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Da attrice ad attrice

una lettera di Fatemeh Motamed Arya
letta da Francesca Mazza

 

 

 

Dopo una lunga giornata di ripresa all’aeroporto di Mehrabad, torno a casa, apro la porta, e Kobra viene ad accogliermi. Con il suo dolce accento afghano mi dice: “Signora Moòtamed Arya, perché è tornata così tardi a casa?”. Quando vuole sembrare seria e dirmi le cose serie, mi chiama “Signora Moòtamed Arya”. Le dico: “Ancora sei qui, Koby cara…”. Mi porta subito un bicchiere d’acqua fresca e mi dice: “Quanto si stanca con il lavoro!”. Le dico che oggi in aeroporto ho salutato quasi tutti i passeggeri che andavano e venivano, e che ho fatto tante foto con loro: per questo oggi sono molto più stanca dal solito. Quando finisco di parlare, si prepara per uscire. Io tornavo a casa e lei pure ritornava a casa sua, nel sud della città. Fino alla settimana dopo.

La mia casa ha l’odore della pulizia: grazie alle mano di Kobra, la mia casa è pulita ed è sistemata. Vado nella mia stanza e mi fermo davanti allo specchio. Sono rimaste ancora tracce del trucco di scena sul mio viso. Guardo alla piccola fotografia che sta attaccata allo specchio. Ha uno sguardo profondo. Quanto è bella Kobra, la signora afghana che vive a Teheran.

La conosco da vent’anni, da quando con il suo marito abitavano in una stanza piccola nel giardino di casa di una mia amica, finché sono riusciti a trovarsi una casa e sistemarsi altrove. Il capodanno era vicino, abbiamo tinteggiato la loro casa con la mia amica e poi abbiamo festeggiato “chaharshanbe soury” [pron. Cia-arscianbesurii], la Festa del Fuoco, assieme a loro, nello stesso giardino, affinché si sentissero di avere una casa e un  rifugio, e che noi siamo stati loro ospiti.

La conosco da quando ha partorito il suo ultimo figlio ed assieme siamo andate per diversi giorni all’ufficio dell’anagrafe per chiedere la carta d’identità per il suo figlio che ha entrambi i genitori afghani, e come il mio figlio ha bisogno di avere la carta d’identità e un riconoscimento.

Sette anni dopo li ho accompagnati di nuovo per fare l’iscrizione del loro figlio Shahad alla scuola. Anche lui, come mio figlio, aveva il diritto di studiare. Sono ormai vent’anni che la mia famiglia e quella di Kobra si frequentano. Hanno arrestato il suo figlio maggiore a Tajrish, nella zona situata al nord di Teheran, come clandestino. Mi sono occupata personalmente per dimostrare che lui ha sia il permesso che la carta d’identità. Ha passato una notte nella stazione di polizia. Quando l’hanno lasciato era malconcio, perché lo avevano picchiato tanto per confessare che era un’immigrato irregolare. Kobra dice che suo figlio ancora dopo tutti questi anni non litiga con sua moglie per evitare di finire dalla polizia, e che tutt’ora di notte fa degli incubi.

Il suo figlio più piccolo Shahab ora è cresciuto, ha finito le superiori con ottimi voti. Gli piace tanto continuare a studiare all’università, ma come molti immigranti nelle diverse parti del mondo non gli è permesso di studiare il corso di laurea che piace a lui. Kobra è molto agitata, lei ha grandi desideri per Shahab, ha anche grandi sogni per se stessa. E’ per questo che lavora sette giorni su sette della settimana. Qualche giorno fa due turni al giorno in posti diversi.

Hanno avuto la loro casa nel giardino della casa della mia amica a lungo, dopodiché hanno girato tutta la città per trovare un posto sicuro in cui vivere. Kobra vuole che il suo figlio abiti nella zona del nord della città per allontanarlo dalla malavita, dalla droga e dalle cattive strade nella zona in cui abitano adesso. Lei pensa che la zona del nord sia più sicura. E’ in cerca di visti di studio all’estero per suo figlio per poter fare il corso di laurea che piace a lui. Lei ha grandi fantasie e speranze…

A volte, quando siamo sole, si toglie il velo dalla testa e si siede sulla poltrona. Assomiglia a una regina, il suo viso è come la luna: lei è la nostra regina, lei è amante della bellezza, si preoccupa tanto delle rughe che ha sul viso e sulle mani… Lavora tanto e quando qualcuno le dice che la sua pelle è migliorata ride tanto di gioia e con tanto entusiasmo ringrazia chi le porta dall’estero le creme per il viso e le mani.

