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5 AGOSTO | ORE 20:45

 

Lettere dal fronte interno

Dialogo a distanza con l’Inghilterra

INGRESSO LIBERO

 

 

Le “Lettere dal fronte interno” danno voce direttamente a esponenti della società civile inglese. Sono esponenti di varie categorie a raccontarsi e a raccontare la realtà quotidiana dell’Inghilterra, a pochi mesi dalla Brexit, in vere e proprie lettere indirizzate ai loro omologhi italiani, i quali le leggeranno al pubblico.

 

Mauro Sarti, giornalista, direttore di “Accaparlante” e autore di “Il giornalismo sociale” (ed. Carocci), legge la lettera di Paul Mason, giornalista, film-maker e autore di “Postacapitalismo. Una guida al nostro futuro” (ed. Il Saggiatore).

 

Caro Mauro,
Alla fine è successo.
Oltre due anni dopo che il popolo della Gran Bretagna ha votato per la Brexit, il partito conservatore è riuscito a buttare giù su tre fogli di carta cosa significhi effettivamente la Brexit. L’euforia è durata 48 ore, poi il Consiglio dei ministri si è diviso, e allora gli xenofobi dell’estrema destra hanno riconquistato il governo conservatore. Il caos è cessato solo perché i membri del Parlamento sono andati in vacanza, ma ritornerà.
In altre parole, finalmente abbiamo raggiunto l’italianizzazione della politica britannica. Ci sono forse ancora due partiti principali, il Big Ben può ancora dare i suoi rintocchi, la procedura parlamentare è ancora in vigore. Ma dietro le formalità ciò che abbiamo realmente ottenuto nella politica britannica è la frammentazione tribale e l’instabilità.
E per una volta questo è il riflesso dell’umore tra la popolazione. Noi abbiamo una tribù di razzisti xenofobi che “rivogliono indietro il loro paese”: dai migranti, da Bruxelles e dalla modernità globale. Sono forse solo il 15-20% della popolazione, e soprattutto di età superiore ai 60 anni, ma come in molti altri paesi sono pronti a credere a ogni bugia che rafforzi il loro pregiudizio e a scartare qualsiasi dato oggettivo che lo metta in discussione.
Abbiamo una classe media ‘liberal’ compiacente, che pensa che gli xenofobi siano così maleducati e prevenuti che i loro voti non dovrebbero contare. Vogliono rifare il referendum sulla Brexit. Ma non saranno loro a bussare alle porte delle aree colpite dalla povertà per dire ai sostenitori della Brexit che sono in errore.
Abbiamo una giovane generazione connessa in rete e orientata alla globalità, che vuole solo uscire a festeggiare in giro per l’Europa: il problema è che non festeggeranno più perché un terzo di loro ha dimenticato di andare a votare al referendum sulla Brexit, mentre il 90% degli anziani lo ha fatto.
Abbiamo un’élite politica venale, una borghesia che ora si concentra sulla speculazione immobiliare e gestisce il denaro di truffatori stranieri.
Tutto questo lo riconoscerai.
Ma abbiamo anche speranza, e voglio spiegarti da dove viene. Nel 2015 i membri del partito laburista scelsero come loro nuovo leader la persona più a sinistra, più anti-imperialista – e probabilmente meno qualificata professionalmente tra i loro parlamentari – per guidare il partito. Un anno dopo, quando i nostri equivalenti di Matteo Renzi provarono a cacciarlo, i lavoratori della Gran Bretagna si iscrissero in massa al partito, che ora è, con suo grande stupore, il più grande partito politico attivo in Europa.
Al suo interno stanno giovani connessi in rete, vecchi stalinisti, avvocati, occupanti dei centri sociali, socialdemocratici e marxisti. E’ tutt’altro che perfetta, ma è una delle cose che differenzia le nostre due situazioni.
Corbyn, probabilmente con suo grande stupore, incarna il sentimento di speranza nella parte progressista della sinistra: ma non l’ha creato.
Quando incontro giovani italiani progressisti, spesso hanno il desiderio nostalgico di unirsi in una sorta di collettivo agricolo alternativo-underground, per lasciare il mondo delle supermodelle, delle star televisive e dei professori. La parola migliore per descrivere la loro filosofia di vita è fatalismo e dissociazione.
Quando ripenso ai due pazzi anni del Corbynismo, vedo masse – e intendo vere masse – di persone che mostravano uno spazio interno e collettivo di controllo. Loro credevano realmente che facendo qualcosa avrebbero potuto influenzare la loro condizione.
Quando vengo in Italia, posso parlare di fronte a intere piazze di giovani, come ho fatto all’ultimo festival di Internazionale a Ferrara, ma alla fine mi dicono, scrollando le spalle: “che cosa possiamo fare”. Loro credono che le loro vite siano controllate: da cosa?
La sinistra italiana è buona nella teoria. Ci ha dato Gramsci e Negri, ci ha dato l’Eurocomunismo e il femminismo marxista. La sinistra britannica disprezza la teoria. Davvero, ha tra i materiali teorici più patetici di tutte le sinistre.
Ma questo risulta essere una forza nella circostanza attuale. La sinistra britannica, nonostante si sia atomizzata e distrutta nei trent’anni dopo lo sciopero dei minatori, ha rifiutato di teorizzare la disperazione.
