attori, diventa doppio microfono usato da Leo dopo la morte di Thomas. Le due anime si riconducono così a quella di Tondelli e una sola voce.

Leo scopre a sua volta di avere una malattia, quella che lo condurrà a condividere il suo letto con Thomas, nelle stanze del paradiso. Pier Vittorio Tondelli muore di Aids nel dicembre del 1991.

Per un teatro diretto, che dice quello che gli altri non dicono

Questo spettacolo nella nuova versione mostra un Andrea Adriatico nel pieno della maturità artistica, senza esitazioni e con un slancio ancora più forte verso l’idea di un teatro diretto, che dice quello che gli altri non dicono, che guarda dove gli altri non guardano, lasciando spunti di riflessione sulla vita e sull’arte grazie a una recitazione intensa che ben serve un testo altrettanto intenso.

La sala è sparsa di biglietti, frammenti dell’anima di Tondelli, riuniti in un puzzle teatrale: “In quel dicembre a Berlino, nella sua casa di Köpenickerstrasse io volevo tutto. Ma era tutto, o solo qualcosa, o forse niente? Io volevo tutto e mi sono dovuto accontentare di qualcosa” (P.V. Tondelli, Biglietti agli amici).