11 luglio giovedì – ore 21.00

Lettere dal fronte interno

1 – da sindaco a sindaco


 

Ogni sera il festival sarà aperto dalla lettura di una lettera in arrivo dalla Palestina. Il nostro modo di fare teatro di reportage.
Abbiamo provocato una corrispondenza tra una persona palestinese e una persona italiana, omologhe per professioni e interessi. Il concittadino italiano leggerà al pubblico ciò che la lettera del suo omologo palestinese racconta.
Un modo per scoprire, senza filtri, con l’umanità della scrittura, ciò che accade là, dove ci si vede da lontano.

Il titolo di questa sezione del festival è mutuato da un libro di racconti in musica di Stefano Tassinari, a cui questo progetto è dedicato.

 
 
 

1. DA SINDACO A SINDACO

Vera Baboun, sindaco di Betlemme, scrive a Virginio Merola, sindaco di Bologna.

Virginio Merola legge la lettera di Vera Baboun.

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Dalla città dove il messaggio di pace, amore e speranza è stato dato all’umanità; dalla città in cui il nostro signore Gesù Cristo è nato; dalla città di Betlemme mando a voi un messaggio di amore e di apprezzamento per aver scelto la Palestina come uno dei temi del festival di Bologna del 2013.

L’onore che il messaggio di Betlemme, umile città della Palestina, sia il primo a essere letto mi mette in un vitale senso di responsabilità e gratitudine. Bologna è per l’Unesco Città Creativa della Musica dal 2006, “grazie alla presenza di un vasto patrimonio storico e contemporaneo di artisti e produzioni musicali, dalle composizioni di Padre Martini, alla bacchetta di Claudio Abbado, dal Teatro Comunale alla scena musicale indipendente, cantautoriale e contemporanea che ha animato e anima ancora le osterie, i club e i festival bolognesi”. Bologna, la città della cultura, della musica, dell’arte e della creatività, è un luogo in cui la natura e gli uomini collaborano per produrre una lussureggiante realtà musicale che rifiuta il conformismo, i confini e le restrizioni. Una città in cui il suono della musica, la mobilità dei movimenti e l’essere ponte fra culture solleva un buon interrogativo su come tutti noi possiamo fare della terra la nostra grande casa, e di tutti gli esseri umani sparsi nel pianeta la nostra grande famiglia. Anche nella nostra città palestinese di Betlemme, la Chiesa della Natività e la storica Via del Pellegrinaggio sono state inserite dall’Unesco nella lista dei Patrimoni dell’Umanità. La Chiesa della Natività è il nostro patrimonio religioso, in cui Gesù Cristo è nato e da cui il messaggio di pace è stato dato al mondo. La Via del Pellegrinaggio è il cammino storico che la Sacra Famiglia percorse per entrare a Betlemme. Allora era l’unico accesso alla piccola città. Entrambe le nostre città sono inserite nella lista delle città culturali e creative dell’Unesco. Sono unite insieme sotto il motto dell’Unesco che stabilisce il significato del “costruire la pace nella mente degli uomini e delle donne”. Perciò, le nostre due città sono privilegiate dalla virtù di costruire la pace nella mente e nel cuore dell’umanità: Betlemme per il suo originale messaggio divino di pace e Bologna per il suo messaggio culturale di pace. Siano benedetti i costruttori di pace e incontriamoci come costruttori laddove il duro lavoro e il sacrificio prevalgono.

Ma sfortunatamente, al contrario di Bologna, la città di Betlemme, come tutte le città palestinesi sue sorelle, soffre per l’assenza di pace. Ho dovuto riflettere a lungo per questo messaggio da inviare al sindaco e ai curatori del festival. Ho dovuto riflettere sul messaggio e sul suo contenuto, su Betlemme e sul contesto palestinese generale, e sulla Palestina e sulla sua occupazione. Non riuscivo a pensare a questo messaggio senza dipingerlo come un’immagine nella mia mente. La Palestina, il messaggio e il dipinto, sono un ulivo, completamente radicato nel terreno. Le sue radici sono la sua storia onorevole e umana. I suoi semi sono la grazia migliore raccolta nel suo olio e nel messaggio celeste. Le sue foglie sono il verde che rappresenta la fertilità della natura e i cuori della popolazione. I suoi rami rimangono saldi contro il vento e il calore del sole, orgogliosamente tesi verso i cieli più alti dove la libertà non è mai vincolata. Nell’ulivo inizia il racconto della Palestina e di ogni palestinese, e attraverso l’ulivo si estende alla comunità umana un messaggio di fermezza, generosità e una scintillante resilienza che riconosce i confini illimitati in cui la libertà danza al ritmo del vento.

