Delirio di una TRANS populista

Segnalato da Lorenzo Donati per le nomination dei Premi Ubu 2014 come miglior novità straniera (“L’addio. Delirio di un leader populista” di Elfriede Jelinek messo in scena in “Delirio di una trans populista” di Andrea Adriatico).

 

Massimo Marino, “Controscene”, 3 luglio 2014

 

Entrano, ballando su una musichetta alpina, tra balle e rotoballe di paglia, con falci e forconi, baffi, barbe, parrucche, gonne e bluse da collegiali, guidate dalla più famosa tra le trans, Eva Robin’s. Tre ammiccanti boys-girls accompagnano la diva, inguainata in un simil-smoking con colletto tirolese, per il suo comizio. Delirio di una trans populista ci proietta nel mondo spigoloso di Elfriede Jelinek, rivisitato dai rovesciamenti in forma di paradossi di Andrea Adriatico. Alla scrittrice Premio Nobel Teatri di Vita dedicherà altri due spettacoli entro l’anno, Jackie, sulla vita reale e mitica di Jacqueline Kennedy e Onassis, e Sport, un testo fluviale. E in regione fioriranno, nel prossimo anno, vari lavori dedicati alla scrittrice, che possiamo considerare l’erede di Thomas Bernhard nel fustigare l’ipocrisia austriaca, le sue derive xenofobe e populiste, in un progetto ancora in corso di allestimento a cura di Elena Di Gioia.

Questo primo lavoro va in scena all’interno della rassegna Cuore di Brasile negli spazi all’esterno del teatro di via Emilia Ponente 485 a Bologna fino al 12 luglio. “Un pezzo dedicato a Elfriede Jelinek” lo chiama Adriatico, che si ispira spesso alla danza (e stück, pezzo, è una delle denominazioni che Pina Bausch dava alle propri creazioni). È un brano breve, ma in esso c’è tutta l’estetica di questa scrittrice: profluvi di realtà, sgradevoli, che devono deflagrare per accumulazione nella testa del lettore. Tracce per registi, per fare esplodere questi ready made allucinati, tratti dalla società dello spettacolo, spesso nella sua declinazione austriaca, quindi provinciale, piena ancora di nazismo sottopelle, di feroce xenofobia e razzismo, come in questo caso.

Il testo originale si intitola Addio. La giornata di delirio di un leader populista e monta frasi di Jörg Haider, il leader ultranazionalista carinziano, rivolte ai giovani del suo partito, in un’allocuzione seduttiva che vira in certi momenti verso la pedofilia. Haider fu un antesignano di Bossi, leader localista e neonazista, esaltatore delle radici, della moralità più tradizionale e dell’odio contro il diverso, morto in un incidente stradale sbronzo, non alieno a incontri omosessuali. Adriatico rovescia, con intelligenza, le carte: gli emarginati che il leader chiama a unirsi sono trans, irsuti come montanari, delicati come fanciulle. Eva Robin’s li incita, in cima a una rotoballa, a uscire allo scoperto, a non avere paura di essere minoranza, di accettare lo scontro, la storia, di sfidare la morte… Loro sono tanti, perché uniti, e perciò più forti dei molti polverizzati… I temi populisti diventano comici, grotteschi, in bocca a questo capo trans di giovanottoni in abiti muliebri e mossettine. E il contagio, tra canzoncine d’antan e sberleffi vari, dilaga nel pubblico in forma di parrucche che gli spettatori sono costretti a indossare, con selfie  annesso per eternare.

Il limite dello spettacolo (e di una buona parte del teatro di questa scrittrice, che lavora sull’estrazione, sulla citazione, sul materiale brut, differentemente da Bernhard che rende narrativamente labirintici i suoi abrasivi smontaggi di una realtà falsificata) è un citazionismo un po’ esausto, che dopo aver inizialmente colpito si riavvita su se stesso. E non bastano canzoncine sentite e risentite troppe volte come Parole parole parole o I will survive, e ammicchi, e giochi, a ridare smalto. E neppure la bravura matura e insinuante di Eva Robin’s. Il postmoderno molti filosofi dicono che sia finito: e forse è proprio l’ora di seppellirlo, dedicandosi, invece che a smontare dispositivi oppressivi già smascherati in mille modi, a costruire schegge (almeno) di bellezza e di libertà. O di vero dolore e indignazione.

