Il pensiero

Il pensiero

dedicato a Juliano Mer-Khamis (1958-2011)

 

 

C’è un paese che non ha paese. C’è un paese in cui le contraddizioni interne esplodono con le contraddizioni esterne fino a trasformarlo nel più ambiguo e complesso ginepraio nella storia mondiale degli ultimi 70 anni. C’è un paese piccolo piccolo in cui si concentrano il presente e il futuro della pace e della sicurezza internazionale. C’è un paese spaccato in due: dalla geografia, dalla politica, dai sentimenti di chi lo abita. C’è un paese che è il più strumentalizzato al mondo: tirato da una parte e dall’altra da potenti e idealisti, da trafficanti e religiosi. C’è un paese che per le Nazioni Unite non è uno “stato”, ma un “osservatore”, da pochi mesi: e questo è già un successo. Palestina.

 

 

Cuore di Palestina è un festival dedicato alla cultura e allo spettacolo contemporaneo in Palestina, dopo i “Cuore di” imperniati su Cina, India, Turchia e altri paesi in emergenza, fino alla Grecia dell’estate scorsa. Un festival “per” qualcosa e non “contro” qualcuno: per conoscere una realtà nazionale complessa, che attraverso la cultura rielabora un’annosa e drammatica condizione di conflitto.

Per tre weekend (dal giovedì alla domenica, per un totale di 12 giorni) Bologna diventa idealmente “capitale culturale della Palestina” attraverso un programma che punta a far conoscere, senza strumentalizzazioni o retorica, le punta di eccellenza della produzione culturale palestinese: teatro, danza contemporanea, musica (world, rap e jazz), cinema (con una selezione dei film più premiati nei festival internazionali), fotografia. Tutto all’interno di uno spazio in cui sarà possibile sostare, anche per mangiare e imparare a cucinare prodotti tipici palestinesi.

E come l’estate scorsa, il festival sarà accompagnato da un evento collaterale: lo spettacolo “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” di Copi, diretto da Andrea Adriatico.

 

Il festival è dedicato a Juliano Mer-Khamis (nella foto in alto). Juliano, figlio di una israeliana e di un palestinese (“sono al 100% palestinese, e al 100% ebreo”, diceva), aveva fondato il Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin, scegliendo in questo modo di combattere la sua battaglia per la pace e la libertà. Due anni fa fu ucciso, il giorno dopo il debutto di un suo spettacolo, in circostanze rimaste tuttora misteriose. La sua vita, la sua nazionalità di confine, il suo impegno per l’arte in un luogo di dolore, il suo impegno per la causa palestinese e per il rinnovamento della società palestinese stessa, la sua morte così tragicamente “esemplare” rappresentano al tempo stesso l’inestricabile e spesso indecifrabile realtà della Palestina moderna con le sue speranze e le sue contraddizioni, e rilanciano l’idea di una possibilità nuova e diversa per ridare dignità a un popolo e a ogni singola persona, senza pregiudizi.

 

Grazie per la collaborazione a Centro Amilcare Cabral, AssoPacePalestina,

Wasim Dahmash, Michele Giorgio, Michele Monni, Luisa Morgantini, Elena Tripodi.