venerdì 13 luglio – ore 21.00

Lettere dal fronte interno

2 – da giornalista a giornalista


 

Ogni sera il festival sarà aperto dalla lettura di una lettera in arrivo dalla Grecia. Il nostro modo di fare teatro di reportage.
Abbiamo provocato una corrispondenza tra una persona di nazionalità greca e una persona di nazionalità italiana, omologhe per professioni e interessi. Il concittadino italiano leggerà al pubblico ciò che la lettera del suo omologo greco racconta.
Un modo per scoprire, senza filtri, con l’umanità della scrittura, ciò che accade là, dove ci si vede da lontano.

Il titolo di questa sezione del festival, realizzata con la collaborazione di Margherita Dean, è mutuato da un libro di racconti in musica di Stefano Tassinari, scrittore prematuramente scomparso, a cui questo progetto è dedicato.

 
 
SECONDA LETTERA: DA GIORNALISTA A GIORNALISTA

Brunella Torresin, redattrice de “La Repubblica”, legge la lettera di Margherita Dean, corrispondente da Atene di Radio Popolare.


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LA LETTERA DI MARGHERITA DEAN

Brunella cara,
Tempo fa mi scriveva che “si tocca con mano una precarietà che non è più economica”. È così, è così per la “mia” Grecia, la “mia” Atene, che racconto con un’urgenza sempre maggiore, ultimamente. Scrivere è una valvola di sfogo, per metabolizzare quello che vedo, che sento tutti i giorni, per tutto il giorno e, alla sera, finalmente nel silenzio, racconto il Paese della crisi.
In molti mi dicono che vivo in prima linea ma non era stata questa la mia scelta: la Grecia è la mia altra patria e venire a vivere nella capitale ellenica era un sogno che avevo da tanto. Conoscevo la città bene, da sempre, era il luogo del ritorno e tornare volevo.
C’era sempre una dolcezza nell’aria, come un sentire che, anche se il ritmo era estenuante, la città, in un momento della giornata, mi avrebbe premiata. Era come uno squarcio nell’apnea: l’effluvio dei fiori d’arancio per le strade, quello dei gelsomini sui balconi; il tramonto tra le colonne dell’Acropoli; il viale che porta al mare, come scriveva Ghiorgos Seferis.
Era Atene ed era bella. Bella perché rumorosa, perché caotica, perché bruttina e brutale a tratti: mi afferrava, mi tirava in un abbraccio caldo, soffocante e poi mi gettava nel mare per rinfrescarmi. Mi offriva sempre una birra: dal bicchiere ghiacciato colavano rapidissime gocce, sconfitte dall’arsura estiva. Mentre io bevevo, Atene parlava con la voce dei grilli che si stavano svegliando, con il miagolio di un gatto interessato al mezè che accompagnava la mia birra, con le parole dei passanti.
Tanti, gente che viveva per strada e a casa ci tornava – pareva – solo per dormire: i tavolini erano sempre tutti pieni e i caffè moltissimi; come le librerie, i teatri, i ristoranti, le taverne, i cinema all’aperto, quelli sui terrazzi di palazzi brutti, enormi, buttati là a caso, troppi. Sui terrazzi, però, c’erano anche lenzuola stese ad asciugare e allora le scatole di cemento assumevano una familiarità capace di addolcire l’estetica ferita.
Era bella Atene, una città da accarezzare con il pensiero del ritorno, con la nostalgia di un cielo sotto il quale trovava appartenenza la memoria tutta di un popolo che solcò i mari ignoti della fondazione di una civiltà e le acque violente delle tragedie che colpirono la Grecia.
Mentre glielo dicevi, Atene, amplificata dal suo disordine, insisteva: non aveva dimenticato un bel niente; era fiera dei suoi ricordi, li proteggeva. Li teneva nei cassetti più alti, riguardati. E cantava. Cantava poesie, quelle della libertà, dell’amore, della resistenza, dell’orgoglio, della povertà; no, in Grecia essere poveri non era una vergogna.
Almeno fino a tutti gli anni ’80.
Poi venne la distrazione, Atene e la Grecia intera si misero a sognare un sogno nuovo, di qualcun altro; incominciarono a imitare, male, altri mondi, altre culture. E a consumare, sconsideratamente. A importare ogni cosa.
Era il 1999. Mi trasferii ad Atene alla ricerca dei tratti che amavo. Sono greca a metà ed era giunto il momento di immergermi nella grecità. Nella parte ellenica del mio lessico familiare.