Per tracciare linee più precise e stringenti aspettiamo gli altri lavori dedicati all’opera di Elfriede Jelinek.

 

Manuela Margagliotta, “Paper Street”, 11 settembre 2014

 

Voci amplificate, come da un megafono in un comizio, dirigono i passi incerti dello spettatore nell’oscurità dei Rimessini, spazio aperto della Pelanda. Tra balle di fieno e recinti dell’ex-mattatoio, le voci fluviali di Delirio di una trans populista – Un pezzo dedicato a Elfriede Jelinek si riversano sull’incertezza di un pubblico che non sa precisamente quale posto prendere dinanzi al frastuono di una scena vuota. Così la regia di Andrea Adriatico introduce la scrittura muscolare e spigolosa di Elfriede Jelinek, premio Nobel per la letteratura nel 2004, e del suo Addio. La giornata di delirio di un leader populista, titolo originale dell’opera. L’autrice austriaca immagina l’orazione di commiato di un capo di partito, modellato sulla figura di Jörg Haider, governatore della Carinzia morto in un incidente d’auto nel 2008 e leader del partito nazionalista Fpö (Partito della Libertà austriaco), in attesa che la sua stella torni nuovamente a brillare nel panorama della politica nazionale. Un leader omofobo, con una doppia vita e sospettato di pedofilia, che fece affiggere un manifesto in cui invitava il teatro della capitale austriaca a liberarsi di quella scrittrice che infangava i sani e onesti costumi nazionali.

L’intelligente operazione registica rovescia i punti di vista e, come in un contrappasso, gli emarginati, gli esclusi, la minoranza che il leader omofobo invita a unirsi per diventare maggioranza, anzi “tutti”, sono i trans capitanati da Eva Robin’s, simbolo della trasgressione per eccellenza e icona trans gender. L’attrice, che per Teatri di vita è protagonista anche degli altri due spettacoli dedicati all’opera di Elfriede Jelinek (Jackie e le altre, presentato al Festival Orizzonti di Chiusi ad agosto, e Un pezzo per Sport che debutterà a fine ottobre al Festival VIE di Modena), in smoking e parrucca corvina entra a ritmo di polka seguita da tre giovani studenti in gonna, camicia bianca e lunghi capelli neri. Il vaniloquio del leader, la sua retorica incalzante, i suoi lapsus contraddittori, il citazionismo straripante diventano grotteschi, paradossali nell’ironia di Eva Robin’s che dall’alto di una balla di fieno con falce e forcone: “cacceremo la fiducia via dal paese perché noi siamo forti! Chiedo scusa la porteremo”. Il sorriso, che come una maschera fissa l’espressione dei tre giovani adulatori adulati – Saverio Peschechera, Alberto Sarti, Stefano Toffanin – diventa espediente per giocare con il pubblico, cui si fanno indossare parrucche, si distribuiscono volantini con su scritto “Vota trans” e con cui si fanno selfie.

Tra cambi d’abito e canzoni come I will survive o Parole Parole, lo spettatore viene invaso da un labirinto di parole, dalla violenza mascherata dagli stereotipi della cultura, dalla musicalità ipnotizzante delle parole che non sempre però riesce ad avere un senso, una direzione. Se le manipolazioni del linguaggio, la sopraffazione del potere, il populismo sottopelle, in Elfriede Jelinek riescono a creare un universo capace di svincolarsi dalla contingenza per attingere quasi all’archetipo di ogni fascismo, qui il meccanismo drammaturgico sembra talvolta riprodurre se stesso incedendo tra improvvise accelerazioni e inevitabili cali di tensione.

