n. 102 - giugno 2010
LO SCAFFALE/2
I sette peccati capitali di Rafael Spregelburd
Arriva in Italia la nuova drammaturgia argentina, incarnata da un artista poliedrico e spiazzante. Ecco il primo volume della sua Eptalogia ispirata a Hieronymus Bosch, che riscrive in maniera moderna i vizi contemporanei.
E' il "caso" drammaturgico dell'anno: Rafael Spregelburd, argentino, anzi di quel crocevia culturale e antropologico che é Buenos Aires, classe 1970, scrittore, attore, regista. L'anno scorso, reduce da ampi successi internazionali, è comparso per la prima volta in Italia, a Torino, con due suoi spettacoli. Quest'anno è il protagonista del progetto più incredibile del Napoli Teatro Festival, che a cominciare dal 5 giugno porterà in scena il suo Bizarra, un'opera di 30 ore in 20 puntate, ovvero una vera e propria "teatronovela" che riecheggia le strutture narrative della soap opera. E in questi giorni è arrivata in libreria la prima traduzione delle sue opere, quattro per l'esattezza, raccolte in Eptalogia di Hieronymus Bosch. Volume primo (Ubulibri; pp. 204; euro 21; acquista il libro su Ibs), curato da Manuela Cherubini che è anche traduttrice (nonché regista del monstre scenico napoletano).
La lettura italiana di Spregelburd inizia dunque dai primi quattro episodi (gli altri tre saranno pubblicati in un prossimo secondo volume) di una Eptalogia dedicata ai peccati capitali contemporanei, che qui ricevono una nuova definizione: inappetenza, stravaganza, modestia, stupidità (seguiranno panico, paranoia e cocciutaggine). Si tratta di testi molto diversi tra loro, sia per durata che per complessità della storia, ma tutti costituiscono una sorta di malata rappresentazione della realtà, dove l'accento sembra cadere più sulla rappresentazione e sui suoi artificiosi intrecci che sulla realtà. E' infatti il gioco arguto sui meccanismi ad attirare l'attenzione, come se i meccanismi riuscissero a spiegare una realtà assolutamente inspiegabile, confusa, probabilmente "vera" ma che a noi appare solo "verosimile" e perciò sospetta e incerta. E allora, in soccorso di chi ha bisogno di una bussola, ecco non la certezza di una storia, ma la sua esplosione abnorme e malata, come in una brutta telenovela (che duri 20 minuti come le prime due pièces della Eptalogia o 30 ore come Bizarra), con una pletora di personaggi reali o virtuali, ciascuno portatore di una storia più individualista che individuale, ciascuno aggrappato come può a una zattera della Medusa troppo stretta per contenere tutte le opzioni del verosimile. Il primo pezzo è molto breve: L'inappetenza ci mostra quadri frammentari, finanche contraddittori o perlomeno ambigui, di una relazione famigliare; una serie di schegge o tessere di un puzzle di difficile ricomposizione, forse perché la ricomposizione stessa non è possibile o magari è soltanto meno interessante della loro esposizione. Torna ancora sui meccanismi famigliari l'altrettanto breve e strampalato La stravaganza, con tre sorelle gemelle (interpretate dalla stessa attrice) che scoprono che una delle tre è adottata senza poter risalire alla sua identià. Più complesso è La modestia, in cui Spregelburd racconta in parallelo due storie lontanissime tra loro, e in cui l'attore deve passare senza soluzione di continuità da una storia all'altra e quindi da un personaggio all'altro. Il lavoro sulla struttura giunge al suo apice con La stupidità, ovvero 24 personaggi per 5 attori, che raccontano 5 storie diverse dalle trame bislacche e assolutamente intrecciate, in cui si mescolano giocatori, ladri d'arte, mafiosi e poliziotti, il tutto in alberghi diversi a Las Vegas e con un'atmosfera da road play ispirata ai road movie americani. Una vera e propria prova generale di scrittura-fiume prima della "teatronovela" che Spregelburd scriverà subito dopo.
(s.c.)
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