venerdì 20 luglio – ore 21.00

Lettere dal fronte interno

6 – da docente a docente

 

Ogni sera il festival sarà aperto dalla lettura di una lettera in arrivo dalla Grecia. Il nostro modo di fare teatro di reportage.
Abbiamo provocato una corrispondenza tra una persona di nazionalità greca e una persona di nazionalità italiana, omologhe per professioni e interessi. Il concittadino italiano leggerà al pubblico ciò che la lettera del suo omologo greco racconta.
Un modo per scoprire, senza filtri, con l’umanità della scrittura, ciò che accade là, dove ci si vede da lontano.

Il titolo di questa sezione del festival, realizzata con la collaborazione di Margherita Dean, è mutuato da un libro di racconti in musica di Stefano Tassinari, scrittore prematuramente scomparso, a cui questo progetto è dedicato.

 

SESTA LETTERA: DA DOCENTE A DOCENTE

Laura Mariani, docente del Dipartimento di Musica e Spettacolo dell’Università di Bologna, legge la lettera di Antonia Moropoulou, vice rettore degli affari accademici del Politecnico di Atene.

 

 

 

LA LETTERA DI ANTONIA MOROPOULOU

17 NOVEMBRE ’73: IL SENSO DI OGGI, 39 ANNI DOPO

Dalla storica area del Politecnico, sede della massima azione antidittatoriale, la storica rivolta del novembre 1973, una fonte inesauribile di ispirazione per le lotte del popolo greco e dell’avanguardia giovanile,
DICHIARIAMO
che ancora oggi rimangono attuali le prospettive e le richieste:

“PANE – ISTRUZIONE – LIBERTA’
“INDIPENDENZA NAZIONALE – SOVRANITÀ POPOLARE – PROGRESSO SOCIALE”

