n. 78 - giugno 2008
LO SCAFFALE/2
Il processo-boomerang di Oscar Wilde
Ecco la trascrizione del primo processo che vide coinvolto il drammaturgo irlandese nei panni di accusatore, e che si ritorse contro di lui portandolo alla rovina. Gli atti del processo da leggere come una pièce: divertente, istruttiva, ma con un finale livido verso la catastrofe.
Leggendo gli atti del primo processo di Oscar Wilde, quello in cui da accusatore il drammaturgo irlandese si trovò a diventare accusato, sono molti i sentimenti che si accavallano. Ma se il più ovvio è l'ammirazione per la straordinaria intelligenza di un impareggiabile artista che vola parecchie miglia sul livello becero di avvocati e "benpensanti" del suo tempo, l'impressione più potente è invece quella della fragile umanità di Wilde e di tutti coloro che nel tempo sono stati costretti a subire l'umiliazione di un processo per omosessualità. E' infatti toccante l'affannato (ma dignitoso) tentativo di Wilde di giustificare di fronte a impietose domande le sue relazioni con vari ragazzi, il dar loro denaro, l'andare con loro in alberghi in giro per l'Inghilterra: Wilde nega sempre qualsiasi rapporto sessuale cercando un'improbabile giustificazione per tutto. Ed è in questo tentativo di respingere le accuse di sodomia, dapprima sereno, poi sempre più nervoso, che riconosco l'umanità che ebbero anche altri di fronte a interrogatori di uguale natura. Come Pasolini, teneramente impacciato nel respingere le accuse di atti osceni con ragazzi adducendo improbabili scuse. L'umanità di chi, innocente nell'intimo ma colpevole o disdicevole per le leggi o il moralismo, non ha esibito inutili eroismi ma ha cercato di sottrarre con il pudore una verità intima che l'arroganza degli inquisitori spudoratamente (e morbosamente) cercava di portare alla luce.
Detto questo, Il primo processo di Oscar Wilde. "Regina contro Queensberry" (Ubulibri; pp. 176; euro 20; Ordina il libro su IBS Italia), a cura di Paolo Orlandelli e Paolo Iorio, è molto altro ancora. Anzitutto si tratta della trascrizione di un processo che fu una disfatta strategica di Oscar Wilde che, sobillato dal giovanissimo amante Alfred Douglas, decise di denunciare per diffamazione il padre del ragazzo che lo aveva accusato in un biglietto di "posare da sodomita". Il processo è dunque contro il suo omofobo nemico (Queensberry, appunto), che però gioca una carta inattesa: per giustificare la sua offesa, Queensberry riesce a trovare una sfilza di prove di rapporti avuti da Wilde, quarantenne, con ragazzi ventenni. Al terzo giorno, incalzato dall'interrogatorio dell'avvocato di Queensberry che non risparmia nulla, Wilde getta la spugna e ritira la querela, facendo implicitamente capire che il suo nemico aveva ragione. Cosa che porterà Wilde alla rovina, in un'Inghilterra in cui i rapporti omosessuali tra maschi, anche maggiorenni e consenzienti, era punito con la galera. Il giorno dopo questo primo processo Wilde fu arrestato, e da lì tutti conoscono la storia: due processi, la prigione, i lavori forzati, l'esilio e la prematura morte in miseria a neanche cinquant'anni per i postumi della carcerazione.
La trascrizione degli atti del primo processo è fortunosamente ricomparsa pochi anni fa, e ora è disponibile anche in italiano, grazie al lavoro congiunto di un uomo di teatro, Paolo Orlandelli, che ha trascritto gli atti in forma - per così dire - drammatizzata (cosa che ne suggerisce una possibile futura versione teatrale, se abbondantemente diluiti), e di un uomo di legge, Paolo Iorio, che ci consente di capire meglio i passaggi tecnici e giuridici.
Ma perché pubblicare un processo come questo? Non solo per la testimonianza di un'aberrazione giuridica, non solo per lo spaccato di un'epoca, non solo per l'umanità di un cacciatore improvvisamente braccato come ho detto prima, ma anche e soprattutto per le pagine dedicate all'opera letteraria di Wilde. Qui lo scrittore vola davvero alto facendosi beffe dell'avvocato che lo incalza chiedendogli ragione di lettere scritte in forma poetica, di aforismi come se fossero affermazioni di etica e non di estetica, di pagine del Ritratto di Dorian Gray che ossessivamente vengono lette e rilette alla ricerca della prova dell'abiezione di Wilde. Il quale, chiedendo all'avvocato di non offendere con la cattiva dizione la bellezza delle sue opere letterarie, ha buon gioco nel mostrare la piccolezza delle accuse e nel suscitare le continue risate degli astanti. E' il momento più felice, per Wilde, quello in cui egli crede di riuscire a trionfare con l'arguzia e l'intelligenza delle sue battute: e con lui godiamo del suo godimento da esteta, ma soprattutto da artista che reclama all'arte uno statuto di libertà assoluta con tutto il coraggio e l'incoscienza che a teatro gli facevano guadagnare applausi e successo trionfale. Ma a un certo punto di fronte all'ottuso avvocato (in realtà un mastino ben conscio della legge) che gli chiede di rispondere una buona volta prescindendo dall'arte, Wilde risponde con la battuta chiave "Non so rispondere a prescindere dall'arte", frase tanto vera, al punto che proprio questa sua incapacità lo trascinerà in breve tempo nella cupa realtà del carcere, che bloccò per sempre la sua ispirazione artistica, se non per un'unica, sofferta composizione che non poteva più prescindere - questa volta - dalla vita: La ballata del carcere di Reading.
(s. c.)
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