Chiedi chi era Francesco 2017-04-03T11:27:07+00:00

Project Description

Chiedi chi era Francesco

uno spettacolo di Andrea Adriatico

drammaturgia di Grazia Verasani

con
Olga Durano
Francesca Mazza
Gianluca Enria
Leonardo Bianconi

e con Anas Arqawi, Francesco Bonati, Nunzio Calogero, Giovanni Magaglio, Lorenzo Pacilli, Davis Tagliaferro

scene e costumi di Andrea Barberini
cura scenotecnica Francesco Bonati, Michele Casale, Carlo Del Grosso, Giovanni Magaglio, Giovanni Santecchia, Carlo Strata
cura organizzativa di Saverio Peschechera, Alberto Sarti

grazie a Stefano Casi, Franca Menneas, Beppe Ramina, Enrico Scuro

una produzione Teatri di Vita
con il sostegno di Comune di Bologna, Regione Emilia-Romagna, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

Debutto: Bologna, Teatri di Vita, 11 marzo 2016

Francesco lo studente, Francesco il militante, Francesco la vittima, Francesco l’eroe, Francesco il nome su una lapide.

L’11 marzo 1977 – esattamente quarant’anni fa – Francesco Lorusso, studente e militante di Lotta Continua, veniva ucciso a Bologna durante una manifestazione da un colpo d’arma da fuoco. Un colpo sparato da un carabiniere, che fu successivamente prosciolto.
Fu l’apice tragico della stagione del Movimento del ’77 e l’inizio di una guerriglia che mise a ferro e fuoco Bologna.
A Francesco Lorusso, all’interrogazione sulla sua memoria è dedicato il nuovo spettacolo diretto da Andrea Adriatico.

C’è il bisogno di andare oltre le parole sulla lapide di via Mascarella, il bisogno di ricordare e comprendere dalla prospettiva odierna un evento traumatico per la città e per l’Italia, il bisogno di aprire un confronto con la stagione complessa e contradditoria del Movimento del ’77, il bisogno di raccontare la storia di un ragazzo che a 25 anni, con la sua morte, è diventato suo malgrado l’icona di un’epoca.

Visioni Critiche

Lorusso a teatro ricordi in diretta

Perchè non resti solo un manifesto, un Che Guevara di casa nostra aureolato di parole non sue, Andrea Adriatico ha deciso di dedicare uno spettacolo a Francesco Lorusso, quindi di chiedere il testo alla scrittrice Grazia Verasani e infine di portarlo in scena facendolo precedere da un prologo documentario. Nel prologo il titolo scelto, “Chiedi chi era Francesco” (al debutto l’11 marzo scorso, in replica da stasera a giovedì 16 a Teatri di Vita ore 21), riceve risposte puntuali. Vedi le fotografie sue e dei suoi genitori, le cartoline dei luoghi in cui ha vissuto e dei cortei in cui ha sfilato con Lotta Continua, come in un cinegiornale. Senti gli spari e vedi il corpo di un attore cadere. E poi buio, inizia lo spettacolo. Ma meglio si dovrebbe dire buio, lo spettacolo esce dal palcoscenico.
Lo schema è semplice: alla radio, durante un programma condotto da Giovanna (Olga Durano) su Francesco Lorusso telefonano in tre. La prima, Barbara (Francesca Mazza) ha fatto parte del Movimento e ne racconta sogni e quotidianità; oggi non va più a votare, ha una figlia che vive a Londra con la sua laurea in storia e “sciacqua pinte di birra in un pub”. Alberto (Gianluca Enria) era a fianco di Francesco, “l’ho visto cadere a terra”: racconta quella mattina e ciò che seguì, le vetrine infrante, le autoblindo. Il terzo è Andrea (Leonardo Bianconi), ha 25 anni e un lavoro precario; la sua ragazza l’ha lasciato, e conta per lui più di ogni altra cosa. Ma l’idea che trasfigura il testo, che diversamente resterebbe limitato, sono le telefonate realmente in diretta: le immagini che scorrono sulle pareti della scena sono quelle degli attori ripresi da telecamere mentre guidano o corrono o urlano sotto casa della fidanzata e parlano al cellulare. Via Emilia Ponente e i suoi dintorni, una città illividita, sfilano davanti agli spettatori a teatro. Gli attori sono lì ma altrove, Bologna scorre loro attorno e un’era geologica è trascorsa tra ciò che raccontano e ciò che si mostra assieme a loro. Raggiungeranno il teatro solo alla fine, per gli applausi: tanti e giusti.