 

Erika Morbelli, “Corriere dello Spettacolo”, 12 settembre 2014

 

“Lo spettacolo avrà inizio tra 10 minuti oltre il big bambù, chi è in possesso del biglietto è pregato di avvicinarsi”, con queste parole viene annunciato a Short Theatre la replica di “Delirio di una trans populista. Un pezzo dedicato a Elfriede Jelinek.”

Si aspetta fino a quando non si è accompagnati nello spazio aperto dei Rimessini, mentre la musica tiene il ritmo della camminata dei 4 attori che passano attraverso il pubblico, incerto sul posto da prendere, in uno spazio circondato da recinti, una struttura che sembra dismessa e fieno.

Si tratta del primo momento facente parte della trilogia che i Teatri di Vita dedicano alla scrittrice austriaca premio Nobel nel 2004 Elfriede Jelinek, nota per la sua complessità drammaturgica e linguistica.

Il testo a cui si fa riferimento è Addio. La giornata di delirio di un leader populista che vede protagonista i discorsi di Jörg Haider, fondatore dell’Alleanza per il futuro dell’Austria e leader politico del partito conservatore della Libertà Austriaco nonché governatore della Carinzia.

Haider fu accusato nella sua carriera di antisemitismo, neonazismo e islamofobia e con la sua morte si venne a conoscenza della sua frequenza di locali gay.

Andrea Adriatico da questo spunto sovverte il sistema e si immagina un comizio in cui sono chiamati a raccolta i trans gender. Eva Robin’s, icona dell’ambiguità sessuale, è la prima della fila durante la marcia in cui è costretta in un vestito maschile e sale su una balla di fieno, dove si liberà del primo abito per mostrare un vestito femminile, per portare avanti il comizio delirante.

Durante lo spettacolo Saverio Peschechera, Alberto Sarti e Stefano Toffanin ripetono gli stessi gesti in diverse posizioni della scena e si interrompono solo per interpretare, fingendo di cantare e ballando, alcuni brani che sottolineano la situazione grottesca.

Anche il pubblico grazie ad una parrucca e ad un selfie diventa seguace e possibile elettore per il volantino che viene distribuito “vota trans”.

Forse per la ripetitività delle azioni o forse per l’abuso di parole già sentite risulta difficile mantenere l’attenzione per tutta la durata dello spettacolo.

 

Chiara Merlo, “Multiversi”, 14 settembre 2014

 

Forme di manipolazione TRANSitorie

Le masse vogliono apparire
anticonformiste, così questo significa
che l’anticonformismo deve essere
prodotto per le masse.

Andy Warhol

 

Questo spettacolo di Teatri di Vita di Bologna, “Delirio di una Trans Populista” di Andrea Adriatico con Eva Robin’s, mette in scena l’impossibilità di un Io non tirannico attraverso tutte quelle matrici emozionali individualistiche che in questa impossibilità trovano il significato di ogni abuso e violenza operati sull’Altro.

Ed è in questa visione assolutistica del proprio modo di sentire che anche le minoranze sembrerebbe debbano tentare di sperimentare un atteggiamento aggressivo e totalitaristico, cioè nella speranza di far valere in questo modo proprio quelle cause individualistiche all’esistenza, irrinunciabili perché istintive, altrimenti soffocate in una solitudine emarginante e marcescente.

Le parole sembrano quelle femministe di matrice marxista usate in modo provocatorio e crudo, crudele, dalla scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, che le usa con l’intenzione viva di interrompere quel meccanismo culturale sociale, eppure vincente, che ha distrutto e purtroppo continua a distruggere persone a favore di visioni consumistiche e capitalistiche di sistema (consapevoli che ogni concetto contro capitalistico inizialmente puro sia stato fino ad oggi ugualmente brutalmente abusato, e invece finalizzato a lotte contemporanee fintamente di contro – sistema, al contrario di sotto – sistema, che perciò rassicurano la continuità, seppure in apparenti ipotesi anche diffusamente condivise di pseudo-conflitto).

