il Suggeritore n. 92/93 - settembre 2009





LO SCAFFALE/1

Sguardi e memorie sul teatro sperimentale

Tre volumi affrontano in diverso modo la stagione (tuttora attiva) della ricerca in Italia: gli appunti critici sui "teatronauti" di Marco Palladini, immagini e brevi testi in onore di Gigi Livio e saggi e testimonianze sul rapporto fra teatro e ambientazioni extrateatrali a cura di Raimondo Guarino.





I teatronauti del ChaosIl sottotitolo del libro I teatronauti del Chaos. La scena sperimentale e postmoderna in Italia (1976-2008) di Marco Palladini (Fermenti; pp. 276; euro 20; acquista il libro su Ibs) sembra suggerire una sorta di storia degli ultimi trent'anni del teatro di ricerca italiano, ma non è esattamente così. Si tratta, piuttosto, di una raccolta di sguardi che il poeta-critico-drammaturgo (e molte altre cose ancora) offre al lettore nella consapevolezza di una indiscutibile soggettività d'impostazione. E' dunque da questa soggettività che occorre partire, cioè dalla presa d'atto di un percorso non organico, incompleto, anzi decisamente disequilibrato, che si muove - come recitano i titoli dei capitoli - a "colpi di memoria" decennio per decennio dagli anni 80 ai 2000, salvo un breve omaggio iniziale a Simone Carella e ben più cospicui omaggi autonomi a Leo de Berardinis, Socìetas Raffaello Sanzio, Enrico Frattaroli, Marcello Sambati e ai critici Giuseppe Bartolucci e Maurizio Grande. Dunque, un libro autoreferenziale e poco utile a chi intenda conoscere la scena teatrale contemporanea? Tutt'altro: anzi, si tratta di un volume che, una volta rimesso nelle giuste coordinate 'falsate' dal sottotitolo, magari anche grazie all'acuta prefazione di Antonio Attisani, rivela alcuni aspetti decisamente significativi.
Sicuramente i limiti del libro stanno nell'occasionalità diaristica (le cronache delle decine e decine di spettacoli rievocati provengono dalle recensioni critiche che l'autore ha avuto modo di fare negli anni per diverse testate) e nella percezione di uno sguardo romanocentrico, come evidenzia lo stesso Attisani, che elude una visione più ampia del teatro contemporaneo. Eppure, dicevo, forse anche grazie a questa apparente marginalità prospettica, la scrittura critico-diaristica di Palladini ha il pregio di essere sincera, libera, felicemente ardita nel basare il proprio sguardo di spettatore appassionato sulla propria cultura e sensibilità e non - come accade - su retropensieri o strategie. In questo modo balza con forza l'autonomia di pensiero che porta l'autore a evitare i luoghi comuni della critica modaiola, trattando con eguale attenzione (e analisi) mostri sacri e nomi sconosciuti. A questo aggiungo un altro, ben più forte, elemento di grande interesse, e cioè il sostanziale rifiuto della trita e falsificante invenzione critica delle "generazioni" e delle "ondate". In un paese spesso incapace di leggere con attenzione critico-storiografica la realtà, preferendo etichettarla per sigle (magari in inglese) o per generazioni decennali (con forzature degne di un revisionismo orwelliano), è una boccata d'ossigeno metodologica quella offerta da Palladini che divide sì la sua ricognizione per decenni, ma non per creare compartimenti stagni, bensì per una pura oggettività cronologica. Ecco allora che, per esempio, degli anni 80 (rivalutati finalmente in tutta la loro potenza, così come sono ridimensionati molti gruppi successivi, oggi sulla breccia) fanno parte non solo gli artisti che in quel periodo si sono affacciati sulla scena, ma anche Pina Bausch, Carmelo Bene o Franco Cordelli. Ne viene fuori, in questo modo, la ricognizione sincronica di un decennio (sempre soggettiva, ovviamente) che mostra con più aderenza al reale e con grande efficacia la complessità di un contesto teatrale ben più ricco di quanto possa sembrare: ogni decennio, insomma, è centrato non sugli artisti emersi nel periodo, ma sugli spettacoli che lì hanno visto la luce. E questo, perlomeno metodologicamente, offre un'occasione di lettura importante. Così come importante è il capitolo dedicato alla Raffaello Sanzio, forse troppo entusiasta, ma fondamentale nelle lunghe pagine dedicate alla prima fase dell'esperienza di Castellucci & co, a partire dal 1981, contribuendo a ridare maggior equilibrio storico a una compagnia la cui memoria pubblica oggi sembra non andare oltre dieci anni fa.
La scena della contraddizioneUn altro libro ci offre l'opportunità di ripensare gli anni della ricerca in Italia: è La scena della contraddizione. Omaggio a Gigi Livio, a cura di Donatella Orecchia, Armando Petrini e Mariapaola Pierini (Titivillus; pp. 108; euro 16; acquista il libro su Ibs). Il volume, dedicato al docente del Dams di Torino in occasione del suo ritiro dall'insegnamento, passa in rassegna gli artisti della "contraddizione", così come è stato evidenziato da Livio, attraverso la loro stessa voce e qualche riflessione critica. Scorrono quindi i nomi della prima grande fase della sperimentazione, con doppi interventi scritti a distanza di qualche decennio, da Bene a Quartucci, da Leo al troppo spesso dimenticato Sudano fino a Rem e Cap: ed è proprio Caporossi a curare l'ariosa grafica del volume, disseminato da figure di asini in omaggio alla rivista "L'asino di B." fondata dallo stesso dedicatario. Non mancano alcuni brani anche di Gigi Livio, in quello che tuttavia rimane (anche programmaticamente) più un volumetto di tracce (tra cui, belle, quelle fotografiche) che non di vero e proprio approfondimento.
Teatri luoghi citta'Infine, ecco un ulteriore sguardo sul teatro di ricerca, ma da una prospettiva diversa: Teatri luoghi città, a cura di Raimondo Guarino (Officina; pp. 228; euro 16; acquista il libro su Ibs). Si tratta di una raccolta di testimonianze di artisti a proposito di uno degli snodi più importanti dell'espressione spettacolare sperimentale: la relazione fra teatro e ambiente naturale o urbano, e cioè un pensiero drammaturgico sullo spazio della strada e di altri ambienti extrateatrali. Guarino introduce il volume con una ricognizione sui passaggi sensibili che hanno portato allo sviluppo del rapporto del teatro con l'esterno nel dopoguerra, a cominciare dagli anni 50 quando diverse urgenze (dall'happening americano al situazionismo e alla psicogeografia ispirati da Debord) impongono la riflessione - o meglio la pratica - entro queste nuove cornici, fino al concetto della site-specific performance. Segue poi la rievocazione del festival di Santarcangelo del 1978, considerato come un evento-chiave ("paradigma mitico", viene definito) per lo sviluppo dello spettacolo in Italia. Ma il cuore del libro è soprattutto negli interventi degli artisti, raccolti chiedendo non solo una testimonianza ma anche una riflessione, da Bacci a Di Buduo a Crisafulli, senza dimenticare alcune esperienze recenti (formazero) e straniere (Benno Plassmann e Andreas Staudinger).

(stefano casi)






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