il Suggeritore n. 103 - luglio 2010





LO SCAFFALE/1

Il teatro del 900? Che tragedia!

Altro che "morte della tragedia": il ventesimo secolo è ricco di esperienze che affondano le radici nel genere inventato dai greci. Annamaria Cascetta va a scovare le sue tracce in autori al di sopra di ogni sospetto, da Brecht a Beckett.





La tragedia nel teatro del NovecentoAccostare "tragedia" e "Novecento" ha sempre un retrogusto da brivido proibito. La Storia ci mostra come tale accostamento sia perfettamente legittimo (purtroppo), soprattutto se si pensa alle due spaventose ecatombi belliche mondiali, ma senza dimenticare il corollario di guerre e stragi che senza acquistare l'aggettivo di "mondiale" hanno saputo lasciare un segno nell'immaginario collettivo, qualificandosi senza ambiguità come "tragedie". Il Teatro, invece, alveo originario del concetto di "tragedia", ha ricamato su questo abbinamento infiniti dubbi, perplessità e distinguo. La tragedia, insomma, non si addice al Novecento, secolo di relativismi culturali e sociali (e individuali e psichici...) incompatibili con quella modalità poetica, e secolo di rivoluzioni drammaturgiche e sceniche disagevoli per quella modalità performativa. Tombale, letteralmente, l'opera di George Steiner Morte della tragedia. Per carità, nessuno ha mai pensato che la tragedia dovesse e potesse sparire: il Novecento è ricco di esperimenti di "metamorfosi del tragico", ma si tratta - appunto - di metamorfosi, opere spesso anche notevoli ma con la patina stucchevole dell'archeologia o con il sapore inconfessabile del surrogato. Perfino le nuove frontiere della tragedia (penso a Pasolini) si manifestano come altro dalla tragedia, perlomeno quella a cui siamo abituati a pensare. Eppure il brivido proibito dell'accostamento continua a sedurre, e il tentativo di ripensare alla tragedia nel Novecento consente nuove suggestioni interpretative non solo, si badi, rispetto ai drammi del secolo scorso, ma al concetto stesso, arcaico, della tragedia, che viene così ricodificata, consentendo ulteriori riflessioni. In questo solco si inquadra l'ultimo lavoro di Annamaria Cascetta, La tragedia nel teatro del Novecento (Laterza; pp. 232; euro 20; acquista il libro su Ibs), che procede positivamente (della "condanna" steineriana, neanche l'ombra in queste pagine) promettendo un ulteriore studio sempre sull'argomento.
Questo primo libro sulla tragedia nel teatro del secolo scorso si compone, a mio avviso, sostanzialmente di due parti, ancorché di dimensioni incomparabili. La prima parte sta tutta nelle pochissime pagine introduttive, dove Cascetta ridefinisce il concetto base andando ai punti nodali della questione, cioè andando a cogliere nella tragedia originaria (quella greca: quindi saltando le successive ridefinizioni) quei punti salienti del discorso tragico che riescono a riverberare oggi i loro riflessi migliori. In quest'ottica, le poche pagine introduttive rappresentano a loro volta una rimessa in gioco degli studi sulla tragedia greca, alla ricerca di definizioni più "utili" dalla nostra prospettiva storica. Dunque, Cascetta va a individuare alcuni nuclei principali, primo (e principale) dei quali è la "necessità del limite", espressione con la quale la studiosa reinterpreta dinamicamente e in modo paradossalmente laico l'idea di ananke. Seguono poi l'eccesso, la colpa, la punizione e la catarsi ovviamente, ma il limite è il punto chiave, secondo Cascetta, che può funzionare da grimaldello per un approccio moderno alla tragedia, che consenta quindi di ritrovarne formulazioni anche nel Novecento, anche nelle esperienze drammaturgiche più imprevedibili. Dopo questo primo breve ma incisivo quadro teorico, il libro si sviluppa nell'analisi diretta di sei tragedie del secolo scorso, offrendo pochissimo alle aspettative (a parte Il lutto si addice a Elettra di O'Neill, ça va sans dire) e molto alle sorprese. E passi pure la classificazione come tragedia di Caligola di Camus, ma pensare a un campione del dramma anti-tragico come Ibsen (qui scandagliato nelle pagine di Spettri) o alla teleologia cristiana, e quindi a sua volta anti-tragica, di Claudel (L'annuncio fatto a Maria), al marxismo storico e dialettico di Brecht (Madre Courage) o al più assoluto stallo dell'esistenza proposto da Beckett (Finale di partita), ha davvero del temerario. Eppure, rilette sotto la lente proposta, cioè quella dello scontro "titanico" con il limite, che rappresenterebbe la vera chiave del senso tragico, queste opere ci si ripresentano con una nuova veste. Difficile pensarle come vere e proprie riattivazioni della tragedia nel Novecento, eppure l'elasticità (mai arbitraria) della definizione della tragedia originaria ci consente una ulteriore elasticità ermeneutica sulla drammaturgia del Novecento che questi esempi ci invitano a seguire.
Per concludere, Cascetta non dimentica una cosa fondamentale: che il teatro non è l'opera scritta ma la rappresentazione. E così anche la tragedia, che trova sì nel testo il suo nerbo ineludibile, ma che deve necessariamente confrontarsi con la scena. E allora, con uno scarto ulteriormente sorprendente, in poche pagine conclusive getta un'esca che rimette le carte in tavola spiazzandoci, con la descrizione di due tragedie attuali, che sono soprattutto spettacolo, e lo fa utilizzando sì gli strumenti precedentemente usati ma con una inattesa scioltezza di visione: Rwanda 94 e Ruhe. E' questa una parte del libro (brevissima) tanto stimolante quanto insufficiente, nel senso che si tratta non di una vera analisi ma solo di primi appunti: come se Cascetta avesse voluto annotare alcuni spunti improcrastinabili correndo il rischio che fossero deboli ancorché necessari. In particolare su Ruhe (oltretutto fuori "secolo", visto che risale al nostro e non al Novecento) si ha l'impressione di un'esca che forse il successivo volume annunciato potrà colmare e meglio spiegare.

(stefano casi)






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