Qui la provocazione diventa volutamente un eccesso, una presa di potere addirittura dei soggetti più deboli (che si riprendono “i mezzi”, quelli appunto manipolatori, mediatici e della comunicazione), ma che non sanno far altro che usarli “nuovamente” per sopraffare.

Seppure fino ad oggi violentanti ad uso di uno schema conservatore mai ancora realmente e realisticamente messo in discussione, il loro ribellarsi aspira a diventare un monologo ugualmente delirante di potere e prepotere, di successo ma senza significato, ridicolo, com’è ridicolo ogni potere, eppure ancora preoccupante, e con le stesse conseguenze terribili: soffocare le diversità. Un comizio politico che vorrebbe convincerci che l’unica rivoluzione possibile sia ribaltare, ma appunto con gli stessi metodi di forza, l’asimmetria relazionale fra soggetti piegati e soggetti da sempre abituati e incoraggiati a piegare per un ideale di superiorità che ormai dovrebbe apparirci davvero incomprensibile.

E diventa sostanzialmente una questione di linguaggio. Parlare quella stessa lingua, quelle stesse parole, quegli stessi movimenti del corpo, ma stavolta per veicolare altri contenuti. Eppure i contenuti diventano ininfluenti, perché è il modo che ritorna ad essere “vincente”, aggressivo e violento, perciò “fisicamente”, “verbalmente” sovrastante, predominante, coartante, opprimente.

Lo scopo non è perciò quello di esaminare una società manipolatoria e massificante per sottrarvisi, mettendo in atto magari modalità nuove relazionali, sociali orizzontali, ma invece immedesimarsi nel ruolo gerarchico di chi può dimostrare con la forza di avere più ragione, giustificato stavolta dall’essere manipolatorio per una causa giusta! È questa una critica alle sinistre e ai sistemi di sinistra puntualmente falliti una volta al potere, e per quella stessa ansia di predominio sinteticamente ideologico.

L’operazione teatrale tentata è veramente di pregio, da leggere però a strati, rifiutando pertanto la stessa idea messa in atto come soltanto provocatoria. È invece una forzatura necessaria, una parossistica riflessione sui confini stabiliti e sui padroni, in una gerarchia ordinata che fa funzionare le cose esattamente come “funzionano”, e come devono funzionare.

I sani e onesti costumi nazionali diventano quelli di “tutti”, ancora una volta, dove il “tutti” viene messo spesso e convintamente in netta contrapposizione con il “molti”, e non a caso. “Tutti” esclude ogni diversità possibile, “molti” incoraggia un pensiero discriminatorio: il passaggio da molti a tutti richiede un atto di forza tirannico che in questo tempo è dato proprio, ancora una volta, da una perversa comunicazione dell’Io.

Partire dagli schemi linguistici che strutturano la nostra cultura deve servire, anche attraverso questo pezzo teatrale, a distinguere l’inautenticità delle parole, la violenza mascherata dagli stereotipi, anche quelli nuovi però, e perciò non ancora del tutto riconoscibili.

Jelinek cerca di cogliere il mondo nella sua fenomenologia sonora, e anche Adriatico, perché le parole sono simboli e sono maschere, e subdolamente ci piegano e ci convincono. Qui la cultura di massa mette in relazione anche l’arte con la politica, rilevando, o non rilevando, quanto la prima sia miseramente asservita (anche quella di sinistra, quella cioè che si spaccia insistentemente come libertaria).

La riduzione dei personaggi a voci stereotipate, perciò, e a movimenti ripetuti e sempre ripetibili, lancia questo allarme ancora un po’ troppo sottovalutato: è la nostra forma (anche quella artistica) a non lasciarci speranze, la forma del pensiero come quella emotivo relazionale. Perché un altro aspetto molto bene messo in evidenza dalla Jelinek, e anche da Adriatico, è quello comunicativo interrelazionale, quello psicologico, dove le emozioni, anche quelle, sono fin troppo stereotipate e legate assolutisticamente ad un corpo (pure quello tragicamente stereotipato), che tenta di mutare e invece non muta.