Una gran folla si riversa per le strade di Bologna, in Piazza Maggiore, nel centro universitario. Incontriamo lavoratori che manifestano per avere la garanzia di un posto fisso; ci sono operai che vorrebbero lavorare senza rischiar la vita; donne che desiderano essere finalmente riconosciute con pari diritti; giovani e studenti che si battono perché il loro futuro possa essere come lo desiderano. Tante sono le persone coinvolte, altrettante le motivazioni che li portano in piazza, ma di fondo un sentimento li accomuna: la rivoluzione. Che parolona, non è vero? Si crede di poter cambiare il mondo, non ci si vuole piegare a una politica bloccata, a una legge che non conosce gli ideali di libertà e di democrazia. C’è una gran confusione, certo, le manifestazioni spesso sfociano in scontri e le forze dell’ordine in questo non aiutano. Caricano. E sparano. Ad altezza uomo. Ma Francesco è stato colpito quando già si trovava a terra, in via Mascarella 37. Non si rialzerà mai più. Era l’11 Marzo del 1977.
A quarant’anni da quel tragico episodio, Teatri  Di Vita porta in scena Chiedi chi era Francesco (in cartellone dall’11 al 16 marzo) con regia di Andrea Adriatico e drammaturgia di Grazia Verasani, dedicato proprio a quel giovane ragazzo, la cui morte è stata in qualche modo l’apice della stagione del Movimento ’77.
Quindi: chi era Francesco? Lo spettacolo ha inizio rispondendo proprio a questa domanda. Francesco era un giovane di 24 anni, studente di medicina e militante di Lotta Continua, una formazione della sinistra extraparlamentare, che scendeva in piazza in difesa della libertà e della democrazia, contro il bigottismo della società e il fascismo ancora presente. La vita di Francesco ce la raccontano in forma documentaria le voci di quattro attori, che ci danno le spalle nel piccolo spazio del palco ricavato da una “finestra” all’interno di un grande schermo, in cui vengono proiettate foto di cortei, ritagli di giornale, simboli politici. Vediamo anche Francesco, sorridente, fiero, convinto. All’improvviso uno sparo alle nostre spalle. Il palco si svuota, c’è anche del fumo. I carabinieri si mostrano, poi fuggono. A terra c’è Francesco e rimarrà lì per l’intero spettacolo, a ricordare come il suo corpo sia diventato emblema di un’epoca.
Lo spettacolo procede con impostazione radiofonica. Una speaker, di spalle, di fronte a un microfono che scende dall’alto, inizia il suo programma: è l’11 marzo 2017 e la puntata è dedicata a Francesco Lorusso. Quella che ascoltiamo è un’emittente di vecchio stampo, sembra proprio alludere alle radio libere. Il microfono è aperto e si ricevono tre telefonate: quella di Barbara che chiama dalla sua auto; quella di Alberto mentre fa jogging; e l’ultima, quella di Andrea, sotto casa della sua ex-fidanzata (gli attori sono in esterna, in diretta Skype, li vediamo proiettati sullo schermo). Barbara e Alberto hanno chiamato perché conoscevano Francesco: lei ricorda con malinconia quel periodo di grandi utopie andate infrante, quella rivoluzione mancata che sembra non aver lasciato traccia; Alberto invece conosceva indirettamente Francesco, ma condivideva gli stessi ideali e in tal senso sentiva con lui un forte legame. Alberto non è triste, ma arrabbiato, soprattutto se pensa ai cingolati in Piazza Verdi inviati da Cossiga (quello con la “K”) su richiesta del sindaco Zangheri, per fermare i manifestanti. Una repressione violenta quindi, la stessa che ha chiuso i microfoni di Radio Alice (di cui sentiamo l’ultima cronaca con la polizia alle porte),  simbolo della democrazia e rifugio per manifestanti come Alberto; la stessa violenza che ha ucciso Francesco.
Andrea invece ha vent’anni, è capitato per caso su queste frequenze e la sua più grande preoccupazione è essere stato lasciato dalla fidanzata e riuscire a non rimanere a piedi perché finisce la riserva del motorino. Seppur colpito dalla storia di Francesco, non lo capisce: non crede che qualcosa possa cambiare, nessuno lo vuole davvero. Dal momento che «la vita fa schifo», meglio chiudersi nei piccoli piaceri personali, prima o poi qualcosa arriverà. Anche la speaker si lascia andare ai ricordi di quando andava al  cineforum con le amiche a guardare i film impegnati, delle discussioni sull’aborto, sulla sessualità, sullo stipendio per le casalinghe. La loro era una  giovinezza in cui non importavano le apparenze, ma quello che si pensava.