Quando arrivai, incominciai a camminare. Tanto. Atene non mi intimidiva, nonostante il caos che, per me, significava creatività.
Eppure, qualcosa stava cambiando. Atene, nel 1999, si affacciava ad un mondo completamente nuovo: stava arrivando l’Euro e poi le Olimpiadi e la città credeva – finalmente – di poter essere come tutte le altre città dell’Europa occidentale.
Cominciò a ostentare ricchezza, a correre appresso a quello che qui chiamarono il life style di televisiva origine, che premiava il vuoto dietro sorrisi splendenti di stelle mediatiche uguali nei movimenti, nella mimica, nei gusti. Nuovi modelli, nuove priorità e gli ateniesi cominciarono a spendere. Tantissimo.
Ricordo ancora come fosse onnipresente la pubblicità delle carte di credito e dei prestiti bancari in genere: alcuni sembravano una beffa, come quello per le vacanze di Pasqua, per auto tanto più inutili quanto più ingombranti.
Piccoli sogni, mentre lo Stato e i cittadini sembravano convinti che farsi prestare soldi fosse la cosa più semplice del mondo. Le banche, poi, si proponevano con un nuovo volto. Non più austero ma amichevole.
Accanto al vuoto culturale che si andava creando la Grecia, però, assaporava il benessere come una conquista: finalmente si sentiva un Paese europeo. Già, europeo.
Venne una domenica calda, era l’aprile del 2010. L’allora primo ministro, Ghiorgos Papandreou, si rivolse a tutti i greci a reti unificate. Con un herpes al labbro superiore, in primo piano sulla scena idilliaca del porto della piccola isola Kastelorizo, Papandreou annunciò quello che, in realtà, si sapeva da alcuni mesi per quanto incredibile. Il Fondo monetario internazionale sarebbe venuto in Grecia.
Rimasi senza fiato per un po’, mentre mi rendevo subito conto che negli anni a venire sarebbero stati quasi monotematici i contenuti delle mie corrispondenze elleniche. “Crisi” è diventata la parola che più uso, tanto che a volte sento di non poterne davvero più.
Col Fondo monetario in Grecia, l’Europa unita si apprestava, nel 2010, ad assistere allo sfacelo economico, sociale e morale di uno Stato membro.
La vita dei greci è cambiata, è tornata indietro di decenni e le certezze di un’intera generazione, la mia, sono finite: l’Europa dei popoli, l’Europa simbolo e garante di conquiste sociali, democratiche, dei diritti alla salute, all’istruzione, al lavoro scompariva per lasciare posto a un Grecia colpita, punita, di continuo minacciata di essere allontanata. Come qualsiasi malato infettivo, qualsiasi untore, qualsiasi reprobo.
Ai giudizi economici, presto si aggiunsero quelli morali e, cosa che più mi ferisce, fin dall’inizio della tragedia ci fu un rigurgito di cliché: i greci che lavorano poco, i greci che non pagano le tasse, che vivono al di sopra delle loro possibilità. Come in tutti i cliché ci sono verità ma è un pensiero primitivo, quello di punire tutto un popolo per le colpe di alcuni.
Mentre Papandreou parlava da Kastelorizo, io pensavo alle scuole pubbliche: le mie paure non tardarono ad avverarsi. Un esempio su tutti: nel settembre del 2011 il Ministero smise di stampare e distribuire gratuitamente i libri, cosa che aveva fatto dal 1937 in poi, per tutti, indipendentemente dal reddito.
Pensavo agli ospedali. Un esempio su tutti: medicine e materiali medici scarseggiano da mesi; da un anno i parenti dei pazienti sono spesso costretti a portare cibo, garze e disinfettanti; Atene è invasa da malati mentali: le degenze lunghe nelle cliniche psichiatriche, le più colpite dai tagli, sono diventate costosissime.
Non ricordo bene se sia stato il giorno in cui si è suicidato, sparandosi in piazza Syntagma, la piazza dominata dal Parlamento greco, Dimitris Christoulas, 67 anni, farmacista in pensione che prima di morire scriveva un j’accuse feroce contro i responsabili politici della tragedia greca e contro un’intera società, che egli giudicava passiva, supina, piegata, incapace di reagire. Christoulas parlava anche di dignità, o meglio, della sua mancanza dopo l’ennesimo taglio a una pensione che aveva pagato per tutta la vita lavorativa.
