Orgia 2016-10-18T13:06:30+00:00

Project Description

Orgia

di Pier Paolo Pasolini
uno spettacolo di Andrea Adriatico

con Francesca Ballico, Maurizio Patella, Monia Fucci

cura e assistenza Daniela Cotti , Monica Nicoli, Saverio Peschechera
e l’aiuto di Giorgia Papa
scena Andrea Cinelli
tecnica Francesco Salentino
grazie a Stefano Casi
una produzione Teatri di Vita
con Comune di Bologna, Regione Emilia Romagna, Ministero per i Beni e le Attività Culturali
e l’adesione della Presidenza della Repubblica Italiana
Debutto: Bologna, Teatri di Vita, 11 maggio 2004.

Orgia è la tragedia di Pasolini più astratta e forse la più emozionante e poetica: un’orgia di parole, passioni, ricordi, che travolgono un Uomo e una Donna che si torturano a vicenda come in un sacrificio rituale. Ma è anche la denuncia dello sradicamento di una società lanciata verso un abbagliante e infido progresso contro cui si pone la rivoluzione del Diverso contro la barbarie che avanza. Adriatico conduce lo spettacolo su un equilibrio della recitazione tra attenzione alla poesia e al senso delle parole di Pasolini e una fisicità estrema che viene sottolineata dalla vicinanza imposta agli spettatori.

Visioni critiche

(…) Due ali di spettatori si fronteggiano divise da un lungo letto-catafalco, vicine all’evidenza dei corpi nudi e avvolti, tirati, segnati da catene che si srotolano. Le sofferenze inferte sono infatti esplicite, le percosse alla Donna furiosamente bestiali e reali. Trapelano simboli cristologici (siamo nella mattina di Pasqua) dalle luci cruciformi e dalla composizione del sacrificio, prima che l’Uomo si copra d’indumenti femminili per alludere a quella ribellione del “diverso” dentro la storia che sempre balena nelle tragedie pasoliniane. Dialoghi irti, monologhi senza uscita, pezzi “a tesi” che si alternano a correnti larghe di lirismo in cui si vagheggia il passato di alberi, case, uomini. Il livello comunicativo è arduo, ci si agita inquieti nelle tre ore più volte sulla sedia. Ma di segnali ne arrivano, e il lento cerimoniale della parola-corpo è tenuto bene da Francesca Ballico (con il suo “doppio” a sorpresa Rossella Dassu) e da Maurizio Patella.
Gli spettatori vengono accompagnati in scena attraverso le quinte: si apre un tunnel nero, ricorda un’hangar, è l’immagine distorta di una camera da letto. Al centro un letto lunghissimo e due sedie di plexiglas alle estremità su cui siedono una figura maschile da una parte e una femminile dall’altra. Gli “intrusi” prendono posto lungo i lati del tunnel, ordinatamente, su delle sedie. Lo spettacolo può cominciare.

Il dialogo provocatorio tra due coniugi (Maurizio Patella e Francesca Ballico) e poi la conversazione provocante tra lui e una ragazza (Rossella Dassu) diventa ben presto un’orgia di parole, di passioni, di ricordi, ma anche di gesti e violenze in cui marito e moglie si torturano a vicenda nel giorno di Pasqua, come in un sacrificio rituale. Lui, uscito da una grave malattia, si trasforma in carnefice di lei, vittima e allo stesso tempo istigatrice del suo boia. I ricordi di un mondo naturale in cui si poteva essere veramente felici sottolineano e mettono in moto lo sradicamento e l’assurdità del presente, di una società che cerca di imporci i segni e simboli che non ci appartengono e creano in noi conflitti insanabili.

La violenza e la brutalità in scena non manca e non è finzione: sono veri i lividi sulla schiena della Ballico; sono vere le emozioni di chi siede a margine della scena e fanno altrettanto male. Gli spettatori-voyeur, chi visibilmente turbato, chi distoglie lo sguardo, chi impassibile, sono tutti ugualmente torturati e punzecchiati crudelmente dal carnefice Pasolini. La poesia che scopriamo nel rapporto masochista spesso banalizzato ci rende consapevoli della sconfitta inevitabile a cui ci porta il dramma, ma una possibilità rimane aperta: quella della diversità, l’unico modo per resistere alla dilagante omologazione e brutalizzazione del mondo. (…)

E’ una tragedia dura e amara quella che si consuma davanti ai nostri occhi, ancora più disarmante per la sincerità assoluta con cui è stata scritta (sebbene il testo non sia a volte di facile comprensione) e l’efficacia con cui è messa in scena da Adriatico.