Così il tema dell’erotismo, anch’esso, viene collegato alla sopraffazione dell’Altro, dove la carnalità diventa sempre una facile giustificazione per argomentazioni neo-scientiste.

La scena si apre con una polka ballata con passi militari per raggiungere un piedistallo di paglia dove agitare una falce, la paura esercitata della morte, e un forcone, la paura esercitata della violenza. Sotto a quel piedistallo un esercito di donne con la barba che ripetono il gesto all’infinito per una continuità spersonificante dell’essere. Ogni tanto però ballano fuori dagli schemi (perché ballare è sempre fuori dagli schemi), ma poi in sottofondo riprende il comizio con la stessa voce dal vivo e di seguito registrata, e tutto ritorna vuoto, alienante. Tutto è bianco e nero, tutto è travestimento, tutto è finto, a cominciare dalle parrucche distribuite fra i partecipanti, con allegato però un volantino: “questa volta VOTA TRANS” (che significa: “passaggio”).

 

Anna Bandettini, “La Repubblica”, 15 settembre 2014

 

(…) il deludente e verboso Delirio di un trans populista di Andrea Adriatico dedicato alla Jelinek, urlato (e molto malinconico) comizio sull’identità con Eva Robin’s in cima a una balla di fieno (…)

 

Stefano Casi, “casicritici”, 6 gennaio 2015

 

Tra gennaio e febbraio sarà possibile rivedere uno di seguito all’altro i tre spettacoli che Andrea Adriatico ha realizzato sopra, dentro e attorno i testi di Elfriede Jelinek. Gli spettacoli, che hanno debuttato in ordine sparso tra l’estate e l’autunno del 2014, si materializzeranno così in modo esplicito, tra Bologna e Ravenna, come altrettante tavole di un trittico coerente nell’ambito del Festival Focus Jelinek, e quindi questa sarà l’occasione giusta per cercare di annodare i fili segreti tra un’opera e l’altra o per scoprire distanze e vicoli ciechi. Adriatico lavora spesso su autori ricorrenti, come Koltès, Pasolini o Copi, ma la creazione programmatica di un vero e proprio ciclo è rara (il più immediato precedente sono i 4 spettacoli beckettiani del 2009 riuniti nella tetralogia Non io nei giorni felici) e quindi ghiotta per un affondo di ampio respiro nel reciproco universo artistico dei due autori. In attesa di assistere a conferme o smentite, ecco qualche ipotesi interpretativa, sulla base della memoria delle rappresentazioni di qualche mese fa. (l’articolo prosegue sul blog casicritici)

 

Stefano Serri, “Concretamente Sassuolo”, 18 gennaio 2016

 

Frugate nei giornali e in qualche libro; origliate conversazioni in strada, in parlamento o in televisione: poi mettete insieme i pezzi, dotandoli della giusta punteggiatura. Ecco un modo per dare voce al mondo in teatro. Come Karl Kraus non aggiugeva nulla di suo al materiale già esistente (tra cronaca e letteratura) per raccontarci la guerra mondiale ne “Gli ultimi giorni dell’umanità”, in modo simile opera la drammaturga e narratrice austriaca Elfriede Jelinek (da qui Elfie, come il suo alter-ego Elfie-Elettra di “Sport”), assemblando frasi idiomatiche e passi di classici nel flusso impetuoso dei suoi drammi.

Il regista Andrea Adriatico ha dedicato a questa autrice una tripletta di spettacoli: “Un pezzo per SPORT”, “Jackie e le altre” e “Delirio di una TRANS populista”. Portato in scena per la prima volta nel luglio del 2014 e replicato numerose volte, questo “Delirio”, con Eva Robin’s protagonista, è tornato in scena fino al 17 gennaio a Teatri di Vita.

