il Suggeritore n. 128/129 - agosto/settembre 2012





LO SCAFFALE/1

Giuliano Scabia, tra teatro politico e partecipazione

Un libro rievoca la più appassionante esperienza di decentramento, condotta da Scabia a Torino nel 1969/70 nei quartieri operai della periferia, e che fu alle origini della stagione dell'animazione teatrale. Un'epopea per scoprire il senso del fare teatro.





Teatro di partecipazione e animazione teatrale: è Giuliano Scabia a sperimentarli per la prima volta a Torino, nel primo grande Decentramento Teatrale del 1969/70. Quattro quartieri-ghetto per immigrati, attraversati da lotte sociali e sindacali in pieno "autunno caldo", si trasformano in un immenso laboratorio teatrale: a Mirafiori Sud, Le Vallette, La Falchera e Corso Taranto prendono forma azioni di strada, spettacoli di teatro politico e d'inchiesta come 600.000 e Un nome così grande, esperienze pionieristiche con i bambini e un happening non-stop di 33 ore sul manicomio. Il libro 600.000 e altre azioni teatrali per Giuliano Scabia di Stefano Casi (ed. Ets; pp. 292; euro 22) racconta le utopie, i boicottaggi, le mediazioni di quell'esperienza, entrando nell'officina sperimentale di Scabia (e della neonata Assemblea Teatro) alla ricerca di un teatro di scontro e contraddizione, "con" e "per" la comunità.

600.000 e altre azioni teatrali per Giuliano ScabiaE' un libro denso quello che Stefano Casi ha dedicato alle azioni di decentramento guidate da Giuliano Scabia nei quartieri periferici della Torino della Fiat e delle ribellioni sociali tra il 1969 e il 1970. Multiplo già nel titolo, 600.000 e altre azioni teatrali per Giuliano Scabia, dove quell'imponente numero sta a indicare la partecipazione massiccia della città cresciuta all'ombra della Grande Fabbrica all'"autunno caldo", che ebbe il suo culmine negli scontri di Corso Traiano del luglio 1969. Il libro analizza - inserendola in quel momento storico di particolare effervescenza - l'esplorazione di nuove strade per il teatro politico, segnate dalle sperimentazioni del Nuovo Teatro che già aveva serrato i suoi ranghi a Ivrea nel 1967 per provare (senza riuscirvi) a darsi una configurazione e una poetica condivise. Ma soprattutto coglie un momento di svolta nell'opera artistica (non solo teatrale) di Giuliano Scabia.
Poeta cresciuto intorno alla Nuova Musica e al Gruppo 63, egli esplora la scena alla ricerca di una nuova lingua dell'immaginario, portando proprio grazie all'esperienza di Torino a definitiva consapevolezza la necessità di dilatare il teatro per renderlo sonda della società e dell'interiorità, paesaggio comunitario mobile intessuto di artigianalità, capacità dialogica, scavo della psiche profonda e delle sue figure, entro il quale interpretare e ricostruire il presente. La formula che più di ogni altra Scabia ripeterà nel racconto conclusivo dell'esperienza è "teatro è... teatro è anche...", rompendo i confini del palcoscenico (delimitato o meno dalla quarta parte), portando la relazione teatrale nelle assemblee di quartiere, nel rapporto faccia a faccia, nelle strade, nell'incontro con i bambini (poi sarebbero venuti i "matti", le memorie dell'Italia contadina e di molti altri gruppi più o meno marginali). Casi sottolinea come in quegli anni la centralità della cultura esploda verso un "decentramento" ancora guidato dai centri; ma soprattutto in direzione dell'"eccentrico" e dell'"acentrico", preparando la scena degli anni Settanta, che si muoverà verso l'esplorazione di ogni tipo di diversità e molteplicità, fino a fare del "gruppo di base", dell'"animazione", del "lavoro con" uno degli orizzonti di ricerca più fertili. L'autore racconta con accurata e ampia documentazione i mesi cruciali di quel particolare esperimento torinese che cambierà le regole del gioco, pur tra mille difficoltà avanzate dello stesso ente promotore: il Teatro Stabile di Torino si ritroverà tra le mani, anche per l'esplosiva situazione sociale e politica della città, una vera e propria bomba che cercherà più volte di disinnescare. (...)
Casi ipotizza, giustamente, che a Torino Scabia metta a punto strumenti che poi perfezionerà in altri viaggi teatrali, come le azioni con il drago in Abruzzo (Forse un drago nascerà), come quelle con i bambini a Sissa (tra le origini nobili dell'animazione teatrale), come Marco Cavallo nell'ospedale psichiatrico di Trieste diretto da Franco Basaglia, come le ricerche sulle radici culturali del Gorilla Quadrumàno sull'Appennino Reggiano e in altri luoghi e di Storia vera a Mira. Un teatro provocato da una poesia in cerca di una lingua all'altezza dei tempi (delle contraddizioni, degli scontri, dei desideri, delle visioni dei tempi), per riformulare il concetto stesso di comunità. Un teatro che punta sul processo di ricerca più che sul prodotto spettacolare, creando soprattutto teatri mentali che pongono la questione fondamentale della natura - della composizione, estensione, materia, delicatezza - dell'immaginario di un'epoca. E, di conseguenza, dei possibili modi di vivere e di sognare in una società.
(Massimo Marino, estratto dalla recensione comparsa in Antropologia e Teatro, n.3/2012)

Se trova spazio nell'editoria teatrale italiana un volume così specifico e démodé, vuol dire proprio che il livello culturale acquisito sul versante degli studi sullo spettacolo è molto alto e consolidato sul piano scientifico e storiografico, ma nello stesso tempo attesta la distanza che c'è sempre stata in Italia fra il "teatro dei libri" e il "teatro della scena". Lo studio di Stefano Casi, condotto con perizia documentale e autentica passione per la singolarità della ricerca, che aumenta intanto che la narrazione va avanti fino a contagiare lo stesso lettore, riguarda l'esperienza di Giuliano Scabia dai primi anni sessanta fino al 1969, con una speciale attenzione alla nascita del "decentramento" a Torino, ai quartieri coinvolti in questo progetto che è nello stesso tempo politico e di sperimentazione teatrale; fino ad arrivare all'analisi chiara e persuasiva delle tre azioni teatrali più importanti e complesse di un lavoro promosso - va sottolineato - dal Teatro Stabile di Torino, che trova, infine, negli spettacoli scritti e diretti da Scabia - 600.000 e Un nome così grande - il suo momento più stimolante ed emblematico. Erano anni di forte dinamismo culturale, politico e sociale che trovavano nello spazio del teatro un congeniale e fertile luogo di confronto (...) E' tuttora possibile un teatro simile? Questa la domanda, l'utopia, la riflessione che, a lettura ultimata, ci consegna il sorprendente e utile lavoro di Casi, corredato altresì da un robusto apparato di note e preziosissime appendici.
(Giuseppe Liotta, estratto dalla recensione comparsa in Hystrio, n. 3/2012)






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