(…) Forse il teatro Pasolini bisognerebbe reinventarlo, ma i nostri registi ne avranno il coraggio? Bravo, allora, Andrea Adriatico a farne uno spettacolo coerente, dettagliato, asciutto, anche se appesantito da un’adesione totale al mondo pasoliniano che sa di ossequio più che di scavo interpretativo. Così, se la produzione dei Teatri di Vita non oltrepassa i limiti del rapporto mancato tra Pasolini e la scena, riesce almeno a superare indenne la maratona verbale greve e priva di azione di cui consiste il testo e a trasmettere almeno una parte del suo valore letterario.

Il regista infila attori (Francesca Ballico, Maurizio Patella e Rossella Dassu) e pubblico in uno stretto e basso cunicolo nero, appena lo spazio per muovere gli attori tra due file di sedie ai lati (la scena è di Andrea Cinelli). Al centro c’è un lunghissimo letto coperto da una stoffa ricamata che richiama alla prima occhiata certe camere di una volta (come se ne trovano ancora, in casa di vecchie signore o in qualche alberguccio antiquato). (…) Gli amplessi violenti, le catene, la nudità di tutti esibita a più riprese (a un passo dagli occhi del pubblico) punteggiano una conversazione fluviale che tocca i luoghi privilegiati della poetica pasoliniana: il paesaggio italiano, la vita di provincia, i padri e i figli, la rivoluzione, gli operai, il senso di colpa, l’educazione cattolica. Peccato che gli spettatori perdano il filo dopo dieci minuti e non lo trovino più, salvo restare a tratti incantati da certi passaggi in cui le parole, finalmente, bucano la quarta parete. Tra gli interpreti, che recitano con generosità anche se restano piuttosto monotoni e al di sotto del compito, Francesca Ballico disegna, con pochi tratti efficaci, la moglie borghese con la vocazione alla decadenza.

(…) Lo spettatore viene sistemato lungo i due bordi di uno stretto tunnel nero (concepito da Andrea Cinelli), illuminato da un pavimento chiaro, ingombro al centro di un lungo letto, due piazze divise e distese in un sottile talamo-altare cerimoniale e sacrificale. Ai lati estremi pendono catene e le luci di alcuni proiettori creano una situazione da interrogatorio. Si tratterà di una lunga tortura: del marito alla moglie, ma anche di questa all’uomo, in un rapporto sado-masochista fatto di complicità, colpi a tradimento e stoccate annunciate, nel consumarsi di un rapporto senza speranza. L’innocenza è persa, caduta per sempre come l’antico mondo contadino rievocato con poetica nostalgia: la vittima e il carnefice si rovesciano uno nell’altro in continuazione, compromessi totalmente in una vita espropriata, che accettano che corra come lontana da loro, senza attenuanti.

La strettissima vicinanza fisica, le inquadrature di composizione cinematografica (Adriatico ha debuttato di recente nel lungometraggio con il film Il vento, di sera) precipitano l’osservatore quasi fin dentro l’azione e nei diversi punti di vista da cui si può scrutare, rendendo tutto più evidente e doloroso. La violenza del marito risalta come costretta, quasi surdeterminata, grazie alle rigide posture da marionetta o militaresche che l’attore si impone, con improvvisi scatti di voce o di corpo, slanci a far male, masturbazioni, aggressioni sessuali. Attraverso la perversione grida non “una vita”, ma una condizione, quella borghese. E lei, la moglie, un’affilata e controllatissima Francesca Ballico, si offre alle torture con freddezza straniata, trasformandosi, per piccoli spostamenti e sguardi, in accusatrice, in dimostratrice, in supplice tentatrice, in animale sacrificale a un dio che urge oscuro in una interiorità magmatica.