Lo spettacolo, attraverso le riflessioni di Barbara, Alberto e la speaker ci catapulta all’interno di quella voglia di vivere, di conoscere e lottare propria dei giovani degli anni ’70, la cui atmosfera è restituita anche attraverso le canzoni “mandate in onda” (qui si può ascoltare la playlist). Si respira rassegnazione, un senso di impotenza dovuto all’incomprensione dei giovani come Andrea, che se ne stanno fermi ad aspettare. È chiaro come la solitudine sia vista come cifra della società contemporanea; una solitudine che ha comportato un totale immobilismo, quando invece c’è ancora molto per cui lottare (non mancano riferimenti alla contemporaneità: la speaker aggiorna su un incendio al CIE, in cui, alla fine, l’ignoto uomo che era sul tetto ha perso la vita).
Con ciò non si vuole affermare che la vicenda di Lorusso e i movimenti degli anni ’70 necessitano di essere ripresi e imitati. Questo spettacolo, seppur con una certa patina sentimentale nei confronti di quegli anni, ci sollecita, attraverso la storia di Francesco, a riflettere sul nostro presente.
«A che punto è la città?» si chiede Alberto citando Roberto Roversi. Forse è arrivato il momento di chiederci dove stiamo andando e se quella è la direzione giusta.
È chiaro che il contesto politico-culturale e la vicenda di Lorusso non sono narrati in tutta la loro complessità, anzi una simile trattazione, dai tratti semplici e superficiali (se non addirittura mitologici), può provocare un certo fastidio. Eppure pare essere un’operazione  non solo voluta, ma anche efficace. Rendendo Lorusso “mito” (così come il movimento stesso) si è venuto a creare una sorta di distanza spazio-temporale tale per cui lo spettatore ha la possibilità di confrontare oggettivamente la storia di Francesco con la propria (e quindi con il presente). Quella di Lorusso a torto o a ragione, vana o meno, è pur sempre una morte. Prematura e cruda si potrebbe aggiungere. Lorusso è l’Antigone di Anouilh, colei che muore per la purezza dei suoi ideali. Lo spettatore si avvicina a sentimenti, valori e atteggiamenti che è evidente non gli appartengano più, ma ne può cogliere e apprezzare la forza e la convinzione. Questo spettacolo ci invita a ritrovare vigore e coraggio, ma soprattutto un nostro modo di lottare, un nuovo atteggiamento che, si spera, possa essere il più efficace possibile; ci invita a leggere qualche libro in più, a farci una nostra idea di mondo e batterci perché questo possa essere migliore, senza abbassare la testa accettando tutto come viene.
Chi era Francesco dunque? Un ragazzo che amava la vita e voleva insegnarci a lottare uniti contro ciò che riteniamo ingiusto, all’insegna di valori come la dignità umana, la parità dei sessi, la certezza del futuro. Un ragazzo che ha avuto il coraggio di dire no, con una forza che solo l’impeto giovanile può avere.

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Nazim Hikmet