Per decenni il nostro racconto nazionale è stato offuscato dall’occupazione, dallo strangolamento, dalla dispersione, dalla detenzione, dalla demolizione, dalla deportazione, dalla confisca delle terre, dalla denuncia. Una nazione che è dispersa in tutto il globo e che contribuisce al benessere di altri paesi, mentre a molti è impedito di ritornare, è impedito di godere dell’ombra degli ulivi e dei cieli palestinesi. Una nazione che subito si levò per farsi ascoltare dal mondo e per far conoscere la sua causa umana e nazionale e il suo vitale bisogno e diritto di godere della libertà. Detenuti, feriti, martiri, rifugiati sono i protagonisti della saga palestinese. Prigioni, strade, ospedali, tombe, valli, montagne li hanno scortati e sono diventati personaggi principali nel realizzare una così onorevole saga.

Tuttavia, come una volta ha detto il patriarca Beltritti di Gerusalemme mentre ero a messa nella Chiesa della Natività e avevo solo 17 anni, “la grazia vive solo nel grembo della sofferenza. Imparate a darle una nascita”. Senza la croce non avremmo mai goduto della grazia della salvezza. Dalla Terra Santa dove la nascita e la resurrezione di Gesù Cristo ha avuto luogo, i palestinesi hanno sofferto per decenni resitendo con resilienza per far nascere il senso di grazia esemplificato da giustizia e libertà. Sebbene in una ingiusta sofferenza, i palestinesi sono diventati benedetti “con la tolleranza e l’accettazione, data un’anima imbattibile e una determinazione senza fine”.

Pace, giustizia e libertà sono diventate un obiettivo. Nel novembre 2012 la comunità mondiale ha votato all’unanimità a favore dello Stato della Palestina. E’ un sogno raggiunto o differito? Sebbene il nostro Stato sia riconosciuto, noi viviamo ancora sotto un’occupazione che ci strangola: l’occupazione del muro dell’apartheid, che si estende intorno a ogni città, uccidendo le possibilità di sviluppo, libertà ed esistenza umana; gli insendiamenti dei coloni, costruiti sulla terra che costituisce il cuore dello Stato della Palestina; la cosiddetta Area C, in cui non possono essere costruite case, ospedali, campi da gioco. Abbiamo drammaticamente bisogno di territorio per permetterci di svilupparci e sostenerci. Il 60% del territorio nei nostri confini stabiliti nel 1976 sono adesso Area C e così il racconto della resilienza e della resistenza rimangono vivi e presenti.

Il nostro patrimonio e la nostra cultura sono i nostri migliori testimoni. La kefiah è il nostro simbolo. Una kefiah disegnata come una scacchiera. Sta per una nazione che si batte per arginare la buia realtà e godere di uno scintillante futuro. La nostra danza tradizionale “dabka”, la poesia, le canzoni, il ricamo e le arti sono i migliori testimoni della nostra esistenza e della nostra speranza. Ciascuno di essi scrive una frase nel racconto della nostra saga. A dispetto di tutti i fattori di oppressione e occupazione, i palestinesi dominano la resistenza e la resilienza anche attraverso il loro patrimonio culturale. A Bologna, oggi, hanno trovato una casa. Oggi i nostri messaggi sono ascoltati, la musica suonata, la dabka ballata: un’esistenza può essere confessata.

Cogliendo questa opportunità, invito voi tutti nella nostra umile città e nel nostro Stato della Palestina, per godere della bellezza dei suoi siti storici, dei santuari religiosi, della natura meravigliosa e di un popolo accogliente.

Vera Baboun

Sindaco di Betlemme

Stato della Palestina