Un monologo graffiante, grottesco, disturbante e tragico: è quello scritto dal pluripremiato drammaturgo italiano Antonio Tarantino attorno
alla figura di Medea. Si intitola Cara Medea e arriva per la prima volta in
teatro (dopo una lettura scenica di Maria Paiato, un anno e mezzo fa) a Teatri
di Vita, dopo la calda accoglienza avuta quest’estate nel festival Cuore di Medea al Parco dei Pini alla presenza dello stesso autore.
Cara Medea è pubblicato da Ubulibri nella raccolta Gramsci a Turi e altri testi, edita nel 2009.
Lo spettacolo si avvale delle traduzioni e voci di Ludmila Ryba,
Jola Kowalska Durazzano, Matko Amulic, Adriana Anajder,
Brunilda Ternova, Valbona Korini, Beatrice Campo, Vasilica Poamaneagra, Elena
Souchilina, Anatoli Zaitsev, Elena Moskovkina, Nadia Malverti, Sabine Richter,
Project Mondosud, Maurizio Mattarelli e Antonio Dotti.
Medea la barbara, la straniera, porta la voce di lingue sconosciute, la ferita
della carne degli uccisi, il sacrificio dei figli, fatti a pezzi per Giasone,
il moderno, lo scaltro, il pragmatico. Nella versione di Antonio Tarantino
dietro i nomi del mito si arrabattano due disgraziati, offesi dalle guerre,
rovinati dal vino cattivo, e dalle prestazioni sessuali consumate tra i camion
nelle strade di frontiera.
La mia Medea non riesce a farsi capire, il suo linguaggio diventa ridicolo come
l'ostinazione a comunicare il suo orgoglio, la vanità di avanzi di seduzione, la rabbia, le sue inutili recriminazioni ad un Giasone
altrettanto impotente, che le spilla due lire tra i campi di confine. Una babele di lingue
che segna il cammino di migrante, tra le guerre che hanno dilaniato i confini
dell'Europa. Parole sconosciute che si affastellano, si sbriciolano
progressivamente fino a diventare sillabazioni inopportune, grottesche.
Inadeguate al racconto. La linea cade, la comunicazione si interrompe, e
riprende in un flusso caotico, dal quale traspare la storia di due eroi di
rango più basso, un storia che non ha asilo nel mondo civile, che non sa difendersi,
risibile.
Seguirò il suo cammino tra i confini, sbriciolando il Polacco, il Friulano, il Croato,
l'Albanese, il Rumeno, e il Russo e l'Italiano sgraziato e inopportuno di chi
adesso qui, racconta le sue improponibili vicende tra una fellatio e l'altra.
Un modo questo, di usare la bocca e farsi capire ovunque.
Francesca Ballico