Le strade della catastrofe sono obbligate: scollata la realtà dalle cose, ridotte le parole a segni che non aderiscono agli oggetti, agli atti, ai sentimenti, non rimane che un rovesciarsi in continui ruoli esterni, estranei, uno smarrimento che non può che segnare lo svanire nella morte o nell’abbraccio omicida del potere, dell’autorità. La moglie si immolerà, dopo essere stata incatenata, ridotta all’immobilità, denudata. L’uomo avrà bisogno di trovare un’altra martire su cui sfogare le sue continue crisi di consistenza, rese dal bravo Maurizio Patella con improvvise scomposizioni in aggressione o delirio delle sue precise partiture gestuali. La ragazza di Rossella Dassu, insieme antica e completamente, ambiguamente, d’oggi, decisa e inconsapevole, è il catalizzatore di un precipitare definitivo: in fondo, dentro se stessi, per uscire dai due vicoli ciechi del tunnel, verso la scoperta della diversità. L’uomo indossa gli stracci intimi abbandonati in terra dalla ragazza fuggita, e si trasforma in donna senza perdere nulla della sua mascolinità. C’è molto di più della rivendicazione dell’omosessualità, l’esplorazione di una via vicino all’origine e al futuro, di una ricomposizione, di uno sguardo profondo che renda libertà a una vita esaurita in ruoli asfittici. Questo dramma eccessivo e verboso ritrova la sua spinta utopica irriducibile nel finale, reso con evidenza e tagliente, sofferta misura da Adriatico. Questa lunga, oscura giornata di Pasqua scolorante in un primo autunno termina con l’uomo-donna nuovo impiccato come un crocifisso sulle catene tese sul letto, luogo di desiderio, sesso, orrore, rovina, morte, luce. Mentre intorno un suono di campane promette una qualche resurrezione.

(…) La suggestiva scena di Andrea Cinelli comprende un letto assai lungo e stretto, due guanciali, due sediole in plexiglas, il tutto sotto un tunnel che sottolinea l’ambientazione claustrofobica dell’opera cui assistono una cinquantina di persone a breve distanza dai due lati più lunghi del letto: quasi a volere, il regista, un loro coinvolgimento emotivo nelle esplosioni di violenza dell’Uomo e una vicinanza impudicamente estrema e provocatoria alle nudità degli interpreti. Andrea Adriatico costruisce così uno spettacolo aspro, pausato ed espressivamente coraggioso volgendo la tensiva calcolatissima “astrazione” del testo pasoliniano in una tutto prorompente fisica “naturalità”, tra resa interpretativa – elogiabilissima l’intensa e faticosa prova di Maurizio Patella, ottima Francesca Ballico nel ruolo della Donna e ben incisa da Rossella Dassu la figura di minor impegno della Ragazza -, catene, luci a forma di croce, effetti sonori e scampanio sull’immolazione dell’Uomo in un bel finale che scopre la sostanziale sacertà della tragedia.
(…) Vittima e carnefice, marito e moglie, si scambiano i ruoli, in pose e tagliche rendono fisiche le parole, che incidono il sado-masochismo come dimensione della relazione borghese. La coincidenza temporale con la rivelazione delle torture in Iraq è impressionante: Pasolini in questo testo mette in scena l’essenza di una borghesia tronfia e crudele, nostalgica a parole di mondi passati e capace di giocare con le vite come con oggetti da possedere. E Adriatico rivela il tormento nascosto sotto i tanti, forse troppi piani del discorso intrecciati dal poeta. (…) Al disegno di essenzialità rivelante del regista corrispondono le prove asciutte di Francesca Ballico (la moglie) e di Rossella Dassu (la ragazza), e le maschere fisiche assunte da Maurizio Patella, esasperato celebrante del rito di una forma perduta, che non sa ritrovarsi e che cerca perciò di contaminare la vita intorno.
(…) Giustamente il regista Andrea Adriatico, in questa sua tagliente, fedelissima messinscena realizzata ai Teatri di Vita di Bologna, evidenzia un’intima dicotomia, uno scarto tra la tensione dei corpi al piacere e al dolore estremi, in fondo solitari pur se vissuti in due – ma ciascuno è strumento, e non più individuo, per l’altro – e un flusso verbale che si muove sempre in una diversa sfera temporale e geografica: quanto più loro esasperano la fisicità, si strusciano, si masturbano, si maltrattano quasi sul serio, tanto più parlano delle proprie radici con gelido puntiglio e persino con distacco.

Ambientato opportunamente in uno spazio astratto – una sorta di tunnel nero che è un anfratto della coscienza, un collegamento sotterraneo tra passato e futuro, ai cui sbocchi non si vede tuttavia la luce da una parte né dall’altra – lo spettacolo, costruito attorno a un grande letto che si sviluppa in lunghezza in mezzo al pubblico, graffia e inquieta soprattutto finché riesce a mantenere queste geometrie sfasate; nella seconda parte, quando l’Uomo incontra l’altra Ragazza – e comunque ogni volta che il commento prevale sullo sforzo di poesia – le sue lucide scansioni tendono a scomporsi, e la disperata prolissità pasoliniana si fa soverchiante.

