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Il teatro inopportuno di Copi
a cura di Stefano Casi (ed. Titivillus)
Due anni fa Teatri di Vita proponeva quattro spettacoli e un convegno internazionale dedicati all'irriverente scrittore franco-argentino, dal titolo COPIsteria. A distanza di due anni ecco un nuovo importante tassello per la conoscenza del grandissimo Copi: un libro di studi, anzi il primo libro di studi su questo autore mai pubblicato in Europa: Il teatro inopportuno di Copi, a cura di Stefano Casi, nelle librerie da maggio (ed. Titivillus; pp. 254; euro 18; Ordina il libro su IBS Italia).
Il libro, con la presentazione di Enzo Moscato, comprende saggi di studiosi e critici italiani, francesi e argentini: Isabelle Barbéris, Paola Bristot, Stefano Casi, René de Ceccatty, Daniel Link, Ilse Logie, Massimo Marino, Cinzia Maroni, Marco Pustianaz, Franco Quadri, Marcos Rosenzvaig, Luca Scarlini, Cristina Valenti e Simone Zimmer. Corredano l'opera una dettagliata biografia, e poi: bibliografia, teatrografia e apparato iconografico con foto degli spettacoli principali.
Il libro, che porta a compimento il convegno di due anni fa, è realizzato con il contributo del Centre Culturel Français di Milano e di Teatri di Vita.
CALENDARIO DELLE PRESENTAZIONI:
Bologna, Alliance Française, 18 aprile, ore 17. Partecipano Andrea Adriatico, Edoardo Balletta, Stefano Casi, Andrea Mancini, Eva Robin's.
Sesto Fiorentino, Libreria Rinascita, 19 aprile, ore 16.30. Partecipano Andrea Adriatico, Stefano Casi, Dimitri Milopulos, Eva Robin's.
Roma, Casa dei Teatri, 9 maggio, ore 17. Partecipano Stefano Casi, Iaia Forte, Luca Raffaelli, Paolo Ruffini.
Milano, Centre Culturel Français, 22 maggio, ore 17. Partecipano Stefano Casi, Eleonora Sparvoli.
Torino, Libreria Fnac, 23 maggio, ore 18. Partecipano Stefano Casi, Gigi Malaroda, Luca Valentino.
Sarzana, Manifestazione I libri per la strada, le strade per il libro, 6 giugno, ore 18.30. Partecipano Stefano Casi, Ariodante Roberto Petacco, Luca Locati Luciani.
Benevento, Festival Benevento Città Spettacolo, 18 settembre, ore 17.30. Partecipano Stefano Casi, Cristina Donadio.
Ulteriori presentazioni sono previste in altre città nei prossimi mesi: questa pagina sarà aggiornata costantemente.
Dall'introduzione di Stefano Casi:
C'è un teatro dove il rigore drammaturgico dell'azione, del ritmo, dei personaggi e degli spazi, venato di una raffinata classicità, nasconde trabocchetti e si fa gioco delle apparenze. E' un teatro dove si muore spesso, magari in torbidi delitti e fra atroci torture, eppure nessuno sembra mai morire veramente. E' un teatro dove si aggirano madri di sesso maschile, transgender che se la fanno con animali, astronaute che esplodono e implodono, topi che dialogano con fantasmi, lesbiche che se la fanno con uomini gay e partoriscono nuovi gesł bambino, malati di Aids da operetta, madri drogate che massacrano i loro piccoli, gangsters gemelle pronte a trucidarsi senza fine, inondazioni e cataclismi apocalittici... e si ride tanto. E' un teatro che alla fine viene ucciso pure lui, dalla donna delle pulizie: "Io non ammazzo lei, ammazzo il teatro! (...) Crepa schifoso! (Spara) (...) Il teatro è finito!". E' un teatro unico e seducente, il teatro di Copi.
La sua scrittura, legata alla tradizione e lontana dalla sperimentazione avanguardistica, nasconde quelle trappole che la tradizione non osa immaginare e la sperimentazione non riesce a concepire. Entri in una commedia di Copi, ci sguazzi fra le risate, e ne esci con le ossa rotte dopo aver attraversato un deserto di macerie della civiltà contemporanea e del tuo stesso equilibrio esistenziale. L'identità del personaggio è frantumata e riverberata in una caleidoscopica trans-identità, andando a immaginare un'evoluzione impensabile per una drammaturgia come quella coeva, attardata sulla dicotomia tra personaggio e non-personaggio. Le azioni impazziscono nel delirio più scatenato che svela un impasse sostanziale, mandando al macero decenni di teatro dell'attesa, del nulla, e sommergendo di beffarda ma profonda sensibilità politica tanto teatro di salde e retoriche certezze politiche. Il senso stesso dell'essere viene proiettato in un imbarazzante relativismo che si fa beffe di qualsiasi dichiarazione di esistenza della realtà, ma anche di qualsiasi intellettualismo. Perché, in fin dei conti, questo è vero teatro. Comico, per giunta. Insomma, un vero scandalo.