Non ricordo bene se è stato quando seppi che una Ong francese aveva mandato un aiuto umanitario, viveri, a Perama, comune operaio attiguo al Pireo, simbolo triste di quanto sta attraversando la Grecia.
Non so neanche se sia stata una notte, quando in centro mi sono fermata davanti a una anziana in lacrime, raggomitolata su se stessa che implorava per un poco di cibo. “Non voglio soldi” diceva “voglio solo qualcosa da mangiare. Qualcosa di morbido, non posso masticare”.
O forse è stato quando un bambino di quattro anni ha chiesto, con occhi arrotondati da un dubbio foriero di lacrime, “perché c’è chi vive per strada. Perché non ha amici?”.
Tuttavia, quando i Medici del Mondo denunciarono che nel centro della capitale ellenica era in corso una crisi umanitaria, era l’agosto del 2011, ne ebbi certezza: Atene non è più una città europea e questo perché mi risulta incomprensibile come in Europa si possa assistere a tanto.
Al degrado del centro di Atene, ormai invaso da mucchi, cose, donne, uomini e bambini: le coperte dei nuovi senza casa, persone che fino a pochi anni o mesi fa avevano un lavoro e un’istruzione. Sono stati vinti dalla crisi, dalla disoccupazione prima di tutto e, perso il lavoro, non hanno più potuto pagare il mutuo o l’affitto della loro abitazione e ora vivono per strada. Sono tantissimi, le cifre incerte ma per Eurostat i neo – senza fissa dimora sono almeno ventimila in tutta la Grecia e costituiscono una categoria affatto nuova nel panorama del disagio sociale inferto dalla crisi.
Ho raccontato spesso le loro storie, sono stata nei centri di ospitalità dei comuni di Atene e del Pireo, li ho conosciuti e mi sono quasi vergognata. Spesso, poi, mi chiedo cosa ne sarà di loro: una giovane madre, con un bambino appena nato al centro di ospitalità del Pireo; un anziano malato che fra poche settimane sarà costretto a tornare per strada; una famiglia con due bambini: la mamma è albanese e stanno pensando di lasciare la Grecia per l’Albania.
Un ex cuoco di quarant’anni, Panaghiotis, è stato talmente grato che ne raccontassi la vicenda, da regalarmi la piccola croce che apparteneva a sua nonna.
Atene non è una città europea, non più, perché tutti i giorni conto le assenze anche in quartieri semi centrali e benestanti, se ancora i termini hanno lo stesso significato di prima della crisi: questo o quel negozio chiusi e spesso, sulla vetrina ormai vuota e impolverata, una nota di saluto alla clientela di decenni.
Si aprono buchi nell’asfalto che non vengono mai chiusi, si guasta un semaforo, magari in un incrocio nevralgico e passano settimane perché venga riparato. E poi polizia: onnipresente, ossessiva; nel 2011 l’incremento della piccola criminalità è stato, nella sola capitale, del 125 per cento e allora gli agenti ovunque, a ricordare che la società greca è malata.
Succede in Europa che, nel corso dell’ultimo inverno, un palazzo su tre, ad Atene, è rimasto al freddo per via del costo del petrolio da riscaldamento. Pochi giorni fa ho fatto la benzina per 40 euro; ebbene, il benzinaio mi ha chiesto se fossi in partenza: “è raro che ci chiedano così tanto carburante”, mi ha spiegato mentre io, di nuovo, provavo un vago senso di vergogna.
È così, però e Atene non è una città europea, non quando fuori dai supermercati, all’orario di chiusura, si accalcano poveri che rovistano fra la spazzatura in cerca degli scarti. Ho ancora davanti agli occhi un uomo chino sulla confezione delle uova rotte da infilare rapidamente nello zaino mentre l’albume colava.
Atene non è una città europea, quando a migliaia si accalcano a ricevere prodotti agricoli che qualche cooperativa regala al comune. Brunella, la cosa peggiore è che in fila ci sono anche bambini.
Atene, oggi, mi ferisce. Rimane zitta, ammutolita nello sguardo vitreo dei passanti.
C’è un viale, che si chiama Patissìon, il viale che da piazza Omonia porta al quartiere Patìssia, appunto.
Ebbene, quando si guida verso Omonia, la direzione è indicata dall’Acropoli: la rocca e il tempio sono proprio davanti, occupando tutto l’orizzonte.
Ecco, questo significa vivere ad Atene: l’Acropoli è il punto di riferimento per non perdersi.
Ma persi ci siamo e l’Acropoli è lontana, quasi chimerica.
Un caro saluto,
Margherita Dean