Il testo pasoliniano si pone come una sorta di autopsia di corpi sociali morenti. Il sesso è la chiave di indagine, è la struttura che sussume i rapporti di forza delle classi, li rappresenta. L’opera è suddivisa in due atti. Nel primo atto la scena si svolge tra un marito e sua moglie, genitori di due figli. L’uomo esprime in modo sadico la sua carica sessuale, la moglie si pone come vittima masochistica. Essi rappresentano l’ambito delle convenzioni piccolo borghesi, entrambi riproducono nei propri atteggiamenti i rapporti inscritti e prescritti dalla struttura familiare patriarcale. Entrambi accettano e riproducono tali convenzioni. Il loro rapporto sessuale lo esprime metaforicamente. Tra due esiste una mutua carica distruttiva, sebbene regolamentata dai ruoli socialmente assegnati. L’uomo desidera distruggersi annientando la donna, la donna desidera annientare l’uomo distruggendosi. Un chiasma a ruoli incrociati.

Nel secondo atto l’uomo ha già distrutto la sua famiglia, annientandone tutti gli altri componenti. Ora, dopo aver distrutto la struttura (ri)produttiva della società borghese, entra in relazione sessuale con una donna di estrazione popolare. Egli non riesce a prescindere dal proprio ruolo di maschio dominatore e distruttore. La sua carica sessuale si esprime ancora in forma sadica. La donna che aveva ingenuamente accettato l’ipotesi che fosse possibile un rapporto paritario con chi appartiene alla classe dominante ne resta umiliata, prima ancora che sconfitta. Umiliata per la sua ingenuità. Infine, l’uomo, vinto dalla sua malattia che rappresenta le contraddizioni insolubili interne alla sua classe, perde il suo equilibrio, mantenuto dai sui freni inibitori, perde la sua identità sessuale definita, socialmente, proprio nell’immediatezza della sua fine, a testimoniare l’inemendabilità della propria classe.

La recitazione, fortemente corporea, densa di atti sessuali, di corpi nudi è una prova non facile per gli attori (ed anche per gli spettatori – alcuni, per lo più donne, hanno abbandonato lo spettacolo, evidentemente insostenibile per la propria educazione). La prova è ben superata dalle due donne (Francesca Ballico e Rossella Dassu), meno credibile l’interpretazione dell’uomo (Maurizio Patella). L’angusto spazio destinato alla rappresentazione provoca una forte ed emotiva partecipazione degli spettatori.

(…) Ci sono momenti in cui questo passaggio da una società agricola e pre-industriale a un’Italia neo-capitalista piegata all’omologazione e alla rassegnata rispettabilità piccolo borghese vibra di una partecipazione profonda, lucida e struggente. E ci sono momenti in cui l’idea pasoliniana di uno scarno teatro di parola si traduce semplicemente in una mera verbosità di intonazione saggistica, in cui l’ansia di spiegare, analizzare, storicizzare soffoca ogni guizzo di poesia. Ma sarà poi così? O non sarà invece che la poesia di questa scrittura contraddittoria consiste proprio nello strazio del suo sforzo di darsi forma poetica senza mai pienamente riuscirci?

Con passione e adesione il regista Andrea Adriatico evidenzia comunque questo scarto, riflette il divario tra l’azione, spinta qui a una fisicità esasperata – con sesso e botte quasi veri, praticamente sotto il naso degli spettatori – e un flusso di parole mantenuto su scansioni fredde e rarefatte. Nell’eloquente impianto scenografico, un nero tunnel sospeso tra due mondi, l’attesa di un futuro che non c’è e l’impossibile nostalgia del passato – lo spettacolo è intenso e tagliente finché riesce a conservare le sue asciutte simmetrie: poi, a poco a poco, le argomentazioni si impastano con le tensioni della carne, e l’invadenza del testo diventa scomposta, esorbitante.