La divulgazione e la conservazione della memoria storica del “Politecnico” non può e non deve diventare un ricordo da museo. Non è innocua o senza proiezioni sulla vita politica di oggi. Dà un ulteriore messaggio sul comportamento politico: quello della partecipazione attiva sociale e politica dei cittadini nel plasmare la loro vita e la loro fortuna con la propria responsabilità.
Le sembianze del Politecnico non sono distanti, né eroiche: sono umane, contraddittorie ma congiunte, tormentate e persistenti, tradite e tenaci.
• Le sembianze del Politecnico sono ben definite:
• Hanno molte definizioni: ….. “Abbasso la dittatura”, “Il fascismo non passa”, “democrazia”, “Stasera muore il fascismo”, “Pane – Educazione – Libertà”, “Fuori gli americani”, “Fuori dalla NATO”, “Abbasso l’imperialismo” “Agricoltori – Lavoratori – Studenti”, “Popolo Unito mai Sconfitto”, “Potere al Popolo”, “Il leader è uno, il popolo sovrano”, “fuori la giunta dei monopòli”, “Abbasso lo Stato”, “Popolo che hai fame perché continui ad inginocchiarti?”, “sciopero generale ”
• Le leggiamo sui muri, sui fogli le sentiamo.
• L’Università ha molti nomi,
• ma una sola personalità: il suo carattere collettivo:
‘Pane – Istruzione – Libertà – Indipendenza nazionale – Sovranità Popolare -. Prosperità sociale.
La voce dell’Università esce attraverso la pluralità e attraverso le sue contraddizioni
La sua visione ha combattuto la dittatura.
Il suo appello è di unità e di lotta.
E la gente è scesa per le strade e si è lasciata alle spalle la democrazia del 20 aprile, 67, la dipendenza straniera che schiavizza e porta la tirannia, ma anche il silenzio, la passività e la paura.
Per prendere con le sue mani la sua vita, il mondo.
• Il viso del Politecnico è vero, è intimo, è il nostro viso. Ci convince.
• Perché in pratica ha stabilito il diritto di pensare, parlare e agire liberamente e in modo diverso.
• Ma anche perché è riuscito con la sua unità e la coesistenza di diverse opinioni ad esprimere il mondo e a diventare una forza compatta e decisa per colpire il nemico comune,
• Il Politecnico rompe l’indecisione. Fa in modo che la politica diventi valida, la si metta sul suo piedistallo. Al culmine della nostra mano, all’altezza del nostro cuore. Il diritto alla responsabilità che tutti noi abbiamo.
• Il volto del Politecnico è senza compromessi; è ribelle, è umano.
Mentre cadevano i primi morti, mentre entravano i carri armati, la trasmittente diceva la verità: “Popolo Greco ci uccidono” e invitava “tutto il popolo per le strade” in ribellione, in una rottura con lo status di schiavitù.
Il ritiro significherebbe la sconfitta ed il compromesso.
E noi siamo rimasti.
Non per eroismo. Per potere, la mattina successiva, avere ancora quello sguardo amorevole e poter sorridere a quella vita che è degna di essere vissuta.
Per non morire ogni giorno.
In quel momento non esisteva il timore della imminente strage. L’ideologia della guerra civile che ha diviso la popolazione in vincitori e perdenti si è frantumata. Ora si sapeva. Vincitore o sconfitto, sarebbe stato tutto il popolo.
Mentre cadeva la porta del Politecnico sotto i carri armati e la trasmittente chiamava “il popolo e tutte le forze antidittatoriali e i partiti ad un programma comune per combattere e provocare la caduta della dittatura, per la democrazia, l’indipendenza nazionale, la sovranità popolare”,
si dava un messaggio di continuità e di vita.
E quando la trasmittente si spense, l’inno nazionale mantenne la sua promessa di resistenza.
Dall’Università siamo usciti con le mani serrate e la testa alta. E’ stato l’esercito a tirarci fuori.. Noi non ci siamo arresi.
• Il volto del Politecnico è vivo, è contemporaneo.
Il Politecnico non è un museo; E’ un urlo; E’ un momento storico.
Non la celebrazione di una festa, ma non si celebra neanche la violenza.
Non trova asilo un’idea o uno schieramento. Si tratta di tutte le idee e di tutte le forze che possono anche mettersi contro, ma devono essere in grado di conversare e di comporsi.
E’ la resistenza all’assimilazione.
E’ in conflitto con tutti i poteri che aboliscono la libertà, la democrazia e la sovranità popolare.
E’ la rottura con qualsiasi politica che minaccia i diritti, il benessere la previdenza dei lavoratori, la sicurezza, i diritti dei lavoratori, il welfare, l’ambiente, lo sviluppo, il futuro dei giovani, l’università pubblica, l’istruzione pubblica e la sua gratuità, l’asilo universitario, con ogni politica che minaccia le libertà democratiche.
E’ la scarica quotidiana, ma anche un atto quotidiano.
E’ l’alleanza con il presente per la conquista della vita.
E’ pretendere la bellezza, l’amicizia, l’amore, la verità, il sorriso.
E’ la non accettazione della grigia e neutra quotidianità, che ruba il colore dalle nostre guance e la scintilla dai nostri occhi.
E’ il cambiamento del mondo.

Non ci arrendiamo.

Il Politecnico ha aperto strade. Difficili e controverse. Ma che oggi sono aperte. Percorriamole.
I suoi morti non vogliono le lacrime, vogliono la lotta.
E’ la sfida del futuro.
E’ il nuovo alito di vita, la liberazione politica e sociale che ci unisce.
Il volto del Politecnico è creativo.