Le élite di destra dei nostri due paesi sono, in modi differenti, in preda alla stessa illusione. Che, adottando azioni radicali e simboliche all’interno di un sistema multilaterale, possano riorganizzare le loro dinamiche di potere senza rompere il sistema stesso.
Tutte le azioni, tutti i risultati sono oggi con quella parte di élite che è pronta ad allearsi con la minoranza xenofoba della popolazione.
In effetti, per molti di coloro che hanno votato per la Brexit, questa è stata la prima volta nelle loro vite che hanno avvertito che il loro voto avrebbe cambiato qualcosa. La lezione è: i risultati sono esaltanti. Se Matteo Salvini comincia effettivamente a deportare i migranti in barca verso la Libia, o a spingere i rom oltre i confini italiani, anche questo diventerà esaltante.
E così, a meno che la sinistra non scopra come raggiungere certi risultati, e a meno che la classe media liberale non si svegli, il nostro continente sta scivolando verso la sua posizione di default, con i nazionalismi rivali, in cui ciascun paese promette di essere “grande ancora”: ma questa volta senza alcuna ruberia coloniale per mitigare la povertà della forza-lavoro indigena.
Sono stato in Polonia molte volte quest’anno, un po’ per resistere e un po’ per scrivere a proposito di quel governo nazionalista. Ho chiesto: perché l’élite polacca abbandonerebbe volontariamente il sistema globale di di regole, leggi e obblighi multilaterali, che li proteggono da un potenziale aggressore vicino? La risposta è stata: è quello che hanno fatto l’ultima volta. Il nazionalismo è un virus nel sangue della borghesia. La globalizzazione, a quanto pare, è solo un trattamento che sopprime il virus. Sospendi il trattamento e torna il virus.
Come giornalista che scrive a un giornalista e insegnante di giornalismo mi chiedo che cosa possiamo fare entrambi per aiutare le forze di moderazione, tolleranza, legalità e cultura a riguadagnare terreno.
Come è stato ben documentato, la neo-destra è abile nel creare un ambiente privo di verità, in cui si presume che tutte le immagini siano photoshoppate, che tutte le vittime di guerra siano attori e che tutti gli esperti siano ciarlatani.
In questo ambiente, un giornalismo che fa appello a standard oggettivi di verità è di vitale importanza, ma al tempo stesso incapace di modificare le fondamenta di questa situazione. Me ne sono reso conto, per la prima volta, quando ero a Gaza con un gruppo di giornalisti sotto lo schock dei bombardamenti, quando ci siamo resi conto, in misura crescente, che stavamo rischiando le nostre vite solo per essere tacciati di essere bugiardi prima ancora di aver scritto una sola parola.
Ho deciso, nel mio lavoro, di combinare il giornalismo dei fatti con il giornalismo della narrativa, per creare storie a cui la gente possa credere, usando formati che assomigliano maggiormente al teatro, ai giochi, al cinema.
Quando ho realizzato la “ghost story” “Astoria”, nel 2016, mi hanno detto: perché non ti limiti al giornalismo? Il film racconta di una profuga siriana a Budapest, che si trova nella stessa stanza di una vittima dell’Olocausto del 1944, e hanno un dialogo sulla memoria. Ho risposto: “questo è giornalismo”. E’ il giornalismo che non puoi fare puntando una telecamera su un profugo siriano nella stazione di Keleti: perché in realtà la telecamera dovrebbe mostrare anche le scene di 70 anni prima in quella stessa stazione ferroviaria, da dove una volta iniziò il viaggio di otto ore verso Auschwitz.
La neo-destra ha trovato nuove forme di giornalismo: la menzogna, l’insinuazione, il confronto in cui una persona di destra urla verso una di sinistra. La trasformazione di storie ordinarie in armi, così che ogni stupro in Svezia o accoltellamento a Londra viene raccontato in America come se l’Europa fosse diventato un inferno di migranti senza legge. Se qualcuno a Bologna ti dice che l’Europa è un inferno di migranti senza legge, devi presumere che si tratti di notizie del menzognero sito di destra Breitbart, di proprietà di un miliardario, non di Rai 1.
Quindi dobbiamo trovare nuove forme per il giornalismo, che creino inevitabili confronti con la verità. Nel 1945 gli alleati condussero i cittadini tedeschi alle fosse comuni di Belsen e li obbligarono a guardare dentro. Dobbiamo trovare un modo, metaforicamente, di fare lo stesso. Forse ci dobbiamo chiedere: quali storie farebbero oggi Visconti, Rossellini e De Sica se avessero una GoPro e un sito web?
Spero che la sinistra europea si rianimi, si unisca, trovi gli obiettivi e presenti una narrativa di speranza. Spero che si possa realizzare la prima manifestazione di resistenza di un movimento rosso-rosso-verde a Milano per le elezioni europee. Cosa che farà schiumare di rabbia Matteo Salvini.
Non ci siamo mai incontrati, ma spero che lo faremo.
Paul Mason
giornalista, autore e film-maker