(…) L’uomo infierisce sulla consorte per martoriare se stesso, per sfuggire da alternative senza scampo, la complicità con il potere o la morte, roso dal rimpianto per un mondo scomparso che somiglia all’Italia contadina di ieri, cosciente di vivere precipitato in ruoli fissati, soffocanti, inevitabili. Ma l’interrogatorio, in questa versione scenica, sembra condotto dalla vittima che, implacabile, implorante, in catene, provoca e arma la violenza del compagno avversario e complice, fino a suicidarsi per disperazione o ricerca di salvezza. Feriscono come rasoiate la freddezza insinuante e straniata della donna di Francesca Ballico, la gestualità costretta di Maurizio Patella, che ha qualcosa della marionetta o della rigidità militaresca, pronta a esplodere in un frastornante falsetto o in devastata violenza. (…) Adriatico, con la vicinanza emozionante della sua regia, rende corpo doloroso le frasi. Sguardi, pause, azioni dal taglio cinematografico evocano il non detto di un dramma verboso, influenzato dalla semiologia di Roland Barthes, pieno di nostalgia, di disgusto per l’irrealtà borghese, di smaglianti frammenti poetici e di tante, troppe linee intellettuali sovrapposte.
Il pubblico (in numero ridotto, per scelta registica) funge da “Super-io” freudiano, da voce della coscienza pronta a giudicare e a punire. I protagonisti, una coppia di sposi dediti ad una forma di sesso “estremo” e sadomasochistico, danno triste spettacolo di sé, umiliandosi a vicenda. Giocando fino a farsi male. (…) Adriatico lavora straordinariamente sui corpi (scultorei, in questo caso, sia quelli femminili che quello maschile), divenuti ad un tratto materia universale su cui incidere la sofferenza di un’anima condannata al silenzio ed alla vergogna. Causa, una morale oscurantista ed un comune senso del pudore ostili ad ogni tipo di diversità sessuale.
Andrea Adriatico ha costruito un mondo di immutabile necessità, di carnale ribellione. Orgia, tragedia borghese di Pier Paolo Pasolini, è sfondo di parole, di passioni per un viaggio senza ritorno dove il piaceree della visione è legato all’angoscia, messa a nudo, paradossale nella sua normalità. (…) Il teatro di Andrea Adriatico è calato nel mondo e attraversa il teatro come si passa tra la veglia e il sonno, lavorando all’interno della scena attraverso la durata, e le pause, dentro uno stile che si trova sospeso tra realismo e una satrazione. Orgia è un transito interiore che trova la sua sintesi nel passaggio della ragazza (Dassu), efficace nella sua consapevole nudità. Un attraversamento che parla di sacrificio, di strazio innocente, è superamento della prostrazione, è trasgressione. Il resto sono campane di una festa a venire.
Scritta da Pasolini ispirandosi a un fatto di cronaca e da lui inscenata come manifesto del teatro di parola, Orgia resta la sua opera più astratta, e pure la più rappresentata; ma finora nessuno come Andrea Adriatico in questa regia aveva fisicizzato in modo così estremo il testo, che s’interroga sul mistero del sesso, vissuto come delirio ossessivo. (…) Con precisione meticolosa, muovendosi frenetico senza posa sopra e attorno al duro giaciglio delle sue fissazioni, il quasi debuttante Maurizio Patella è abilissimo a enunciare i suoi assillanti monologhi mentre corre, dispone gli attrezzi e svolge le sue azioni, e a sovrapporli a quelli delle compagne nelle tre ore di uno spettacolo febbrilmente attento alla precisione e al senso dei molti gesti che si rincorrono. Ma ahimé è proprio il fiotto inesauribile delle frasi di questo rallentato inno alla diversità vista come arma di rivolta contro il feticcio del progresso, a denunciare i limiti di una ripetitività che si compiace di se stessa.
Il coraggioso spettacolo diretto da Andrea Adriatico per i tre valorosi interpreti Francesca Ballico (la Donna), Maurizio Patella (l’Uomo) e Rossella Dassu (la Ragazza) colpisce e turba innanzitutto perché è programmaticamente, crudelmente e senza tregua anti-voyeuristico. (…) Quando si viene introdotti nel tunnel nero, ideato da Andrea Cinelli, e fatti accomodare sulle sedie posizionate in due file, da venti posti o poco più, giusto ai lati del letto-altare, si ha l’immediata sensazione di trovarsi in trappola. (…) Adriatico ha ben presente il dettato di Pasolini e fa del pubblico quasi un terzo componente, alternativamente vittima e carnefice, del rituale esoterico che si sta compiendo. La coazione alla vista produce così sguardi sfuggenti e pudicamente abbassati, la costrizione della vicinanza e dell’immobilità si trasforma in tortura quando esplode la violenza dell’Uomo e in sussulto ogni volta che pesanti catene vengono estratte dalle pareti del tunnel per legare la Donna.