Il testo di partenza è “Addio. La giornata di delirio di un leader populista”, dove Elfie rievoca la figura e le parole di Jörg Haider, il leader ultranazionalista della Carinzia, omofobo e sospettato di pedofilia, che non aveva reagito molto bene nel 2004 all’assegnazione del Nobel per la letteratura alla scrittrice. Si tratta di un discorso di addio che il leader rivolge agli adorati (e desiderati) giovani membri del suo vitalistico partito tradizionalista: un inno all’homologazione e a quell’assolutismo democratico che è il populismo. Dimenticavo: qual’era il partito di Haider? Fpö, ovvero Partito della Libertà Austriaco. (Questo nome mi ricorda qualcosa…)

Nella rilettura di Adriatico, il Leader si fa Trans: dal Potere al Genere. Pur mettendo sulla tribuna (qui, balla di fieno) chi è considerato un emblema delle minoranze discriminate, il risultato non cambia: il delirio e i suoi meccanismi propagandistici proseguono, inarrestabili. Il monologo, campionario esaustivo di una politica dell’acclamazione, viene drammatizzato dal regista in due modi.

1. Internamente al testo, si crea un dialogo (Eva vs Eva) tra l’interprete in scena e la sua voce registrata (con quella grana imperfetta di vecchie trombe d’altoparlanti che fa tanto comizio d’antan). Armata di falce, fieno e forcone per ambientarci in una bucolica felix Austria, Eva Robin’s dà voce a questa partitura senza cedimenti né esasperazioni, spogliandosi del costrittivo costume maschile e liberando il corpo e i capelli. Lungo l’intero arco dei quarantacinque minuti di spettacolo, la sua recitazione unisce sicurezza e straniamento, come in un delirio ben strutturato, tra parole chiave ripetute con insistenza e slogan vuoti di senso.

2. La scena (curata, insieme al suono e ai costumi, da Andrea Barberini) si anima di attrazioni e distrazioni, ovvero i giovani neo-trans. Sono tre maschie (Saverio Peschechera, Alberto Sarti, Stefano Toffanin) impegnate in coreografie che mischiano Pina Bausch (“1980″) alle esercitazioni SPORTive di massa delle Giovani Italiane. Credono, obbediscono e sculettano: pelose e seduttive, cercano nuovi adepti tra il pubblico imponendo parrucche agli spettatori (immortalati in autoscatti) e distribuendo volantini che interpellano la nostra coscienza: “Vota Trans”.

La metamorfosi da Haider a Trans, pur mobilitando un ulteriore armamentario di  citazioni e spostando il tono verso il radical-pop (dalla polka alla Mina, da Elfie a Selfie), non appare per nulla pretestuoso: non è una facciata posticcia imposta al testo, ma il ponte per accedervi da un ulteriore ingresso. Senza rinunciare alla denuncia, con questa scelta registica lo spettacolo guadagna in concretezza, rafforzando il dialogo con il presente. A proposito: che ci dice il presente? Ad esempio, ci parla di chiusura di TRANSiti e frontiere (Austria, gennaio 2016); o ci conduce, esausti, a un pallido e assorto legiferare sui diritti civili (Italia, gennaio 2016). Quello che abbiamo sentito era davvero un “addio”?

Questo “Delirio” sembra confermare come, per Andrea Adriatico, fare teatro sia più uno strumento di precis(az)ione che un medium per pur nobili evocazioni estetiche, con  una coerenza che non s’inginocchia alla tentazione della semplificazione a tutti i costi. In spettacoli come questo, il testo poggia sullo spettatore tutto il suo dolce peso. Ponderoso, a volte: ma convengono appigli robusti, quando si viene travolti dalla massa.

 

Martina Vullo, “PAC Paneacquaculture”, 28 gennaio 2016

 

E se un bel giorno il politico acclamato di turno fosse una trans decisamente in-trans-igente verso ogni tipo di diversità?