Del resto, uno scandalo è l'autore stesso, non perché fosse scandaloso lui che era così fine e delicato. Lo scandalo nella nostra epoca non è più scandalizzare grossolanamente, ma infilare con leggerezza la pagliuzza nell'occhio. Essere irriducibile alle aspettative. E Copi lo fu, non per partito preso, ma per sua natura: un delicato istrione, un garbato rivoluzionario.
Fumettista, narratore, attore, autore teatrale. Argentino di nascita, italiano di origini (ma anche indio, spagnolo, uruguayano, ebreo e chissà che altro), francese d'adozione, cosmopolita nello spirito. Omosessuale, e tanto basta. Insomma, per quanto si tenti di inquadrare Copi in qualche modo, il fallimento è assicurato. Perché l'unico termine che riesce a comprenderlo davvero è il suo nome, Copi, che però non è neanche un nome ma un soprannome: e anche questo non è un caso.
Forse è proprio per questa rutilante imprendibilità che risulta ancora difficile, a vent'anni dalla sua morte (avvenuta nel 1987), un vero confronto con la sua opera. In Italia Copi è ignorato come narratore ed è considerato principalmente un fumettista, tutt'al più capace di eccentrici exploit come attore en travesti in strampalate performance. E quindi: attore estroso e fumettista di successo, come può essere anche un drammaturgo vero? Eppure Copi è davvero un grande autore, nonostante la diffidente curiosità della critica teatrale e la più totale rimozione da parte della storiografia, e oggi ha raggiunto la dimensione di un classico del '900: così lo tratta chi prende i suoi testi per inventarne nuovi spettacoli, nuove visioni e nuove interpretazioni.
(...) [Dagli articoli pubblicati in questo libro] viene fuori una polifonia di voci, di metodologie critiche, di esiti ermeneutici e di suggestioni, il cui valore primo sta proprio nel mostrare le molteplici possibilità di analisi di un'opera come quella di Copi, distrattamente considerata finora in maniera generica e superficiale. Come si vedrà leggendo questi interventi disparatissimi ma tutti stimolanti, siamo appena all'inizio di quello che ci auguriamo possa diventare un'ampia parte della teatrologia dedicata ad analisi e studi su Copi, sul suo teatro, sulla sua arte, con l'auspicio che vedano presto la luce i suoi testi non ancora tradotti e che vedano una nuova edizione quelli già presentati al lettore italiano e ormai introvabili (...).
La recensione di Maurizio Porro ("Corriere della sera", 20 maggio 2008):
Oggi che c'è un cinema transgender, tutti gli onori al genio anticipatore, l'argentino Raúl Damonte Botana, in arte Copi, disegnatore di fumetti (la sua famosa donna seduta) autore e attore morto nel 1987 di Aids che lanciò un "teatro inopportuno". Rispetto al comune sentimento del pudore di allora, Copi fece salti mortali, apparendo in scena in abiti femminili e prodigandosi nella ricerca di un unicuum sessuale che fosse anche fonte di grottesche e più larghe polemiche. Eccolo-a in "Eva Peron", che ora la brava Iaia Forte ha ripreso in scena, eccolo come la Signora nelle "Bonnes" di Genet, in Italia, che fu sua seconda patria, specie Milano che lo ospitò a lungo al Gerolamo.
Ora Copi è vivisezionato senza ansie freudiane ma con affetto competente in un bel volume curato da Stefano Casi con la prefazione di Enzo Moscato e contributi di studiosi ed esperti come Franco Quadri, Bauer e Sandro Avanzo, autore di un'intervista a 360 gradi, datata Venezia '86, caffè Florian, su Raúl che ama naturalmente la sua mamma. Tornano in mente le sue eroine mutanti, Loretta ed Evita, le sue provocazioni, la sua cinica intelligenza, complementare a quella di Manuel Puig, tra anarchia intellettuale e delirio, in un calcolato caleidoscopio di identità. E si ricordano le tappe italiane, la coraggiosa Melato e il non ancora scoperto Toni Servillo in "Tango barbaro", le due edizioni di "L'omosessuale o la difficoltà di esprimersi", testimonianza di uno stile che sembra ancora in anticipo, possedendo l'atemporalità poetica.
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