Kobra fa il Ramadan. Anche oggi è digiuno. Mentre si perde nei suoi compiti da svolgere, parla della sua terra. Dice quanto era verde dove abitava e quanto era bella durante il mese di Ramadan, e mi racconta in che modo festeggiavano. Parla della guerra e come è stata la guerra a renderli profughi. Mi dice: “Signora Fatemeh, quanto è preziosa la sua presenza e quella della Signora Marjan! Se non era per voi dovevo ritornare in Afghanistan, non sarei riuscita a trattenermi qui con tutte queste fatiche e difficoltà…”. Le dico: “cara Kobra, quel Dio che tu preghi e per il quale fai Ramadan ha creato questa terra e ha detto che su questa terra ci sarà posto per tutte le sue creature… non ti preoccupare per la casa, quella che stai cercando nel nord della città…”. E dopo ridiamo tutte e due. E lei dice che se Dio vuole tutto si sistemerà.

A volte durante il lavoro seguiamo assieme le notizie dal mondo. Tempo fa, dopo aver visto l’immagine di quel bambino siriano, abbiamo pianto tanto assieme… e abbiamo letto una poesia contemporanea per lui:

Voi che siete seduti sulla spiaggia allegri e sorridenti,

avete pane alla tavola e i vestiti addosso,

c’è qualcuno nell’acqua che canta il vostro nome,

c’è qualcuno che si agita in quel mare che sapete già

quanto sia nero e non calmo…

Lei scuote la testa e mi racconta dei suoi famigliari che sono andati fino in Germania in clandestinità, e ora sono molto soddisfatti. Forse manderà anche Shahab da loro, sempre da clandestino. Le dico che io non posso aiutarla, e che non tutti sono felici e soddisfatti come i suoi famigliari. Le ricordo quel bambino e migliaia di gente che non riesce ad arriva sana e salva al termine del viaggio. Mi dice: “tu sei nel tuo paese e qualsiasi cosa ti succeda e qualsiasi cattiveria ti possa capitare, puoi dimenticarla subito, perché sei a casa tua e hai un sacco di amici e famigliari accanto a te e alla fine lavori… ma io sono fuggita dalla guerra per sopravvivere e avere un po’ di pace, ora mi devo preoccupare per il futuro di mio figlio, mi devo preoccupare per il suo corso di studi e aspettarlo dalla mattina alla sera finché torna sano e salvo a casa, che non venga picchiato o arrestato dalla polizia… mi devo preoccupare di non vedere mai più mio figlio”. Dice che durante la guerra poteva morire solo una volta, mentre qui – da immigrata – muore ogni giorno.

“Quando sei immigrata non hai più niente da perdere, né un diritto, né una casa e nemmeno una terra. E’ per questo che ho deciso di lasciare Shahab nelle mani dei trafficanti”. Cerco di farle cambiare l’idea affinché trovi una soluzione legale per mandare suo figlio dove vuole, e le prometto di impegnarmi a trovare una soluzione giusta anche per questo. Shahab ha il diritto, come mio figlio e come gli altri, di studiare dove vuole e di continuare i suoi studi nel corso che piace a lui. Nel profondo del mio cuore ho il dubbio che stavolta possa farcela. Però Kobra si tranquillizza e ringrazia Dio che è viva e spera che pace e tranquillità si diffondano in tutto il mondo, e che loro e tutti quelli che fuggono dalla guerra possano un giorno tornare a casa propria. Lei prega che la guerra in tutto il mondo finisca e chiede anche a me di pregare e dire Amen.

Kobra ha grandi desideri e speranze. Ha il desiderio di avere una semplice carta d’identità per suo figlio, il desiderio che loro possano studiare, e il desiderio di avere una casa sicura. Kobra è una donna afghana che vive in Iran e si immagina che l’amicizia e la pace possano diffondersi in tutto il mondo.

Fatemeh Motamed Aria

 

 

Lettere dal fronte interno

Dialogo a distanza con l’Iran
Ogni sera, prima dello spettacolo, verrà letta una lettera scritta da una personalità iraniana o da un rappresentante del mondo civile e indirizzata a un bolognese. E’ l’occasione per creare un ideale ponte tra l’Iran e Bologna, attraverso racconti dall’interno, in prima persona.
IL TITOLO DI QUESTA SEZIONE DEL FESTIVAL È MUTUATO DA UN LIBRO DI RACCONTI IN MUSICA DI STEFANO TASSINARI, A CUI QUESTO PROGETTO È IDEALMENTE DEDICATO.

 

ingresso gratuito

 

 

 

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