La recitazione anti-naturalistica della Ballico, che risorge dopo ogni percossa, dopo ogni morso o oscena profanazione della carne per tornare, con voce calma e suadente, alla parola, diventa dunque il mezzo straniante per riacquistare la propria posizione di spettatori, ma anche il contrassegno dissonante del continuo passaggio da un piano all’altro dell’opera, dall’orgia di ricordi, rimorsi e recriminazioni evocati con sublime ed estenuato distacco, al prossimo scoppio distruttivo, così fino alla fine, fino alla morte.

Al di là delle percosse e dei gesti lascivi, è sul piano metafisico che si disputa la tremenda partita. Ed è questo piano a suggerire che il gioco a due (in cui è la donna la più determinata a voler morire) potrebbe essere in realtà un solitario in cui uccisa, calpestata, sporca di sangue, sputo e seme deve uscire la parte femminile di un’unica anima, di un unico corpo. (…) Ottima e molto applaudita la prova degli attori che restituisce magnetismo ad un testo non certo scorrrevole, specchio di un grido anticonformista più volte fine a se stesso e soprattutto cronologicamente lontano dal contesto in cui fu concepito.
Testo arduo, anche didascalico (gli attori che agiscono e contemporaneamente riflettono sul loro agire), eccessivo, forse anche prolisso, Orgia svela però una necessità e un’attualità straordinarie. Merito anche della lettura estrema che Adriatico ne dà, rivelando le sone oscure, anche drammaturgicamente troppo letterarie, trasformandole, soprattutto nella prima parte, quella tra marito e moglie – interpretati dai bravi Maurizio Patella e Francesca Ballico, finta sottomessa nella sua astratta e provocatoria conduzione del gioco al massacro, in un’incalzante azione scenica, dove violenza e tenerezza, sensualità e razionalità materializzano i due lati di una stessa tragica dolorosa medaglia.
La sua [di Adriatico] scelta vincente è quella di dare il massimo risalto alla fisicità dei personaggi, costretti a muoversi sopra e ai lati di uno smisurato letto rettangolare lungo il quale sono sistemate le due file di spettatori (circa 50) che si fronteggianno: coerente dunque il ricorso al nudo integrale e di notevole impatto emotivo il gioco sadomaso tra moglie e marito con le catene che scendono dall’alto e si tendono tra le teste del pubblico. Anche il finale contiene un messaggio forte: una sconfitta che però sembra preludere a una rigenerazione, dove il diverso è l’unico a tentare di opporsi all’omologazione imperante. L’ottimo esito dello spettacolo (che merita una ripresa nella prossima stagione) va attribuito anche alla prova degli appassionati e giovani interpreti: Maurizio Patella, irruente e distruttivo, Francesca Ballico, sposa-mantide, e Rossella Dassu, fragile vittima sacrificale.
Un lungo tunnel nero, un lungo letto al centro e due seggiole in plexiglas trasparente ai due capi e intorno a stretto contatto con il letto catafalco altare, due file dis edie per i cinquanta spettatori ammessi alla cerimonia rito rappresentazione, era invece l’inconsueto contenitore scenografico, l’ambientazione claustrofobica e cimiteriale di Orgia curata dal regista Andrea Adriatico. Che ne estremizza i temi con una forte componente fisica, il che significa non solo e non tanto simulazione di atti sessuali, nudità e autentica violenza, ma una inquietante messa in scena realistica del terribile gioco al massacro che nella scrittura in versi di Pasolini ha le cadenze di un rituale, di una cerimonia di morte, intesa come il solo possibile inveramento di un rapporto di coppia profondamente marchiato dalle convenzioni ipocrite di una società piccolo borghese. La regia di Adriatico allora svela le zone oscure di una lingua persino barocca nella ricercatezza formale e nella arditezza intellettuale e di pensiero, trasformandola in un’incalzante azione scenica, dove violenza e tenerezza, sessualità e razioinalità materializzano i due lati di una stessa tragica dolorosa medaglia. (…)
Davanti all’esperimento teatrale di Adriatico, uno come Brecht sarebbe rimasto sconcertato: se il drammnaturgo tedesco ha infatti schivato qualunque coinvolgimento del suo pubblico, invocando lo “straniamento” a favore di una maggiore criticità, il regista deella compagnia Teatri di Vita ha invece, volutamente, abbattuto ogni muro scenico, strappando al palco l’ombra dell’inespugnabilità, permettendo alla platea di affiancarsi agli attori, di rendere questi più accessibili ed avvicinabili. (…) È il teatro delle insidie.