Un libro sulla drammaturgia e su come questa drammaturgia si trasforma in scena,
attraverso l’esempio degli spettacoli di Andrea Adriatico e Teatri di Vita dedicati a Samuel
Beckett.
Nel volume, curato da Stefano Casi e pubblicato da Titivillus, quattro testi di Beckett sono passati al vaglio di nuove interpretazioni: Atto senza parole, Giorni felici, Non io e Dondolo rivelano aspetti inconsueti, dalla messa in scena dell'erotismo o della
femminilità alla rappresentazione del kitsch o della ribellione, per un inedito teatro del
desiderio.
Quattro testi passati anche al vaglio della scena negli spettacoli di Adriatico
del ciclo Non io nei giorni felici, con ulteriori nuove interpretazioni. Partendo da qui studiosi e critici
portano alla luce altre riletture beckettiane (dal tema della dipendenza al
confronto con la cultura giapponese) e avanzano ipotesi e analisi sul
ventennale lavoro di Adriatico, anomala figura artistica nel panorama teatrale
di questi anni.
Un libro in due parti indipendenti, ma che si rispecchiano tra loro, offrendo un
inedito viaggio nei mondi di dolore e ironia descritti nei testi di Beckett e
negli spettacoli di Adriatico, con i contributi di Giovanni Azzaroni, Stefano
Casi, Mary F. Catanzaro, Eleonora Felisatti, Stanley E. Gontarski, Gerardo
Guccini, Giuseppe Liotta, Massimo Marino, Lorenzo Orlandini, Paolo Ruffini,
Dina Sherzer, Franco Vazzoler e Piermario Vescovo, le note di Keir Elam e
Roberto Grandi, l'intervista di Giacomo Paoletti ad Andrea Adriatico e le
fotografie di Raffaella Cavalieri.
Uno dei motivi per cui il teatro beckettiano rimane non solo attuale ma
continuamente riattualizzato e rivisitato in tutto il mondo – e in Italia in modo particolarmente proficuo, come le sperimentazioni di
Adriatico dimostrano – è proprio la sua prorompente performatività, quell’incompiutezza della parola che solo la performance può compensare anche se mai completare.
(dalla prefazione di Keir Elam)
Il rapporto con i testi beckettiani non è mai, nelle messe in scena di Adriatico, un semplice adeguarsi alle prescrizioni
date e «attese?»,
non è una relazione pacifica, ma un corpo a corpo da cui emerge,
alla fine, un senso che è Beckett e Adriatico allo stesso tempo. Mettere
in scena un testo è costruire una macchina di produzione di senso
rispetto alla quale gli spettatori godono della stessa libertà di interpretazione attivata dal regista.
(dalla postfazione di Roberto Grandi)