n. 67 - luglio 2007
LO SCAFFALE
Professione dramaturg
Fare i conti con una figura rimossa della scena italiana: ecco un libro per iniziare a ribaltare qualche prospettiva e smontare qualche luogo comune. Il mestiere del dramaturg nelle parole di Claudio Meldolesi e Renata Molinari.
Il fantasma del palcoscenico. In fondo, parliamo di questo, un'entità impalpabile ma spesso presente, che qualcuno giura di aver visto in mezzo allo scherno di molti, qualcuno che fa dell' "esserci non essendoci" la ragion d'essere sua e di chi lo cerca o lo rifugge. Del resto - cito ancora dal libro di cui sto parlando - "il contributo maggiore di tali specialisti è quasi sempre invisibile": fantasmatico, appunto, o fantastico. Il libro in questione è Il lavoro del dramaturg di Claudio Meldolesi e Renata M. Molinari (Ubulibri; pp. 280; euro 22; Ordina il libro su IBS Italia), e il fantasma in questione è, appunto, il dramaturg. Scritto così, con l'iniziale minuscola, perché - ed è questa la prima di una lunga serie di sorprendenti intuizioni e proposte avanzate nel volume - il dramaturg non deve essere più considerato cosa tedesca, circoscritta tra Oder e Reno (facendo ben attenzione che non valichi le Alpi), ma deve iniziare a diventare elemento riconosciuto della prassi teatrale europea. E non per qualche intento programmatico e dogmatico, ma semplicemente perché così è: il dramaturg vive e lotta insieme a regista e attori per il compimento dello spettacolo. Per dirla chiaramente, che il fantasma si mostri una volta per tutte e riveli di essere quel che è: un compagno di strada.
Il libro di Meldolesi e Molinari (che scrivono rispettivamente la prima e la seconda parte del volume) è dunque una straordinaria occasione fondativa della storiografia moderna, un po' come fu il libro-riferimento Fondamenti del teatro italiano sempre di Meldolesi. Proprio la prima parte del libro offre un fitto mosaico di tessere imprevedibilmente ricomposte, una rete di riferimenti e rimandi, un puzzle anche parecchio impervio e faticoso per il lettore, ma che nella sua complessità rivendica a gran voce la necessità di un "punto e a capo" nella storiografia teatrale. Qua e là, tra un'infinità di nomi e di riferimenti che si intrecciano in una mappa quasi ipertestuale, emergono come sprazzi di luce intuizioni-chiave per ripartire da qui e ripensare il teatro in altro modo rispetto a quanto fatto finora. La riflessione sul dramaturg ha il sapore di una rivoluzione copernicana nell'approccio storiografico e critico, poiché riafferma la centralità delle posizioni intermedie nella creazione e nella produzione teatrale, superando di fatto le varie "dittature" che si sono succedute: quella dell'attore, quella dell'autore, quella del regista... E invece no: il teatro richiama con forza la sua essenza di luogo della complessità e di luogo delle mediazioni interpersonali nel gioco creativo. Lo spettacolo non è opera di individui isolati, ma nasce nel rapporto tra diverse energie, compresa quella del dramaturg: fantasma dicevamo, che Meldolesi di volta in volta accresce di nuovi attributi come il bellissimo "cercatore asimmetrico al lavoro di scena", affidandogli la modalità lavorativa degli "oscuri abbracci". Ribadire dunque la centralità del dramaturg, a dispetto dei "dissenzienti" (che pure hanno ragione nel ribadire dal canto loro una secondarietà di questa figura, peraltro non sempre presente nella creazione), significa ribaltare il bianco&nero dell'illustrazione del teatro per andare a scoprire i mille grigi che davvero nutrono la prassi teatrale o, secondo un'altra bella definizione, "l'energia meticcia delle identità teatrali".
Sono dunque molti gli spunti lanciati come esche da Meldolesi, che non si premura di affrontare un discorso organico, ma che indica tracce per futuri insediamenti teorici e storici, limitandosi - per così dire - a far riaffiorare temi, snodi, questioni, e soprattutto ipotesi di ripensamento di pagine della storia (o dell'attualità) teatrale finora considerate altrimenti. Calare Goldoni o Gustavo Modena in un'area di "protodramaturgie" italiana, quasi come "invenzione sprecata" del nostro teatro all'indomani della vera nascita amburghese del dramaturg per opera di Lessing, spalanca improvvisamente nuove interpretazioni. Così come rincorrere i segni della dramaturgie nelle prassi extrateatrali, per esempio di Fassbinder, oppure individuare i meccanismi più sottili della "riattivazione" (altro termine-chiave che Meldolesi propone di sostituire all'inadeguato "riduzione") in esempi celebri, da Brecht ai "travestimenti" di Sanguineti, passando per il Mahabaratha. Così come si delinea l'analogia del processo del dramaturg con quello dell'attore contemporaneo che porta improvvisazioni nel lavoro scenico, alla maniera di un dramaturg che offre al regista una molteplicità di materiali tra cui scegliere e su cui lavorare (e già Brecht definiva la sua squadra di attori come di dramaturg proprio per questa attitudine). Così come rileggere determinate figure alla luce di una loro nuova definizione, come è il caso di molti collaboratori di rappresentanti della regia critica, a cui oggi possiamo finalmente riconoscere non un non-ruolo di marginalità casuale, ma quello di ciò che realmente furono, e cioè dramaturg: come Lunari, Morteo, Kezich, Tofano... fino a Gerardo Guerrieri che, alla luce del nuovo discorso di Meldolesi, esce dalla categoria degli intellettuali eclettici (quelli del "di tutto un po'", del "né carne né pesce", del "bravi sì ma non veri autori") per vedersi riconosciuta - a lui che in Italia fu il primo a incarnarla consapevolmente - l'identità di dramaturg. Identità che proprio dell'eclettismo si nutre, ma per poter arricchire di potenzialità la straordinaria fase della creazione ad opera altrui.
E qui si innesta la seconda parte del libro, che ci mette in presa diretta con l'esperienza di una dramaturg militante come Renata Molinari. Il suo percorso artistico, scandito da incontri significativi (uno fra tutti: Thierry Salmon), si offre al lettore consentendo di entrare nell'officina 'ragionata' di un dramaturg, riuscendo finalmente a superare la domanda tanto imbarazzante quanto vera che il dramaturg si sente sempre fare: "Tu cosa fai, di preciso?". Ecco, dunque, cosa fa il dranmaturg. E leggendo quel che fa non si può non notare che ciò di cui si parla non è soltanto patrimonio di un singolo mestiere artistico, ma è soprattutto senso stesso del teatro. Il lavoro del dramaturg si offre così quasi come sineddoche del lavoro della creazione teatrale. E a questo punto, d'ora in poi, da questo libro in poi, dovrà essere necessariamente diverso l'approccio a spettacoli e silenti locandine: se è vero che non tutte le creazioni teatrali usano l'apporto del dramaturg, è anche vero che molte invece lo usano senza riconoscerlo, lasciando questi apporti in limbi indefiniti, a dispetto della qualità e del ruolo del dramaturg, ma anche a dispetto della chiarezza e dell'intelligibilità da parte degli spettatori e dei critici. Che sia arrivata la riscossa del dramaturg fantasma?
(stefano casi)
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