Difficile da immaginare? A questo proposito ci viene incontro lo spettacolo di Andrea Adriatico Delirio di una Trans populista, andato nuovamente in scena ai Teatri di Vita (dopo le rappresentazioni d’esordio di 2 anni fa) dal 13 al 17 Gennaio, dove una formidabile Eva Robin’s si diletta a fomentare le masse con discorsi pseudo-dittatoriali e dal sapore assurdo (visto che le varie frasi oltre ad essere sconnesse, sembrano contraddirsi fra loro).

Per quanto al discorso surreale si accompagni una scenografia molto essenziale (pochi blocchi di paglia a sostituirsi a una pedana e a delle panche, in una sala svuotata da poltrone), siamo decisamente lungi dalle drammaturgie di Beckett a cui l’autore in passato si è più volte ispirato, lavorando con Eva Robin’s al proprio fianco. L’autrice da cui questa pièce ha tratto ispirazione è stavolta il premio Nobel per la letteratura del 2004, Elfriede Jelinek, a cui il regista ha dedicato un intero trittico di cui Delirio di una trans populista costituisce la prima delle rappresentazioni (a seguire Jakie e le altre e Un pezzo per sport).

“Parole, parole, parole”… non è solo una delle canzoni in cui tre adorabili e barbute fanciulle (Saverio Peschechera, Alberto Sarti e Stefano Toffanin in stile Conchita Wurst, la cantante trans austriaca divenuta fenomeno mediatico mondiale) si esibiscono fra il pubblico, ma la sostanza concreta dalla pièce: L’addio. La giornata di delirio di un leader populista, pubblicato nel 2005, è un testo con cui la Jelinek denuncia, attraverso un collage realizzato con frasi tratte dalla campagna promozionale di Haider, il neonazista austriaco morto alcuni anni fa, restituendo la sardonica e contradditoria immagine di un leader totalmente ebbro del proprio potere.

Il testo di riadattamento è naturalmente un ulteriore taglio sulla sequenza delirante, finalizzato ad una pièce di 50 minuti complessivi, in cui la voce dal vivo di Eva Robin’s è intervallata alla sua registrazione fuori campo, oltre che da momenti di danza ad opera delle tre giovani (e qui non manca la citazione a Pina Bausch, cui è stato del resto dedicato il secondo spettacolo della trilogia).

Chi sono le barbute donzellette? Ma naturalmente i “piccoli”, a cui il leader del pamphlet originario si rivolge (ricordiamo a questo proposito la formula di “partito dei ragazzi di Haider”, nata dalle controversie legate al presunto orientamento sessuale del politico). Possiamo osservarle totalmente omologate con le loro gonne nere, camicie bianche e scarpe comode, nell’atto di cimentarsi in essenziali movimenti in serie, che uniti alla voce femminile e disturbata,  che conta fino a quattro fuori campo, ci ricordano gli esercizi imposti alle “belle donne” dell’Italia fascista a inizio ‘900.

Dietro al buffo si fa spazio un quadro inquietante, un po’ come le parole della leader trans (spogliatasi dagli iniziali abiti maschili con parrucca) che ora annuncia: ”loro sono molti… molti di più, ma noi, NOI SIAMO TUTTI”.

E nessuno fra il pubblico potrà sottrarsi al gioco dei tutti quando le tre donzelle, ora in camicia da notte, iniziano a farsi selfie con spettatori a cui fanno indossare parrucche simili alle loro.

Un gesto grottesco dal duplice sapore: estremamente soffocante se colto come l’obbligo (nel gioco della provocazione) ad omologarsi ai tutti, ma allo stesso tempo, come il regista suggerisce, una forma di invito allo spettatore a mettersi nei panni altrui.

Uno spettacolo effervescente e ironico, la cui intenzione può risultare poco chiara in un primo momento, ma che prenderà presto la forma di un grande schiaffo in faccia, che porta il peso dell’improba ipocrisia dei “tutti”, in un 2016 in cui si grida all’uguaglianza, ma molta gente continua a pagare caro il lusso di essere se stessa.

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