Il ricordo del ’73, richiede la comunicazione verso le nuove generazioni attraverso le procedure della Pubblica Istruzione. Attraverso l’attivazione di nuove istituzioni, la partecipazione sociale e politica dei giovani. Solleva la questione cruciale della convergenza in questo contesto del Politecnico come in uno spazio simbolico della Repubblica e del Politecnico come una area dell’Istruzione.
Se il Politecnico della rivolta storica del novembre 1973 “ha aperto” le porte della Repubblica e della transizione, il Politecnico oggi potrebbe essere la punta di diamante per far sì che la conoscenza e l’innovazione contribuisca allo sviluppo. Lo Stato deve valorizzare realizzazioni di studi e di ricerca del Politecnico, piuttosto che screditarlo, diffamarlo e degradarlo. Il politecnico può contribuire ad uscire dalla crisi alimentando l’economia reale, con il dinamismo della conoscenza e della tecnologia che genera, ma anche con i giovani ingegneri che hanno bisogno di vedere riconosciuti i loro diritti professionali, come il loro diritto civile di giudicare e di partecipare alla progettazione e realizzazione del sociale, dell’economia, dello sviluppo culturale della società greca contro la dipendenza, l’ostruzionismo, la miseria sociale.
La rivoluzione della conoscenza, l’integrità della ragione, la convinzione alla libertà potranno con il Politecnico come catalizzatore, oggi, ancora un’altra volta alimentare il restauro della politica, la pianificazione e l’attuazione della conoscenza dello sviluppo.
Vogliamo un Politecnico che non accetti compromessi ed aperto alla società, capace di ispirare desideri e di promuovere la cultura e non un Politecnico congelato ed incapace. Questo è il Politecnico che desideriamo oggi. E queste nuove dimensioni vorremmo che venissero stabilite con la riforma dell’istruzione superiore.
Il nuovo quadro giuridico introdotto dal governo uscente:
• Invita ad una deviazione istituzionale, indebolisce le Amministrazioni delle Università degli Studi, annulla il loro contributo per l’uscita del paese dalla crisi.
• L’obbligo costituzionale dello Stato di fornire gratuitamente l’istruzione pubblica si restringe gradualmente quando ritira dal sostegno vari testi della letteratura e trasmette i loro costi agli studenti e alle loro famiglie.
• Con effettiva responsabilità politica del Ministero della Pubblica Istruzione, Le Università affrontano gravi problemi di bilancio, la copertura della formazione, della ricerca e funzioni amministrative e per il sostegno delle risorse umane. L’applicazione di lavoro precario o il licenziamento del personale universitario equivalgono all’impossibilità del loro funzionamento.
Con senso di responsabilità e consapevolezza per i momenti critici, il Senato Accademico del Politecnico come il Consiglio dei Rettori di tutte le Università greche, all’unanimità si sono rivolti alla leadership politica, chiedendo iniziative per ripristinare le normali condizioni di funzionamento universitario che ora, per queste ragioni, si sta affossando.
Dal ’73 fino ad oggi sono cambiate molte cose.
La globalizzazione, il predominio dei mercati, la divisione dei mercati dei capitali dal processo di produzione, la sostituzione degli istituti di partecipazione sociale e la rappresentanza dei sistemi di governance che sono subordinate alle esigenze del mercato ed ignorano il controllo sociale, modellano il moderno paesaggio, in cui sono implementate le politiche nazionali per affrontare la crisi economica.
Il Memorandum 1 e 2 in Grecia, è il letto sul quale vengono “massacrati” drammaticamente il benessere e la sicurezza sociale, i salari dei lavoratori del settore pubblico, ma anche nel settore privato e vengono tagliati i benefici del welfare fino anche ad essere azzerati con le sue prime vittime: la Pubblica Istruzione e l’Università dello Stato.
Il paese è ancorato al destino senza speranza dei memorandum che lo portano ad una sempre maggiore dipendenza o ai centri stranieri dei potere dei mercati, a scapito dell’indipendenza nazionale.
Oggi, 39 anni dopo il Politecnico i principali slogan della allora gioventù ribelle e del nostro popolo, per “Pane – Istruzione – Libertà”, acquisiscono contenuti specifici nelle nuove condizioni createsi, dando senso contemporaneo alle lotte di oggi dei giovani e dei lavoratori per un migliore domani, per il rovesciamento di qualsiasi centro di potere straniero e locale per un altro potere ed una politica che servirà i diritti e gli interessi del popolo e della nostra gioventù.

“INDIPENDENZA NAZIONALE – SOVRANITA’ POPOLARE – SVILUPPO SOCIALE”