n. 103 - luglio 2010
LO SCAFFALE/2
Civile, politico, impegnato, didattico... è il teatro, bellezza!
Le nuove forme del teatro d'intervento in un libro di Letizia Bernazza, che approfondisce l'argomento prendendo come esempio cinque autori-attori e i loro monologhi di narrazione.
L'argomento è uno dei più attuali per quel che riguarda il teatro italiano e nel suo libro Letizia Bernazza lo affronta con spunti di grande interesse e con originalità di impostazione. Parlo di Frontiere di Teatro Civile (Editoria & Spettacolo; pp. 240; euro 18; acquista il libro su Ibs) che ha come oggetto principale di analisi l'opera di 5 autori-attori: Daniele Biacchessi, Roberta Biagiarelli, Elena Guerrini, Alessandro Langiu e Ulderico Pesce. Il primo segno di originalità sta proprio nella scelta di trattare questi 5 protagonisti del teatro civile non attraverso altrettanti capitoli-monografie, ma in un discorso unitario che ne intreccia i percorsi, per ricavarne un discorso comune e organico, sia pure nella diversità dei tracciati artistici. Quindi, al di là delle singole esperienze, la descrizione e trattatazione degli spettacoli di ciascuno riveste un preciso ruolo in uno sguardo fenomenologico ed ermeneutico più ampio, sostenuto da una breve ma densa introduzione.
E proprio in questa introduzione di una ventina di pagine si insinuano i grumi a mio avviso più significativi per un approccio globale alla questione. Che fin da subito si fa terminologico-concettuale, in un'ambiguità che però Bernazza sembra lasciare insoluta, pur avendone piena consapevolezza. E' infatti la consapevolezza dei capitoli successivi, tutti dedicati a un teatro di singoli, a far balzare immediatamente agli occhi un'anomalia: si parla di "teatro civile" e si affrontano solo monologhi di narrazione, che tuttavia sono solo un ambito ristretto rispetto alla più ampia categoria di "teatro civile", dove invece sono spesso le formazioni collettive a offrire le creazioni più originali e stimolanti. Insomma, senza togliere nulla alla qualità del libro, il titolo sembra promettere ciò che solo in parte concede, limitandosi a parlare di teatro civile solo alla luce di un suo "sottogenere".
C'è poi un'altra questione che rimane aperta, ma sulla quale l'autrice ci offre buoni stimoli di riflessione (questioni di forma, si dirà, ma d'altra parte - l'ho già detto - sui contenuti il volume è appassionatamente ineccepibile). In realtà: di che stiamo parlando? Cioè, come lei stessa scrive fin dall'inizio, che differenza c'è fra teatro civile (ma Baliani addirittura definisce il suo un teatro incivile) e teatro politico? E, occorre aggiungere, teatro impegnato e teatro didattico? Insomma, la questione è tutt'altro che semplice, se non altro perché - a rigore - "civile" e "politico" sono etimologicamente pressoché sinonimi, ma rivestono oggi connotazioni differenti, che pure entrano nel teatro; e d'altra parte ciò che sembrerebbe qualificare meglio questo genere di spettacolo non sembra affatto il suo stare "nella città" o "tra i cittadini" (nonostante Bernazza ricordi come questo tipo di teatro "riannoda il legame individuo-società"), ma semmai il suo essere "didattico" o "impegnato", cioè informare e smuovere le coscienze (usando con abilità una retorica estetico-oratoriale, per così dire, magari proponendosi come alternativa agli strumenti giornalistici tradizionali e alla stampa, come si legge nel libro) per mobilitare gli spettatori a un diverso comportamento o a particolari azioni (giustamente Bernazza sottolinea l'importanza del dopo-spettacolo, nel quale avvengono spesso atti concreti, come la raccolta di firme a favore di campagne che hanno come oggetto l'argomento trattato nello spettacolo). E' vero che "didattico" fa tanto Brecht degli anni 30 (lo ricorda l'autrice stessa), così come "impegnato" fa tanto "engagement" para-esistenzialista degli anni 40/50, e d'altra parte "politico" fa tanto movimentismo degli anni 60/70, rendendo desuete tutte queste definizioni, ma "civile" rischia di diventare alla fine la nuova etichetta, svuotata del suo significato e pronta a essere dimenticata fra un decennio. E' comunque una questione che la storiografia dovrà affrontare, soprattutto per districarsi tra una gran quantità di "teatro civile" che viaggia nel nostro paese. Già, ma che succede negli altri? Confesso la mia ignoranza sull'argomento, ma sarebbe estremamente interessante verificare cosa accade negli altri paesi, cioè quali forme prenda il teatro didattico-impegnato (o civile, che dir si voglia), e in particolare se venga così fortemente connesso anche altrove con il monologo di narrazione.
(s. c.)
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